Grazia Perché non puoi aspettare

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Beckham, Ronaldo e Armani: dal parrucchiere il sabato mattina

Ronaldo e Armani: il nuovo e il vecchio testimonial Emporio Armani Underwear
Cristiano Ronaldo sarà il nuovo testimonial di Emporio Armani Underwear, dopo anni di cartelloni pieni di David Beckham: la Littizzetto poco fa in radio diceva che mentre David era (è) desiderabile e maschio, Cristiano sembra quasi voglia dire “non toccarmi che mi spettini”. Qualcosa su cui riflettere.

Adoro il NATALE ma detesto un sacco di altre cose. Ad esempio…

Sono stata accusata di “buonismo” e mai critica mi è sembrata più ingiusta. Primo, perché è falsa. Secondo, perché mi piacerebbe tanto fosse vera… Ma, nonostante l’atmosfera natalizia, proprio non è il mio genere.

Tutto è cominciato con l’editoriale di settimana scorsa, in cui dicevo che mi piace il Natale. Esattamente come avevo scritto, i due “partiti”, a favore e contro, hanno reagito applaudendo e raccontandomi i loro Natali dall’infanzia a oggi (!) o cercando di convertirmi con l’elenco dettagliato delle nefandezze delle festività. Che vanno dall’orribile “rito della famiglia, peggio se allargata, intorno al tavolo imbandito per l’ingrasso” all’“assurdità dello shopping a comando”.
Ma la critica più pesante è venuta da un uomo (e ti pareva), “compagno di una lettrice acritica di Grazia”, che mi ha accusato di buonismo, e cioè di non essere una buona vera (quale io vorrei, giuro, essere), ma “una versione edulcorata e fasulla, una finta buona che si adegua ai tempi, non parla male di nessuno, men che meno delle donne e osanna il Natale, meglio se consumista”. Va bene, lo ammetto, sono una femminista e ho ricevuto una tangente da Babbo Natale… Però buonista no! Proprio io che devo quotidianamente difendermi dall’accusa di essere una dura da parte della mia redazione, da mio marito che, per i miei modi un po’ bruschi, mi chiama “il camionista”, da mio figlio che, piccolissimo, dopo un mio intervento un po’ autoritario, appese sulla porta di camera un foglio con su scritto: “Mia madre è come Hitler”. Bei ricordi di un tempo andato, adesso sono diventata una mammoletta disposta a tutto, pur di compiacere le mie lettrici e, quel che è peggio, il comune sentire.

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Loro sono peggio di noi

L’attualità ci ricorda che bisogna abbattere i muri.

Il giorno in cui deciderò di smantellare la mia muraglia di scarpe, allestirò una stanza come quella dello spot.

Magari non proprio così grande: mi basta anche uno sgabuzzino con un abat jour, uno specchio da terra e un pouf. Unica perplessità: il giorno in cui potrò permettermi una stanza per le scarpe, probabilmente ne possiederò un’infinità di paia.

Qualcosa mi dice che quelle in esubero potrò sempre conservarle in frigo…

Fantaconsigli per gli acquisti

spot-pubblicitari

L’altra sera, affondata tra i cuscini del mio divano, ero in pole position per godermi un film in prima serata su uno di quei canali che garantiscono la gioia di non pagare il canone tv ma in compenso riducono in poltiglia il cervello a suon di spot pubblicitari, della durata minima di un minuto e mezzo, uniti in “pacchetti” da dodici, con la curiosa caratteristica che sembrano non avere fine e che conducono nel completo oblìo mentale, tanto che dopo non ci si ricorda più il tipo di programma scelto.

Io li ho voluti vedere uno per uno, gli spot. A parte il leggero aumento del volume che si alza indipendemente dai nostri comandi e che costringe a contattare il centro Amplifon più vicino, mi sono divertita. Di certo non posso che sogghignare al pensiero di acquistare un detersivo che con una passata di spugna mossa dalla leggera pressione del mio dito indice mi toglie spessi strati di sporcizia, neanche le piastrelle della mia cucina fossero il fondo del trogolo di un porcile, un deodorante che mi garantisce la miracolosa rasatura al suolo dei peli delle ascelle e il sicuro risparmio dei trenta euro dall’estetista, il test di gravidanza che oltre a confermarmi la dolce attesa mi dice anche di quante settimane sono incinta e, poco ci manca, pure di chi.

