Grazia Perché non puoi aspettare

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Brivido freddo

Non è un po’ fastidioso quando arriva una moda nuova nel panorama letterario? Sì, insomma, questo filone iniziato anni fa e che pare inesauribile, con tutti questi scrittori nordici… Delle due l’una, o nessuno ha mai pensato prima che esistessero autori in Scandinavia, oppure erano loro a non sapere come si scrive un giallo fino a qualche anno fa.
Scherzi a parte, esiste anche questa favolosa serie TV della BBC dedicata a Wallander (il protagonista dei libri di Mankell) che non solo è girata da veri maestri, ma ha uno straordinario Kenneth Branagh nei panni del poliziotto svedese. Che trova un valido collega nel danese Robin Hansen…
Alba in un bosco nella campagna danese. Jacob Nellemann, brillante pubblicitario, cade a terra colpito a morte da una freccia. La vittima era in visita nella tenuta dell’amico di sempre, il ricco armatore - ed ex capitano delle forze speciali - Axel Nobel.

A Copenaghen l’ispettore capo Philipsen preferirebbe dedicarsi agli amati soldatini inglesi piuttosto che affrontare queste domande, ma deve affidarsi ancora una volta al commissario Robin Hansen, il “traditore” che ha scelto un comodo part-time per dedicarsi alla seconda moglie e alla sua nuova famiglia allargata. Hansen, del resto, si godrebbe volentieri gli ultimi scampoli delle vacanze ma accetta l’incarico: scapigliato come sempre, calzini spaiati e occhiaie da videogame, con lo sguardo sfuggente di chi è altrove, magari sull’adorata Cormoran, un quaranta piedi troppo spesso ormeggiato alla banchina. La sua indagine sconfina presto ben oltre la tesi dell’incidente di caccia e trasforma possibilità remote in probabilità evidenti, portandolo lontano, fin sull’Isola degli Orsi, nelle Svalbard, dove Nellemann e Nobel erano naufragati due anni prima in circostanze misteriose. In Norvegia Hansen viene catapultato in una realtà surreale e affascinante, abitata da uomini che osservano il cielo e studiano i misteri dei venti mentre il mare, piano piano, riporta a galla i pezzi di una storia che qualcuno vorrebbe tenere segreta.
Il Passeggero, dell’esordiente chirurgo Steffen Jacobsen, è un solido poliziesco, scritto con indiscutibile classe e che traccia una scia di sangue, tra soldi, onore e lealtà, nel mondo degli uomini ricchi, con milioni di dollari di azioni a disposizione e i loro avveniristici yacht. Non solo, è anche un ottimo sailboat novel, nella tradizione dei migliori di Bernard Cornwell.

Definito dalla critica come “una boccata d’aria fresca nella letteratura poliziesca danese”, Jacobsen dimostra un mirabile talento nel disegnare i suoi personaggi con solo pochi tratti caratteristici, e con un grande senso dell’umorismo. E il lettore in effetti viene attratto più dalla trama, da come l’investigatore affronta le situazioni, che dal desiderio di scoprire il colpevole. Che, nonostante appunto questa ormai insopportabile moda di scoprire scrittori gialli nordici, credo sia proprio quello ciò che cerca chi legge questo tipo di romanzi…
Validissimo.

Due cuori e un fornello: prima ricetta

Esistono tanti modi di cucinare il pollo, ma il mio pre- ferito è quello ridotto a bocconcini e sfumato al marsala. Essendo una tradizione di famiglia, non ho idea da dove arrivi, so solo che mia madre lo cucina da sempre. È stata la prima ricetta che ho sperimentato completamente da sola e con il tempo è diventato il mio salvagente culinario. E, soprattutto, è in cima alla lista del mio menu familiare, dato che il Convivente ne va matto.

Pollo a pezzettini della mamma di Fiamma (4 persone)

Ingredienti: 500 gr di petto di pollo, 200 gr di farina, 80 gr circa di burro, mezzo bicchiere di marsala, sale, pepe.
Preparazione: Versate la farina in un piatto e aggiungete un pizzico abbondante di sale. Tagliate il pollo a bocconcini e tuffateli nella farina. Fate sciogliere metà del burro in una padella larga a fuoco medio, raccogliete i pezzi di pollo in- farinati, sbattete via la farina in eccesso, buttateli in padella e lasciateli soffriggere a fuoco medio-alto finché non si sarà formata una crosticina. Se il fondo della padella dovesse sec- carsi, aggiungete a piccoli fiocchi, qua e là, del burro. Alzate la fiamma e versate il marsala sul pollo, non preoccupatevi se prende fuoco, anzi l’effetto flambé aiuta la creazione del famo- so sughetto che nasce dall’unione di burro (tanto burro), fari- na e marsala. Lasciate cuocere un altro paio di minuti a fuoco medio e servite ben caldo, colando nei piatti tutto il burroso fondo di cottura.
(Tratto da “Due cuori e un fornello”, Ilaria Mazzarotta, Kowalski)

L’ospite della settimana: Ilaria Mazzarotta di Due cuori e un fornello

“È buona educazione quando si arriva una festa, in una casa che non si conosce, portare una bottiglia di buon vino o un dolce, salutare i padroni di casa, levarsi il soprabito con GRAZIA, guardarsi intorno e lasciarsi guardare”.

