Voi sapete che non amo particolarmente gli autori italiani. Non è mica snobberia, davvero. È che li trovo tutti un po’ inconcludenti, insoddisfacenti. Un po’ come vedere Fazio che intervista, che so, Michelle Pfeiffer. Ci sarebbe anche un buon potenziale, ma sai già che sprecherà l’occasione. Però non so voi, ma io sono sempre stato un po’ affascinato dal periodo fascista. Non certo per l’ideologia o il clima sociale, ma per due aspetti che, a dirli, fanno un po’ sorridere.
Il primo è il generale senso di comicità che l’italica nazione suscitava, così tutta impegnata a prendersi sul serio. Persino i vecchi filmati in bianco e nero, tutti accelerati, contribuiscono a dare un po’ l’idea di ilarità. Tutti lì, tutti seri, tutti veloci, tutti (tutti?) così convinti. L’altro aspetto è la luce. La luce dei luoghi, delle città, quella luce che sembra così intensa, con quei cieli che paiono così più tersi di oggi. Quel sole…
E poi meno auto, meno traffico, meno cemento, meno caos. Ho sempre pensato che una settimana in giro per l’Italia del 1940, con la macchina del tempo, sarebbe un’esperienza affascinante (no, nel ’50 no, perché credo ancora troppo incomberebbero – e Piovene me lo conferma – le macerie del dopoguerra).
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Quando si stava peggio
Chi diavolo è Virginia Woolf?
Se mi chiedessero quale tra le scrittrici inglesi classiche preferisco in quanto ad opere, la mia scelta cadrebbe probabilmente su Jane Austen. Se la domanda riguardasse invece la donna in sé, con il suo carattere, il suo mistero, la sua personalità, sceglierei senza dubbio Virginia Woolf. Per alcuni anni – ero molto piccolo – restò in me davvero il mistero su chi fosse questa signora. Da quando, incoraggiato da mio padre, seguii una sera quel capolavoro di film che è Chi ha paura di Virginia Woolf?, in cui una Liz Taylor e un Richard Burton in splendida forma passano gran parte del tempo a litigare tra le rovine del loro matrimonio – si può dire vero e fittizio - dicendosi cose terribili, in un serratissimo e devastante dialogo. In realtà, diedi per scontato per anni che VW fosse, oltre che la marca del nostro Beetle, un personaggio inventato e di contorno nel film. Un giorno - avrò avuto 11 anni, gli stessi del film, btw – scoprii, senza peraltro averlo mai chiesto prima a nessuno, forse per timore di figuracce, che la Woolf era una scrittrice. Una bravina, anche. Una che nel 1941, dopo aver dato alla letteratura del Novecento alcune delle sue opere più belle, si toglie la vita annegandosi nel fiume Ouse.
Nel 1953 il marito Leonard Woolf decide di raccogliere in volume una selezione tratta dai diari della moglie, incentrata su tutto ciò che riguarda lo scrivere e la sua attività di romanziera e critica letteraria. Quarant’anni di scritti condensati in 300 pagine riproposte di recente da Minimum Fax, privilegiando i brani in cui Virginia parlava del suo lavoro di scrittrice, di critica letteraria, dei suoi incontri con altri scrittori.
Date, Set, Match!
Questo è un post lungo. E pieno di verità scomode. Non lamentatevi di nessuno dei due aspetti.
Dicono le donne che l’80 per cento di noi maschi è banale, non interessante, poco stimolante. 15-0.
Lo sono anche l’80% delle donne. 15 pari.
Dicono le donne che l’80 per cento di noi è un disastro a letto. 30-15.
Lo sono anche l’80% delle donne. 30 pari.
Leggendo le varie blogger – leggere i blog di donne è quasi la stessa cosa che sentirle chiacchierare tra loro quando ne incontri a gruppi nei locali - si ha accesso al pensiero di una fascia abbastanza ristretta della popolazione femminile. Si direbbero sveglie, intellettuali, riflessive, introspettive, sensibili, un tantino esibizioniste. Ed esigenti.
Quante sono? Un 20% del totale?
