Grazia Perché non puoi aspettare

Articoli taggati "vacanze"

Una cosa divertente che farò per sempre

Ho sempre provato sentimenti contrastanti per le vacanze organizzate: quei gruppi dalle movenze ovine che sciamano per città e siti archeologici col cappellino ventilante e i k-ways identici per le coppie, il capogruppo con l’ombrello e le soste forzate nelle trattorie convenzionate, i pullman pieni di sessantenni che bloccano le toilettes degli autogrill per ore, ecco a vederli da fuori mi prendeva sempre uno strano desiderio di guardarli più da vicino. Devo aver provato una sola volta l’ebbrezza della partecipazione, ma avevo diciott’anni, nessun conto in banca e la prospettiva era quella di sdraiarsi al sole per due settimane: fu un comico viaggio nella gerontofilia vacanziera, condita di meravigliose esplorazioni subacquee e pranzi a menù fisso tra orde di famiglie che allenavano le corde vocali richiamando i bambini con frequenze oltre l’udibile umano.
Ho collezionato cartoline allo shop del villaggio gettando le basi per la mia grande, insana passione per le foto di turismo popolare: comitive, paesaggi cartolina, colori sbiaditi e accesissimi, templi cangianti e coniugi tedeschi dalle mises fosforescenti, non riesco più a farne a meno, non mi chiedete perché.
Poi ho scoperto Mr Martin Parr, un geniale fotografo inglese che del grottesco d’Albione ha fatto la sua missione, ritraendo i propri connazionali negli stereotipi più esasperati che tanto divertono gli altri europei, forse solo invidiosi di tanta faccia tosta e legnosità insieme: i tupperware parties, i quindici giorni a Brighton per le vene varicose, le corse dei cavalli con gli ubriachi in bombetta e fazzoletto bianco, ogni piccolo tic ripreso e deriso con ironica benevolenza, quella di chi sa di appartenere per dna al tessuto ma sa anche di esserne fuggito a gambe levate, più o meno.

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Ero pazzo di lei. Com’ero GIOVANE, com’ero diverso, com’ero io

Un vecchio diarietto dell’agosto 1989, ritrovato classicamente in cantina. Dio com’ero giovane, com’ero diverso. Com’ero. Raccontava di me a Formentera, innamorato perso; una cosa da contare i giorni e le ore aspettando di tornare.

Il momento migliore era prima di addormentarmi, perché un’altra giornata era passata. Non volevo uscire né vedere nessuno, trattavo male la gente, volevo solo lei che però all’ultimo mi aveva detto al telefono: non vengo più, vado in vacanza coi miei in Croazia. Io allora prendevo il motorino e andavo da solo a Capo de Barberia, un posto isolato in fondo a una strada scoscesa. C’era solo un faro e uno strapiombo. Lo dipingevano come un posto magico, cazzate, ma io ero così, innamorato. E allora pensavo che lei avrebbe dovuto vederlo, come tutto il resto del mondo che passava dai miei occhi.

Temevo che il problema potesse essere un altro, che quando uno si innamora così è perché qualcosa non quadra, forse avevo altri problemi: ero già bravissimo a scovare o escogitare queste cose. Ma tutto mi sembrava a posto. Alla fine la questione era una sola: mi mancava. Temevo di perderla, di non averla mai avuta, di averla oppressa, che le piacesse un altro, che non fosse andata in vacanza coi suoi, di espormi troppo, di poterla spaventare. Avrei scavato gallerie nella roccia, pur di vederla.

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Godiamoci sereni le vacanze: quello dell’italiano PIGRO è solo un luogo comune

Una nuova ricerca ha corretto la graduatoria dei Paesi europei dove si lavora di più e dove si fanno più vacanze. Eurofound, forma breve per la Fondazione europea per il miglioramento della vita e delle condizioni di lavoro, ha pubblicato nuove statistiche, secondo cui i rumeni sono i più stakanovisti di tutti e fanno pure meno ferie.

Tutti i lavoratori dei Paesi ex comunisti fanno, in media, più ore degli altri e hanno meno giorni di riposo. Le nazioni in cui si fatica meno ore, e si godono più giorni di vacanze contrattuali, sono l’Italia e la Germania. Chissà perché, si aveva un’immagine dei tedeschi organizzati e continuamente indaffarati in contrasto con gli italiani più lassisti e dediti alla bella vita. Per entrare nel dettaglio, gli italiani faticano qualche ora in meno dei tedeschi, ma loro, in compenso, hanno un paio di giorni in più di vacanze pagate.

Pare giusto ed equo, e forse sono davvero più organizzati in Germania, se riescono a sbrigare quello che hanno da fare in meno tempo. Se è così, impariamo da loro. Ma con i numeri bisogna fare attenzione. Mettendo insieme tutti i dati, incluso il totale delle ore contrattuali, senza gli straordinari, e detratte le festività nazionali (siamo i campioni in materia), gli italiani fanno due ore in meno rispetto alla media europea. A sorpresa, la Germania ne fa ancora meno (quei loro due giorni in più di ferie, perciò, non sono poi tanto meritati).

Le statistiche fanno girare la testa e, secondo il sociologo Domenico De Masi, noi italiani furbacchioni recuperiamo le ore “perdute” con gli straordinari. Ha un bel dire che le facciamo “anche se non sono pagate”, ma non ha voluto citare uno straccio di studio o di ricerca da portare come prova. I quotidiani poi tendono a mettere il dato definitivo nei titoli, e sono tutti del genere: «Per gli italiani, poco lavoro, molte ferie» (sono esclusi i lavori manuali e di fabbrica, detti usuranti, dalla riflessione. Gli operai si meritano tutto il riposo che riescono ad accumulare).