Così cominciava quasi tre anni fa il mio primo post sul blog di Grazia. Ne è passato di tempo da quell’invito!
Il mio blog “Ozioaffaccendato“ era (ed è ancora, ma con meno costanza) il diario su cui scrivevo i miei pensieri e le mie prime impressioni di ventenne romana traslocata a Milano. Già in quel blog ogni tanto traspariva una delle mie più grandi passioni: cucinare!
Poi è arrivata una richiesta di convivenza con l’uomo che ancora oggi ho accanto e ritrovarmi ogni sera ai fornelli per preparare piatti sempre semplici e speciali è diventato uno dei modi che ho per esprimere il mio amore verso di lui, i suoi amici, i nostri parenti e tutti coloro i quali di tanto in tanto sono passati per casa nostra.

Da un anno e poco più mi diverto a raccontare sul blog “Due cuori e un fornello” il mio amore (coltivato da totale autodidatta) per la cucina e le questioni legate alla convivenza (anche qui, nel bene e nel male, ho imparato a farlo tutto da sola. E ancora sto studiando).
Consigli su come farsi amare e battere in cucina la suocera, siti curiosi per scoprire nuovi utensili, eventi culinari, soluzioni per cucinare le verdure e far sì che anche il vostro uomo le apprezzi e, soprattutto, tante ricette: ecco cosa troverete sul mio blog. Se questa settimana sono ospite di Grazia è perché il blog di cui vi sto parlando è diventato un libro, edito dalla Kowalski, dal titolo omonimo: “Due cuori e un fornello. Convivenza con cucina”.
Un racconto di vita e d’amore intervallato da ricette, o meglio nel quale, pagina dopo pagina, vi capiterà di trovare tante ricette semplici, familiari e adatte alla vita di coppia di tutti giorni.
Buona lettura e buon appetito!

Una donna tutta d’un pezzo

Ayn Rand è una donna che mi sarebbe piaciuto conoscere. Non è un caso che, di recente, siano uscite in America due biografie della grandissima autrice “Ayn Rand and the world she made” di Ann Heller e “Goddess of the market” di Jennifer Burns. Non è un caso, infatti, che evidentemente il pensiero della Rand stia recuperando grande attenzione, per non scordare che in qualche modo fu la salvezza dell’America con la presidenza Reagan dopo il (per molti disastroso) periodo Carter.
La filosofia randiana esalta la figura dell’imprenditore senza scrupoli, promuove egoismo e danaro quali valori positivi e irrinunciabili. Non può trovare quindi accoglienza nella tendenza massimalista odierna, poco liberale, dove il rigore morale privo di compassione (l’egoismo randiano) non può essere ritenuto un valore, ma un’aberrazione da respingere. Forse proprio in quest’ottica, il capolavoro di Ayn Rand, se letto con occhio diverso e privo di preconcetti, può essere un interessante spunto di riflessione.

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Quando si stava peggio

La Nostra Guerra Voi sapete che non amo particolarmente gli autori italiani. Non è mica snobberia, davvero. È che li trovo tutti un po’ inconcludenti, insoddisfacenti. Un po’ come vedere Fazio che intervista, che so, Michelle Pfeiffer. Ci sarebbe anche un buon potenziale, ma sai già che sprecherà l’occasione. Però non so voi, ma io sono sempre stato un po’ affascinato dal periodo fascista. Non certo per l’ideologia o il clima sociale, ma per due aspetti che, a dirli, fanno un po’ sorridere.
Il primo è il generale senso di comicità che l’italica nazione suscitava, così tutta impegnata a prendersi sul serio. Persino i vecchi filmati in bianco e nero, tutti accelerati, contribuiscono a dare un po’ l’idea di ilarità. Tutti lì, tutti seri, tutti veloci, tutti (tutti?) così convinti. L’altro aspetto è la luce. La luce dei luoghi, delle città, quella luce che sembra così intensa, con quei cieli che paiono così più tersi di oggi. Quel sole…
E poi meno auto, meno traffico, meno cemento, meno caos. Ho sempre pensato che una settimana in giro per l’Italia del 1940, con la macchina del tempo, sarebbe un’esperienza affascinante (no, nel ’50 no, perché credo ancora troppo incomberebbero – e Piovene me lo conferma – le macerie del dopoguerra).

