1 - Sono partito da Milano per Mosca e sono arrivato in una Milano più grande.
A San Pietroburgo dicono che i moscoviti sono persone fredde e ossessionate dal lavoro; cioé, più o meno le stesse cose che dicono a Roma dei milanesi. Io non so se Milano e Mosca si somigliano davvero. So solo che la mia permanenza a Mosca è stata una Via Crucis di coincidenze.
Per quel che ho visto, la periferia moscovita è una specie di Segrate con più betulle. Sono stato in due locali di Mosca: Karma e Propaganda, come due storiche discoteche milanesi. E nel cortile di un museo moscovita c’è un grosso coso metallico dall’aria familiare; è una replica del Disco di Pomodoro, quello in piazza Meda, a Milano.
Ma soprattutto, il primo cinema che ho incontrato a Mosca ospitava una rassegna di film lombardi. Neanche italiani: lombardi. Uno va a Mosca e, invece dei ritratti di Lenin, ci trova i poster di Tognazzi.
2 - La Russia e l’Italia hanno parecchie cose in comune: ad esempio, il culto della Dea Auto. I russi hanno imparato subito la prima regola del Capitalismo for Dummies: chi guida la macchina più grossa è il Re della Foresta.
Il parco macchine russo è lo specchio di un Paese così indietro, o così avanti, da ignorare il concetto di classe media. I ricchi sfrecciano sugli stradoni multicorsia moscoviti con la stessa arroganza e gli stessi Cayenne dei bovari brianzoli. Nelle vetrine delle concessionarie domina il marchio Ferrari. I più megalomani si spostano su limousine a sei ruote.
Dall’altro lato della strada parcheggiano i poveracci, a bordo di vecchie Lada, Trabant e Skoda: scatolette costruite negli anni 50 per funzionare nella steppa a quaranta gradi sottozero e, non a caso, sopravvissute fino ad oggi.
3 - Mi fa tenerezza chi pensa ancora che con l’inglese si vada ovunque. Sulla base delle mie modeste esperienze di viaggio, posso dire che in parecchi posti l’inglese lo parlano solo i turisti, e neanche tutti. Due esempi: l’Italia e la Russia.
I russi sono completamente immuni all’idea che qualcun altro possa parlare una lingua diversa dalla loro. Se si accorgono che non li capisci, la loro soluzione standard è ripetere alzando la voce, come se il problema fosse il volume. Si comportano, insomma, da perfetti italiani.
Per gli amanti della psichedelia, da non perdere le soap opera sudamericane alla tivù russa. Non sono neanche doppiate: sono tradotte in tempo reale. Pablo e Carmencita pronunciano le battute in spagnolo con la solita enfasi; sopra c’è una voce, una sola per tutti gli attori, che legge la traduzione in russo con un secondo di ritardo. Il tono è lo stesso degli annunci ferroviari.
Uno spettacolo straniante.
4 - La parola slava Zar, talvolta riportata come Czar, è una storpiatura del latino Caesar, imperatore. Il sovrano russo Ivan il Terribile fu il primo ad attribuirsi il titolo di Zar. Ciò avvenne nel 1546, quando Ivan aveva sedici anni: un’età da discoteca di pomeriggio e impennate col motorino. Sembra un dettaglio, ma tenetelo a mente.
L’appellativo Terribile era chiaramente riferito al suo stile. Ivan, infatti, andava in giro bardato di gioielli come un gangsta rapper. Il suo primo gesto da regnante, inoltre, fu regalare una padellata di gemme assortite a ogni dama di corte. E si deve a lui la costruzione della cattedrale di San Basilio, un edificio che in quanto a sobrietà fa il paio con Gardaland.
I suoi successori, chi più chi meno, rimasero fedeli a quella linea. L’ultimo Zar, Nicola II Romanov, venne fucilato sugli Urali nel 1918; ufficialmente per motivi politici, in realtà per impedirgli di lanciare la moda del rubino nel dente. Seguirono settant’anni di grigiore comunista.
Da quando è crollato il muro, il popolo russo è nuovamente libero di seguire la sua profonda natura zarista. Che, non a caso, incontra lo stile italiano: quindi cinture di Dolce & Gabbana con enormi fibbie antiproiettile, mutande di Armani con l’elastico fuori dai jeans e scarpe made in Italy rigorosamente a punta.
Di qui la parola Zarro.





Voi sapete che non amo particolarmente gli autori italiani. Non è mica snobberia, davvero. È che li trovo tutti un po’ inconcludenti, insoddisfacenti. Un po’ come vedere Fazio che intervista, che so, Michelle Pfeiffer. Ci sarebbe anche un buon potenziale, ma sai già che sprecherà l’occasione. Però non so voi, ma io sono sempre stato un po’ affascinato dal periodo fascista. Non certo per l’ideologia o il clima sociale, ma per due aspetti che, a dirli, fanno un po’ sorridere.





Amo l’Asia e lo sanno tutti. Amo anche gli uomini indiani, almeno quelli alti. Perché spesso sono piccoletti, con le guance un po’ da criceto e un’incipiente pancetta. E fin qui niente di male. Il punto è che di solito sono dolcissimi, cortesi, disponibili, appassionati… fino a che si sposano!

Nel momento in cui leggerete questo articolo sapremo chi ha vinto le elezioni. Ma, a prescindere da chi governerà e chi sarà all’opposizione, vorremmo lanciare, nel nostro piccolo, in anticipo un appello: potete, per cortesia, cercare di andare almeno un po’ d’accordo per lavorare insieme a fronteggiare le emergenze più gravi del Paese? Lo so, il tono è un po’ banale, troppo colloquiale, quasi familiare, ma una psicologa, che abbiamo intervistato all’inizio della campagna elettorale, ci ha spiegato che noi proprio questo siamo: una famiglia che sta vivendo un brutto momento perché “i genitori” litigano continuamente davanti ai “figli” e soprattutto sono così presi dalle loro beghe, da perdere di vista l’interesse comune. Quindi vi pregheremmo, quali che siano i risultati dei voti, di abbassare i toni, smetterla di darvi sempre torto per ripicca e tentare di collaborare per il bene del Paese. Gli esperti ci spiegano (dobbiamo dirvelo noi?) che le riforme istituzionali non riuscirete mai a farle se non troverete un accordo. E lo stesso discorso vale per l’emergenza economica, per i costi e l’inefficienza dello stato, per i problemi del lavoro, della sicurezza…
Prendiamo, ad esempio, le tecnologie. Le donne italiane che le utilizzano sono molte meno degli uomini. Delle poche che stanno davanti a un pc, la maggior parte lo fa per lavoro e non per piacere.























Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.