Grazia Perché non puoi aspettare

Articoli taggati "racconti"

I tre Capodanni

Dimmi che anche tu
qualche giorno l’hai passato
a controllare
se il telefono che non suonava
era appoggiato male

(Piermario Giovannone)

Davanti ad un caffè nel dehor, a destra il cartello col divieto di fumo, c’è lei che sfila una sigaretta Eura, lunga e sottile: “Non sono mai stata alle regole. Pensi che a scuola un anno fui bocciata perché rifiutai di fare un tema sulla cultura fascista”. Esita alla prima boccata, poi mi guarda con fiaccole d’occhi: “Cosa vuole? Non sopportavo di vedere quelle due parole vicine”.
Sul volto le espressioni si increspano, fenditure di pianti, sorrisi, indugi, più di tutti i primi. “Molto meglio questa faccia di rughe perché è la faccia mia”. Ridacchia e si gonfia. “E oggi ho messo pure il rossetto, tiè!”. Tira fuori una foto sbeccata color seppia. “Vede dottoressa, qui avevo vent’anni, ma non mi riconosco più, guardi che naso, era la metà”.
Di palo in frasca mi spiega che in realtà kàmilos in greco indica il cavo d’ormeggio delle barche e che per questo motivo un cammello non passa dalla cruna di un ago, dice che è meglio trovarsi una passione prima della pensione, altrimenti i giorni inghiottono e rimane un passato zeppo di occasioni andate e il futuro è una parola brutta.
“Mi raccomando, non faccia come me” e mi cita il fiume di Dumas e la necessità di navigarlo in due: “si resta soli, sennò, senza la possibilità di portar fuori la spazzatura e non per la sciatica, ma per la voglia che non c’è”.

¶ Leggi il resto…

La signora-bene

La signora-bene non usa la metropolitana come noi comuni mortali: piuttosto, la onora della sua presenza. Potrebbe chiamare un taxi, e spendere venti euro per andare dal suo appartamento di Santa Maria delle Grazie - tutto stucchi e domestiche e libri di antiquariato - al negozio di scarpe dove la conoscono da una vita ma le danno ancora del Lei; ed è quello che fa di solito.

Ma una volta ogni tanto la signora-bene sente un sussulto, ricorda la sua infanzia nella Milano delle macerie e dei cani randagi, e torna in mezzo alla gente. Percorre decisa ed elegante i duecento metri che la separano dalla fermata della linea rossa, scende gli scalini, va all’edicola, compra due biglietti, aggiunge per pura abitudine il Corriere della Sera. A quel punto, la signora-bene infila i guanti. Guanti che costano quanto il mio vestito di fresco lana comprato da Conbipel, e il resto mancia.

Ha qualche secondo di smarrimento, perché sono cambiate le macchinette obliteratrici e lei non sa qual è il verso giusto di inserimento del biglietto: chiede al controllore di stazione di aiutarla, con un tono a metà tra il seccato, il gentile e il condiscendente, e una volta risolta la scocciatura si mischia con le altre centinaia di passeggeri.

¶ Leggi il resto…

Un canguro zoppo non è testardo

canguro zoppo

- Dai prova!

- Che?

- Prova a fare un salto. Uno solo, dai. Vediamo.

- Ma papà, lo sai: non posso.

- E su! Tienimi contento. Che ti costa tirarti su e fare un bel salto? Vedrai che ti fa bene.

- Ma se non posso?! Lo sai che non posso.

- Certo che sei cocciuto. Perché non vuoi darmi questa soddisfazione?

- Ne abbiamo parlato un sacco di volte, lo sai. Cosa c’entra adesso la soddisfazione? Perché fai finta di non sapere, di non ricordare? Sai benissimo che ho questa malformazione congenita. Da quando sono nato non ho mai potuto camminare. E tu mi chiedi persino di saltare!

- E cosa ci sarà mai di male a saltare!? Guarda i tuoi compagni. Tutti gli altri canguri qui saltano che è una meraviglia! È l’età giusta per mettersi a saltare. Spiccare dei bei salti, lunghi, fieri. Dovresti provarci.