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Chi diavolo è Virginia Woolf?

Se mi chiedessero quale tra le scrittrici inglesi classiche preferisco in quanto ad opere, la mia scelta cadrebbe probabilmente su Jane Austen. Se la domanda riguardasse invece la donna in sé, con il suo carattere, il suo mistero, la sua personalità, sceglierei senza dubbio Virginia Woolf. Per alcuni anni – ero molto piccolo – restò in me davvero il mistero su chi fosse questa signora. Da quando, incoraggiato da mio padre, seguii una sera quel capolavoro di film che è Chi ha paura di Virginia Woolf?, in cui una Liz Taylor e un Richard Burton in splendida forma passano gran parte del tempo a litigare tra le rovine del loro matrimonio – si può dire vero e fittizio - dicendosi cose terribili, in un serratissimo e devastante dialogo. In realtà, diedi per scontato per anni che VW fosse, oltre che la marca del nostro Beetle, un personaggio inventato e di contorno nel film. Un giorno - avrò avuto 11 anni, gli stessi del film, btw – scoprii, senza peraltro averlo mai chiesto prima a nessuno, forse per timore di figuracce, che la Woolf era una scrittrice. Una bravina, anche. Una che nel 1941, dopo aver dato alla letteratura del Novecento alcune delle sue opere più belle, si toglie la vita annegandosi nel fiume Ouse.
Nel 1953 il marito Leonard Woolf decide di raccogliere in volume una selezione tratta dai diari della moglie, incentrata su tutto ciò che riguarda lo scrivere e la sua attività di romanziera e critica letteraria. Quarant’anni di scritti condensati in 300 pagine riproposte di recente da Minimum Fax, privilegiando i brani in cui Virginia parlava del suo lavoro di scrittrice, di critica letteraria, dei suoi incontri con altri scrittori.

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Le Regole e L’Ordine

Una domanda che vorrei davvero rivolgere ai migliori editor di narrativa straniera, là fuori è: da almeno 4 o 5 anni, perché si fa di tutto affinché i migliori (dai, sarò buono e correggerò in “alcuni dei migliori”) thriller là fuori in Italia non vengano tradotti?
Ce ne siamo accorti, ad esempio, quando la più grossa casa editrice ha mollato la bellissima serie di Gabriel Allon, scritta da Daniel Silva (fortunatamente poi ripresa da un piccolo editore).
È vero che è caduto il muro di Berlino e tutto il resto, ma all’improvviso sembra che nessun romanzo sia interessante, se dentro non c’è almeno un manoscritto apocrifo destinato a far sudare freddo il Vaticano, una caccia a qualche sito archeologico che nasconde segreti letali o una schiera di vampiri adolescenti che saltano tra gli alberi.
L’anno scorso però, abbiamo visto questo. Di cui è appena uscito il sequel: Le Regole della Vendetta. Ritorna quindi il medico-senza-frontiere Jonathan Ransom la cui moglie Emma era scomparsa misteriosamente per poi riapparire (ma sarà vero?) come agente segreto di una “divisione” governativa intoccabile e misteriosa.
Ora, sono pochi i casi in cui un sequel è degno della prima puntata, ma nel caso di Reich – nonostante la copertina terribile - si tratta di una notevole eccezione: lo stile ed il talento narrativo qui sono all’altezza del primo romanzo e la storia stessa riparte da dove “L’Inganno” era terminato. Ricco di tensione e di colpi di scena che davvero non vedi arrivare, Le Regole della Vendetta vede in azione una coppia in stile Duplicity, ma in una storia molto più serrata, come quella di The International. Inseguimenti, agguati, frenetici spostamenti da un continente all’altro, è la formula del miglior thriller alla Ken Follett dei primi anni ’80 o se preferite alla Robert Ludlum de Il Mosaico di Parsifal o Aquitania.
Lo stesso vale per L’Ordine della Luce, il cui protagonista, il problematico detective Jack McClure deve rintracciare la figlia del Presidente Eletto, rapita da un gruppo di fanatici credenti, mentre il Presidente in carica (in qualche modo ispirato a George W. Bush, incluse le sue manie religiose) persegue un’agenda ben diversa, dando luogo ad inganni e complotti nella migliore tradizione di serie TV come 24.
Anche qui, il contrasto tra una linea di governo conservatrice ed una futura molto più progressista è la base – ispirata alle vicende della realtà raccontate dai giornali - per lo sviluppo di una trama che riesce nella sua credibilità e nella resa della suspense.
Lustbader è l’autore di quel piccolo capolavoro anni ’80 che fu Il Ninja, e se è vero che non è oggi all’altezza di Ludlum nel continuare la saga di Jason Bourne, dà però il meglio di sé in questi thriller stand-alone che gli lasciano le mani assai più libere.
Se Grisham non fa per voi e vi addormentate leggendo Dan Brown (a me è successo!) queste sono le nuove frontiere del thriller, oggi: vale la pena esplorarle.