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Ciao, fa miracoli!


L’altra sera, in motorino, mi sono affiancato a un Ciao fermo a un semaforo. Toh, ancora girano: io l’avevo attorno al 1987, e andava una lippa (o così ricordavo nostalgico). Guardando meglio, mi sono accorto trattarsi di mezzo nuovo di pacca (da qualche parte li fanno ancora, si vede) guidato da semigiovane. L’ho subito desiderato carnalmente (il Ciao, dico): minuscolo, con gli specchietti alti e tondi, i pedalini con catarifrangenti, la sella singola con le molle sotto, e mi son detto beh, vediamo come va, e al semaforo mi son messo in scia.

Risultato nemmeno ci riesci, ad andar così piano: nelle accellerazioni il pilota pedala, ed arrivato alla massima velocità (quel che io ricordavo “una lippa”, attorno ai 40 km/h), comincia a ondeggiare vistosamente. L’effetto è di un anacronismo così marcato da risultare commovente: tutti, comprese le bici, lo superavano rabbiosi, voltandosi indietro a fulminarlo con occhiate di commiserazione; lui appariva esposto alla furia della strada come un barchino fra le onde, sballottato dallo spostamento d’aria dei SUV che gli sgasavano in faccia.

Mentre lo abbandonavo al suo destino, pensavo all’Italia che ha progettato il Ciao, e che se ne sentiva rappresentata, paga del suo ronzio leggero, della leggerezza, dell’essenzialità delle ruote a raggi. Ho pensato in un attimo vedi che scarto, etico ed estetico, che si è consumato in trent’anni. Perché il Paese che girava con macchine che si chiamavano Giulietta (oggi si chiamano Qashqai, gli scooter come nomi hanno sigle aeronautiche), non era neanche più lento (anzi), ma davvero capace di guardare al futuro, e di produrre oggetti che facevano di sottrazione ed essenzialità la loro cifra espressiva, trovando una bellezza (una grazia), di cui siamo ancora qua, a domandarci il segreto.

- Andrea Punzi -

10 domande ai pubblicitari

Sono certa che almeno una volta nella vita vi sarete fatti queste domande.
Ancor meglio sarebbe stato poterle fare ai diretti interessati.
Be’, io non ho le risposte - sono ancora troppo novizia dell’ambiente – ma chissà che, pubblicandole sul blog di Grazia, non si faccia avanti qualche pubblicitario professionista per illuminarci.

1) Perché per promuovere prodotti antietà/dimagranti vengono scelte sempre modelle ventenni che evidentemente non hanno alcuna natura umana (la forza di gravità non ha effetto su di loro, il sole in picchiata sul viso non fa scoprire segni di imperfezioni, “sono gonfia” significa portare la 42)?

2) Perché le mamme hanno pochi più anni dei presunti figli, rendendo fisiologicamente impossibile il loro essere genitrici?

3) Perché in quei giorni dovrei avere voglia di fiondarmi da un aereo, fare la ruota per dimostrare di essere una conduttrice, prendere il treno e mettere l’assorbente sui bocchettoni d’areazione? Cioè, vi rendete conto che la vostra conoscenza in fatto di donne…

4) Vi trovate credibili quando dipingete la famiglia gaudiosa e sorridente alle 7 del mattino, con i pigiami belli stirati, i capelli ben pettinati e manco l’ombra di un’occhiaia?

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Piccolo dizionario pubblicitario

E insomma, basta schernirli: i pubblicitari sono pur sempre esseri umani e nella vostra vita vi capiterà di incontrarne qualcuno allo stato brado, se non è già successo.
Ecco dunque un piccolo dizionario che faciliterà la comunicazione con questa specie.

PORTFOLIO: raccolta dei lavori migliori (ma anche no) del pubblicitario. E’ come il book per una modella. Ma con più tette e culi.

