Era un bambino più piccolo di me ed era stato molto desiderato. Arrivò quando la mamma non era più giovane e fu trattato subito come fosse di vetro soffiato. Abitavamo a un passo di distanza e volevamo tutti un gran bene a quel piccino iperprotetto. Accettammo che ogni possibile passaggio pericoloso sulle scale fosse coperto da reti protettive, mentre in casa sua finestre e balconi diventarono come le aperture di un supercarcere.
D’inverno non usciva mai, se non per andare a scuola imbacuccato come Babbo Natale. L’estate era insidiosissima per le correnti d’aria. Ricordo che, tornando dal mare, una domestica doveva inseguirlo sempre con un cardigan di lana e imporglielo a una certa curva. Per timore di dimenticarsene, la povera donna glielo infilava sulla spiaggia. Così, oltre al tormento per il caldo torrido, raffreddori e influenze fuori stagione non si contavano. Sulla spiaggia era pericoloso andare scalzi: c’era il rischio che qualcosa danneggiasse i piedini del bimbo (che erano ormai piedoni). Quando per un gesto pietoso, la spericolata operazione veniva compiuta, invariabilmente il piccino si trovava una spina ficcata nell’alluce.
Crescendo, quel ragazzo, protetto in gioventù come nell’infanzia, non ha mai avuto una fidanzata. Di grande intelligenza e bontà, di studi scientifici scrupolosi, alla morte dei genitori è entrato in convento. Queste drammatiche circostanze - di cui sono stato testimone diretto e alle quali non ho aggiunto (purtroppo) una sola parola frutto della mia fantasia - dimostrano che l’eccesso di affetto può essere rovinoso. ¶ Leggi il resto…





























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