Diciamo la verità: gli italiani non sono affatto pigri e non solo perché si rifanno restando al tavolo di lavoro oltre l’ora prevista.

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Rimini Rimini, enne anni dopo

rimini

In vacanza con le amiche single no, anche quest’anno no, vi prego. Veramente non ci sono mai andata, lo ammetto, non ci riesco. A caccia di esperienze esotiche sulla riviera adriatica no, mi rifiuto. Oppure sì, tra mezzo secolo potremmo anche. Quando andremo per i novanta, Rimini andrà benissimo.

Mia nonna, 87 anni portati splendidamente, ci va ogni anno con sua sorella. Entrambe vedove spesso allegre, in quelle due settimane non si fanno mancare niente, compreso qualche batticuore. Ho visto con i miei occhi un arzillo ottantenne, vicino di ombrellone, lanciare sorrisi e sguardi cordiali verso il nostro, attendere un cenno di considerazione da parte di mia zia Bruna e poi invitarla a fare due passi in riva al mare. Lei ha accettato subito, senza pensarci un attimo.

Non è difficile: dovremmo prendere esempio. Il sabato sera, quando vado a trovarle, durante la tombola nel salone dell’albergo il nostro tavolino è meta di un pellegrinaggio da parte di signori attempati che si fanno spudoratamente avanti, perché ormai l’estate sta finendo, in tutti i sensi. Finora, nessuno è stato respinto.

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Toglietemi tutto, ma non il mio trolley

Indagini di mercato ci raccontano che di questi tempi gli italiani sono disposti a fare parecchie rinunce. Meno cene fuori con gli amici, meno rinnovi di guardaroba, meno cinema, meno capricci. Però c’è una cosa alla quale gli italiani non possono né vogliono rinunciare: le vacanze. Viaggiare resta un baluardo incrollabile dei bisogni nazionali. Nonostante tutto.

E io non faccio eccezione. La smania del viaggio mi tormenta di continuo. Non finisco neppure di disfare i bagagli, che già mi organizzo mentalmente per la meta successiva… prendo nota di offerte, alberghi, voli e orari. Dopodichè travolgo con dettagliatissimi post-it coloro che hanno la bontà di condividere la mia passione. È un circolo vizioso. E ci sono dentro da una vita. Perché il mio corpo (soprattutto la mia testa, ad essere sincera) ha bisogno di allontanarsi, anche fisicamente, dalla quotidianità. Mi serve trascorrere del tempo altrove. Dove ci siano diverse abitudini, meccanismi differenti, dinamiche sconosciute, parole ignote. Ecco spiegata la ragione che mi spinge oltre i confini nazionali con una certa frequenza.

Il guaio è che l’italiano in vacanza all’estero si riconosce all’istante. Perché è rumoroso e vociante. Perché dà nell’occhio e fa subito gruppo. Perché si organizza le giornate attorno a due pasti principali, una colazione abbondante e almeno un paio di merende. Perché cerca altri italiani, si aggrappa a flebili tracce di italianità disseminate nel luogo da lui prescelto. Quasi fossero salvagenti in grado di trarlo in salvo dalla terribile condizione di spaesatezza in cui si trova. Minuscoli tricolori ai bordi di un menù. Insegne di caffé espresso. Frammenti di parole.

Ecco. Io è qui che faccio eccezione. Quando sono in un paese straniero ce la metto tutta per disperdermi tra la folla.

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Quando i maschi non fanno parte del bagaglio, la VACANZA riesce anche meglio

Questa estate le agenzie turistiche registrano una forte impennata di prenotazioni per donne che vanno in vacanza da sole. E non le single, o i cuori solitari tristemente sfidanzati, ma donne di ogni età con mariti e morosi regolari.
 
A essere sincera, la rubrica di Anselma dell\'Olio su Grazia
 
Il grande servizio, tre paginone su Repubblica della scorsa settimana, metteva a fuoco la riviera romagnola. Da sole, in gruppetti di due o tre amiche del cuore, o in comitive numerose, vanno a ballare in locali che si chiamano Turquoise, Coconuts o il più (involontariamente?) comico di tutti, il Mucho Macho… Olé!

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Le allegre vacanze in India

monsoneL’India quest’anno è una meta molto ambita. Sono tornata a Milano dopo quattro giorni fuori. Avevo solo due trolley, uno per i vestiti e uno per il computer e le carte. Ho portato: un pigiama leggero, quattro canotte, un jeans di riserva, una maglietta di cotone a maniche lunghe, una giacca per incontrare il proprietario di una casa editrice un po’ snob, intimo in quantità. E scarpe. Sandali piatti con pietre dure colorate, sandali bianchi seriosi col tacco medio, sandali di Calvin Klein neri stupendi per il vestito anni ‘20 appena comprato, scarpe da ginnastica per il treno con l’aria condizionata, infradito di plastica nere e bianche che da me non mancano mai. In tutto, sei paia di scarpe.

Ecco, se andate in India non fate assolutamente come me. Andate leggeri perché girare lì pieni di roba è scomodissimo, a meno che non visitiate solo le grandi città, da hotel 5***** a hotel 5*****: ma allora potete anche rimanere in Italia o partire per Londra o New York, che è tutto uguale. Ma se dovete prendere un autobus in campagna (che diononvoglia!) o un treno di seconda classe, molto meglio avere un bagaglio piccolo, leggero e adeguato. Oltre tutto, lì si trova tutto quello che occorre a prezzi molto più bassi e davvero carino.

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