Al centro del desiderio di queste donne c’è incontrare un uomo che possano definire più intelligente e più sensibile della media. Uno di quelli che ti ascoltano, che fanno di tutto per capirti, che producono conversazioni interessanti, che acettano di mettersi in gioco uscendo dal ruolo del maschio leader/cacciatore/duro e prevedibile. Che hanno una parte femminile importante dentro, e l’accettano più che negarla.
Una buona parte di queste donne hanno ben presente ciò che vogliono. Sono determinate, decise, per lo più forti. E spaventano l’80% dei maschi. Che però, a loro, non interessano. Perché sono banali, etc., etc.
Il problema maggiore di queste donne è che quel 20% di noi maschietti, che sono così interessanti, è un asset che non sanno bene come gestire.
Le Regole e L’Ordine
Una domanda che vorrei davvero rivolgere ai migliori editor di narrativa straniera, là fuori è: da almeno 4 o 5 anni, perché si fa di tutto affinché i migliori (dai, sarò buono e correggerò in “alcuni dei migliori”) thriller là fuori in Italia non vengano tradotti?
Ce ne siamo accorti, ad esempio, quando la più grossa casa editrice ha mollato la bellissima serie di Gabriel Allon, scritta da Daniel Silva (fortunatamente poi ripresa da un piccolo editore).
È vero che è caduto il muro di Berlino e tutto il resto, ma all’improvviso sembra che nessun romanzo sia interessante, se dentro non c’è almeno un manoscritto apocrifo destinato a far sudare freddo il Vaticano, una caccia a qualche sito archeologico che nasconde segreti letali o una schiera di vampiri adolescenti che saltano tra gli alberi.
L’anno scorso però, abbiamo visto questo. Di cui è appena uscito il sequel: Le Regole della Vendetta. Ritorna quindi il medico-senza-frontiere Jonathan Ransom la cui moglie Emma era scomparsa misteriosamente per poi riapparire (ma sarà vero?) come agente segreto di una “divisione” governativa intoccabile e misteriosa.
Ora, sono pochi i casi in cui un sequel è degno della prima puntata, ma nel caso di Reich – nonostante la copertina terribile - si tratta di una notevole eccezione: lo stile ed il talento narrativo qui sono all’altezza del primo romanzo e la storia stessa riparte da dove “L’Inganno” era terminato. Ricco di tensione e di colpi di scena che davvero non vedi arrivare, Le Regole della Vendetta vede in azione una coppia in stile Duplicity, ma in una storia molto più serrata, come quella di The International. Inseguimenti, agguati, frenetici spostamenti da un continente all’altro, è la formula del miglior thriller alla Ken Follett dei primi anni ’80 o se preferite alla Robert Ludlum de Il Mosaico di Parsifal o Aquitania.
Lo stesso vale per L’Ordine della Luce, il cui protagonista, il problematico detective Jack McClure deve rintracciare la figlia del Presidente Eletto, rapita da un gruppo di fanatici credenti, mentre il Presidente in carica (in qualche modo ispirato a George W. Bush, incluse le sue manie religiose) persegue un’agenda ben diversa, dando luogo ad inganni e complotti nella migliore tradizione di serie TV come 24.
Anche qui, il contrasto tra una linea di governo conservatrice ed una futura molto più progressista è la base – ispirata alle vicende della realtà raccontate dai giornali - per lo sviluppo di una trama che riesce nella sua credibilità e nella resa della suspense.
Lustbader è l’autore di quel piccolo capolavoro anni ’80 che fu Il Ninja, e se è vero che non è oggi all’altezza di Ludlum nel continuare la saga di Jason Bourne, dà però il meglio di sé in questi thriller stand-alone che gli lasciano le mani assai più libere.
Se Grisham non fa per voi e vi addormentate leggendo Dan Brown (a me è successo!) queste sono le nuove frontiere del thriller, oggi: vale la pena esplorarle.
Under the Dome
Vi ho già detto che non sopporto Stephen King? Sì, vero? Non sopporto neppure quelli che lo pronunciano “Stifen King”, o “Stepen”, che è anche peggio. Però è vero che, pur nella sua prolissità e nel suo approccio sempre un po’ infanticentrico alla caratterizzazione narrativa, ogni tanto sforna quello che si può dire un libro davvero notevole.