Under the Dome


Vi ho già detto che non sopporto Stephen King? Sì, vero? Non sopporto neppure quelli che lo pronunciano “Stifen King”, o “Stepen”, che è anche peggio. Però è vero che, pur nella sua prolissità e nel suo approccio sempre un po’ infanticentrico alla caratterizzazione narrativa, ogni tanto sforna quello che si può dire un libro davvero notevole.

E’ il caso dell’ultimo, corposo The Dome (parto non facile per lo scrittore, che pensa a questo romanzo da molti anni e ne ha curato personalmente la copertina che vedete sopra), che è uno di quei libri che compri solo per la premessa geniale: in una tiepida mattina d’autunno a Chester’s Mill, nel Maine, una specie di cupola trasparente cala sulla cittadina, tranciando in due tutto quello che si trova lungo il suo perimetro: cose, animali, persone - una ghigliottina invisibile. Gli aerei si schiantano contro la misteriosa, impenetrabile lastra di vetro ed esplodono in mille pezzi, l’intera area - con i suoi duemila abitanti - resta intrappolata all’interno, isolata dal resto del mondo.

Chi è dentro è dentro, chi è fuori, resta fuori.

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Le mule

Dita di dama + La Mula

Tre lavoratrici. Tre operaie. Tre femmine.

Due sono Francesca e Maria, sono cugine e amiche: vivono a due piani diversi in un palazzo popolare di Casal Bertone. Hanno trascorso un’infanzia da quasi gemelle ma la vita le divide, finite le elementari: Francesca va alle medie, al liceo e poi a Legge. Maria, che pure è la più brava, all’avviamento, lì dove dagli undici anni capivi che avresti studiato quel po’ che serviva per “avviarti” al lavoro. E indifferente ai suoi pianti, il posto glielo trova il padre, in fabbrica, dove sedicenne, con dita delicate ed un seno esagerato, attira-sguardi, a settembre del ‘69 si trova alla catena di montaggio.
Quello di Chiara Ingrao è un romanzo, crudo, forte, di donne al lavoro, di donne in fabbrica, alla lotta, nell’autunno caldo del 1969, la stagione che cominciò con il rinnovo del contratto dei metalmeccanici e che portò un anno dopo allo Statuto dei lavoratori. Vita e morte dei sogni nello stabilimento della periferia romana che, producendo televisori, all’epoca tecnologie avanzate, si avvaleva di mani femminili. Di Dita di Dama.

L’altra lavoratrice è sì femmina, ma non donna. Ma state tranquille, è ugualmente indifesa. Si chiama Valentina, è una mula. Si è persa, durante questa guerra assurda. Ora però si è persa e l’ha trovata Juan Castro Perez, un semplice stalliere. Pur simpatizzando per i nazionalisti, castro è stato arruolato tra le fila dei comunisti della sua regione, improvvisandosi maniscalco. Lui cerca in tutti i modi di non combattere per una causa in cui non crede, finché diserta e si unisce ai nazionalisti. Ma, in verità, chissenefrega? Che cosa cambierà per Juan Castro una volta che a Franco sarà riuscito di concretizzare la fregola nazionalista, coi suoi bravi compagni di merende, Adolf e Benito?
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Paura, Mr Simmons!

Paura. Tanta. Tanto che molti di voi salteranno sulla sedia. E tanto per cominciare, salteranno per questo: non sopporto Stephen King. Ci ho provato, badate. Credo anche che Stand By Me sia uno dei racconti più belli mai scritti (e dei film più incantevoli). Ma King, con la sua prolissità, con la sua sempre eccessiva attenzione al mondo dei bambini, con il paranormale sempre dappertutto, dalla ragazzina fiammifero, al cane, alla macchina nera. E bbbaaaaasta…

Se devo farmela sotto preferisco allora Dan Simmons. Mentre King ti avverte che stai per ricevere un’accetta nella schiena, Simmons ti coglie assolutamente impreparato. ¶ Leggi il resto…

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