ART DIRECTOR: il suo compito è rendere in un’immagine il messaggio pubblicitario.
Lavora in coppia con il copywriter, anche se pensa che nessuno legga veramente quel che c’è scritto in una pubblicità, dunque tutto dipende da lui.
L’art director è riconoscibile dagli occhialini con le lenti quadrate (questo anche se non ha problemi di vista), dalla t-shirt da teenager e dalle mille apparecchiature tecnologiche che gli spuntano dalle orecchie, tra le mani, intorno alla vita, dappertutto.

COPYWRITER:
vi siete mai chiesti dove finiscono tutti quelli che prendevano ottimo nei temi? Ecco.
Il copywriter si occupa dei testi nelle pubblicità. Lavora in coppia con l’art director, anche se pensa che, mentre l’immagine è l’esca, solo la forza delle parole può convincere la gente del messaggio, quindi tutto dipende da lui.
In effetti, chi non ha mai tentennato di fronte a quel “3×2” o “al solo costo di…”. Pura avanguardia.

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Troppo semplice, o complicatissima. Ecco la vita ideale secondo gli SPOT

Due spot, diversissimi nel “messaggio”, hanno suscitato dibattito in questi giorni. Il primo ha per protagonista la piccola “Giulia di Pisa”, che, con vocina saccente, dichiara che lei sa come affrontare la crisi economica. La smorfiosa risparmia perché preferisce “andare in bici piuttosto che in una supermacchina, la pizza al sushi, il salame al caviale e le vacanze dalla nonna a quelle in un resort”, il tutto annaffiato da abbondanti dosi di una bibita gassata e ipercalorica.

A parte il martellamento dello spot alla radio e in tv, dove si è inseguiti dal tormentone socialmente corretto a gustare “le cose semplici” anziché quelle alla moda, sembra che i pubblicitari che l’hanno ideato non abbiano mai sentito parlare della volpe e l’uva. Nella favola di Esopo, la volpe è costretta a rinunciare all’invogliante grappolo perché troppo in alto e si consola dicendo: «Tanto era sicuramente acerba». È l’invito a non svilire ciò che è fuori della nostra portata, poiché si fa la figura dei boriosi fingendo di disprezzare ciò che in realtà non ci si può permettere. Infatti, impazzano i commenti sul web che strigliano la fittizia Giulia per il pauperismo ipocrita e il pessimo gusto a tavola. “Il ragù vuole il vino e la pizza la birra, bestia!”, “Spendi meno, fai meno rutti e sei più sana con l’acqua del rubinetto!”, è il tono delle critiche. Sono furiosi anche sindaci e commercianti di molte località turistiche, per il chiaro invito a restare a casa per le vacanze, pasti inclusi: invitano al boicottaggio della celebre bibita perché «uccide il turismo».

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Uomini che odiano la pubblicità

Pubblicità.
Cosa vi fa venire in mente questa parola?
Lasciatemi indovinare: film interrotti sul più bello, volantini nei tergicristalli, Testimoni di Geova ed e-mail che offrono pillole blu in un italiano stentato.

A nessuno può piacere davvero la pubblicità.
Tranne a chi la fa, certo. Gli stessi che si illudono che la gente presti una reale e volontaria attenzione al loro lavoro. E che lo adorino, magari.

Ma nessuno considera quello del pubblicitario un bel mestiere. O anche solo un mestiere.
“Ah, e dovevi avere una laurea per fare quella roba lì? - mi sento ripetere ogni volta che dico come campo - A volte penso che gli spot che vedo in tv saprei farli anch’io. Ma meglio”. Non ne dubito.

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L’ospite di questa settimana: Flavia Brevi

L’ospite di questa settimana è Flavia Brevi, 25 anni, copywriter dell’agenzia Cookies adv. Flavia adora il suo lavoro e il suo blog “Simply ADdicted” ne è la conferma. Sul nostro blog ci farà scoprire il mondo della pubblicità attraverso gli occhi di chi ha trasformato una passione in un mestiere.

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