E’ il caso dell’ultimo, corposo The Dome (parto non facile per lo scrittore, che pensa a questo romanzo da molti anni e ne ha curato personalmente la copertina che vedete sopra), che è uno di quei libri che compri solo per la premessa geniale: in una tiepida mattina d’autunno a Chester’s Mill, nel Maine, una specie di cupola trasparente cala sulla cittadina, tranciando in due tutto quello che si trova lungo il suo perimetro: cose, animali, persone - una ghigliottina invisibile. Gli aerei si schiantano contro la misteriosa, impenetrabile lastra di vetro ed esplodono in mille pezzi, l’intera area - con i suoi duemila abitanti - resta intrappolata all’interno, isolata dal resto del mondo.
Chi è dentro è dentro, chi è fuori, resta fuori.
Prima di darci un taglio
Se c’è una cosa che detesto, sono le donne che quando non sanno cosa fare vanno a tagliarsi i capelli. E lo so che state pensando: «Beh, è un problema tuo». Purtroppo per voi, non è così. E’ un problema vostro.
I capelli in una donna sono un particolare molto importante. Certo, per quegli uomini che “basta che una respiri”, che vi siate acconciate dal migliore in città o ad Auschwitz o nella galleria del vento a Maranello non farà molta differenza.
Il vostro problema, però, è che quel tipo di uomini in genere non vi interessa. Il genere che vi interessa, invece, può decidere se vale la pena invitarvi fuori a cena anche solo in base a come vi siete tagliate i capelli. Perché?
Perché - fatevene una ragione - nel 95% dei casi una donna con un’acconciatura sbagliata a noi uomini sembra una deficiente.
E non c’è niente di peggio di una donna con capelli bellissimi tagliati a cavolo. Ecco dunque alcune semplici regole da non dimenticare:
La lunghezza conta. Molti di noi lo negano (andiamo, anche molte di voi lo negano, però sappiamo che non è vero, no?), ma quando ci arrivate a casa, o al 5° appuntamento, con i capelli che non vi arrivano neppure alla spalla, pensiamo «Oddio che disastro!» e dentro di noi qualcosa si incrina. A 35 anni suonati, il taglio corto NON vi fa sembrare più giovani: vi fa sembrare una quarantenne enne frustrata che cerca di sembrare più giovane. (E quelli che lo negano sono gli stessi ai quali basta che respiriate).
Neppure la Zeta-Jones stava bene col caschetto. Gli anni ’20 sono passati da quasi un secolo. E, detto tra noi, quel look faceva pena anche allora. Catherine non è mai stata ridicola come in Chicago e persino Kristin Scott Thomas – principessa del fascino - col caschetto, in Largo Winch, sembra una demente. Uscireste con uno che ha un’acconciatura come Nick Rhodes dei Duran anni ’80? Bene, il caschetto è molto peggio. ¶ Leggi il resto…
Le mule
Tre lavoratrici. Tre operaie. Tre femmine.
Due sono Francesca e Maria, sono cugine e amiche: vivono a due piani diversi in un palazzo popolare di Casal Bertone. Hanno trascorso un’infanzia da quasi gemelle ma la vita le divide, finite le elementari: Francesca va alle medie, al liceo e poi a Legge. Maria, che pure è la più brava, all’avviamento, lì dove dagli undici anni capivi che avresti studiato quel po’ che serviva per “avviarti” al lavoro. E indifferente ai suoi pianti, il posto glielo trova il padre, in fabbrica, dove sedicenne, con dita delicate ed un seno esagerato, attira-sguardi, a settembre del ‘69 si trova alla catena di montaggio.
Quello di Chiara Ingrao è un romanzo, crudo, forte, di donne al lavoro, di donne in fabbrica, alla lotta, nell’autunno caldo del 1969, la stagione che cominciò con il rinnovo del contratto dei metalmeccanici e che portò un anno dopo allo Statuto dei lavoratori. Vita e morte dei sogni nello stabilimento della periferia romana che, producendo televisori, all’epoca tecnologie avanzate, si avvaleva di mani femminili. Di Dita di Dama.