- Ma non lo capisci che non è una questione di volontà? Ho la gamba qui che non funziona. La sinistra è praticamente fuori uso. Da sempre. Devo starmene seduto a forza. Fosse per me camminerei eretto, non striscerei come uno storpio. Che credi!? Che mi piaccia andarmene in giro su questa sedia a rotelle?

- Se lo volessi davvero, allora sì che ti alzeresti! Dovresti solo avere un po’ di coraggio, un po’ di forza. Sei testardo. Che ti chiedo mai!? Di provare. Provaci. Fai il maschio! Ce l’hai un po’ di palle? Su quel petto. Mettiti in piedi. Dimostrami chi sei!

¶ Leggi il resto…

Il vino fa il sangue come le galline il brodo

Bevo troppo, lo so. O almeno me lo ricordo sempre il giorno dopo quando mi alzo dal letto, vestito del giorno prima. Apro gli occhi e non sembra che tutto giri. Sembra quasi normale. Forse lo sarebbe se non decidessi di muovere la testa. Perché è lì che cominciano i problemi, è in quell’istante che sale la fitta. Dalla base del collo parte, maledetta, e si arrampica come non esistesse la gravità. Sale veloce, un razzo sparato sopra il collo. Un cappio stretto attorno al cervello e che lo stringe con forza e sadismo, una ritorsione del mio corpo palestinese all’abuso israeliano di alcol.

Bevo troppo, è un dato di fatto. E almeno dimenticassi. Ma è una frase fatta, questa, e le frasi, quando sono fatte, perdono attendibilità, come le persone. Io bevo e ricordo tutto. Quanto, quando, dove. Il perché, accidenti. Soprattutto quello. Sono una spugna, è vero. Assorbo e trattengo. Bevo e ricordo. E quando quel perché sale a galla nel fiume di vino che mi scorre nelle vene un’altra fitta parte, un’altra esplosione avviene nella testa, il cappio ancora un poco si stringe. E io chiudo gli occhi e vedo lei, la mia vita. Come si dice di quando stai per morire e ti scorre davanti in formato polaroid, istantanee del passato che dopo un istante sono passate anche loro.

È un cerchio che si chiude ogni giorno, quando ripenso a tutto quello che è stato, a come sono andate le cose.

Bevo più forte per benedire un rimpianto, per ricominciare da capo senza mettere il punto. Appoggio le labbra al bicchiere e bacio chi non c’è più. Che sia una donna, un ricordo, un’occasione, un momento.

¶ Leggi il resto…

Anche questo è parlar d’amore

Ieri, che ero fermo al semaforo, ti ho vista che eri anche tu ferma al semaforo, proprio lì davanti a me, ti ho riconosciuta subito: dal colore e dal modello della tua macchina e soprattutto dalla sagoma dei tuoi capelli che si intravedevano dal lunotto posteriore. Poi, quando ti giravi leggermente a destra o a sinistra, la tua silhouette mi faceva ricordare i tempi dell’Istituto Tecnico, quando ti guardavo senza posa, dal banco dietro, senza mai osare dirti niente. Sì, già allora.
Ho pensato di seguirti fino a casa, per poi salutarti e fare due parole facendo finta di passare di lì per caso…
¶ Leggi il resto…

I più commentati

  1. Dietro ai colori... Bianca (820)
  2. Asili, scuole materne e altri locali di aggregazione per noi papà (615)
  3. Padre in stand-by (299)
  4. Aperitivo di Grazia, l'aperitivo più esclusivo dell’anno! (288)
  5. Spiaggia: il problema del cambio costume “on the fly” (281)

I più amati

  1. Aperitivo di Grazia, l'aperitivo più esclusivo dell’anno!
  2. Si chiama WEB FASHION TV, ma è sempre Grazia
  3. Giardino dei tarocchi
  4. Meglio non farsi illusioni su quelli abituati a dire: «Adesso vedo»
  5. Houston, avevamo un problema
  6. Montignoso
  7. Anatomia di un tormentone estivo. A cura di Matrix, live and direct
  8. Attento Obama, l’America non si rimette in piedi con i colletti rosa
  9. Il momento dei saluti
  10. Mi chiami? Ma quanto mi chiami?