L’altra lavoratrice è sì femmina, ma non donna. Ma state tranquille, è ugualmente indifesa. Si chiama Valentina, è una mula. Si è persa, durante questa guerra assurda. Ora però si è persa e l’ha trovata Juan Castro Perez, un semplice stalliere. Pur simpatizzando per i nazionalisti, castro è stato arruolato tra le fila dei comunisti della sua regione, improvvisandosi maniscalco. Lui cerca in tutti i modi di non combattere per una causa in cui non crede, finché diserta e si unisce ai nazionalisti. Ma, in verità, chissenefrega? Che cosa cambierà per Juan Castro una volta che a Franco sarà riuscito di concretizzare la fregola nazionalista, coi suoi bravi compagni di merende, Adolf e Benito?
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Paura, Mr Simmons!

Paura. Tanta. Tanto che molti di voi salteranno sulla sedia. E tanto per cominciare, salteranno per questo: non sopporto Stephen King. Ci ho provato, badate. Credo anche che Stand By Me sia uno dei racconti più belli mai scritti (e dei film più incantevoli). Ma King, con la sua prolissità, con la sua sempre eccessiva attenzione al mondo dei bambini, con il paranormale sempre dappertutto, dalla ragazzina fiammifero, al cane, alla macchina nera. E bbbaaaaasta…
Se devo farmela sotto preferisco allora Dan Simmons. Mentre King ti avverte che stai per ricevere un’accetta nella schiena, Simmons ti coglie assolutamente impreparato. ¶ Leggi il resto…
Hai il tuo libro? Non scocciarmi!
Lui: Ti senti bene stasera?
Lei: (un po’ assente) Uhm…
Lui: Uhm..? Uhm sì o uhm no..?
Lei: Sì, scusa… ma che razza di domande mi fai?
Lui: Non so… quando siamo a letto e leggo di solito mi racconti tutta una serie di cose, fai domande.
Lei: Ah, sì, beh… sto leggendo, non vedi?
Lui: Sì, lo vedo… che cos’è?
Lei: Marea Nera, di Andrew Gross
Lui: Ah. Bello?
Lei: Molto, mi ha preso sin dall’inizio. Perché questo stupore?
Lui: Di che parla? ¶ Leggi il resto…
Torna a casa, Missie
Credo sappiate ormai che preferisco parlare di argomenti di attualità quando non lo sono più. E che, quando occorre, non ci vado leggero. Ho scelto quindi di raccontarvi di un mio recente viaggio in treno, non tanto per lamentarmi delle condizioni da terzo mondo dell’offerta di Trenitalia quanto a materiale rotabile, ma perché ero circondato da donne. «Beato te!» direte. Calma. Tanto per cominciare erano 4 ragazzine tra i 18 e i 21 anni. Anche la voglia di carne giovane di un 43enne ha un limite. In più, erano state appena buttate fuori dalle selezioni per Miss Italia.
Dato che avevo la testa piena di pensieri e stavo leggendo questo, divertendomi molto, ho fatto caso al loro aspetto solo quando queste hanno cominciato a parlare della loro “esperienza” appena conclusa. Vi dico subito che, in generale, ne avrei salvata una sola: oltre 1,75, slanciata, bel corpo, pur con seno inesistente, assai dura di lineamenti. Un tipo, non certo una Miss.
Con le altre tre andava peggio: nessuna era sopra l’1,65; una era decisamente improponibile, una aveva un viso incantevole, ma un fisico banale, e la quarta era interessante come una piastrella del mio terrazzo. Era, ovviamente, quella che si lamentava di più. Tanto da passare mezz’ora al telefono con la madre piagnucolando sulle ingiustizie di una selezione crudele, ovviamente truccata, con preferenze per le cosiddette “raccomandate”, e su come la sera prima si fosse sentita brutta, inutile, depressa, in vena di atti di autolesionismo.
Ho visto cinquantenni licenziati dopo una vita di fedeltà alla fabbrica reagire con molta più compostezza.
Ad un certo punto ho deciso di chiudere il libro e seguire le loro chiacchiere, perché vi assicuro che erano più divertenti. Ma anche tristi. Paradossalmente, l’unica che non si lamentava dell’esclusione come di un sogno infranto da un destino crudele era quella più alta e più notevole delle quattro. L’unica che, in un mondo in cui le Miss ormai viaggiano dall’1,74 in su, forse poteva avere qualche pretesa di essere notata. ¶ Leggi il resto…




































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