Grazia Perché non puoi aspettare

Articoli taggati "guerra"

Quando si stava peggio

La Nostra Guerra Voi sapete che non amo particolarmente gli autori italiani. Non è mica snobberia, davvero. È che li trovo tutti un po’ inconcludenti, insoddisfacenti. Un po’ come vedere Fazio che intervista, che so, Michelle Pfeiffer. Ci sarebbe anche un buon potenziale, ma sai già che sprecherà l’occasione. Però non so voi, ma io sono sempre stato un po’ affascinato dal periodo fascista. Non certo per l’ideologia o il clima sociale, ma per due aspetti che, a dirli, fanno un po’ sorridere.
Il primo è il generale senso di comicità che l’italica nazione suscitava, così tutta impegnata a prendersi sul serio. Persino i vecchi filmati in bianco e nero, tutti accelerati, contribuiscono a dare un po’ l’idea di ilarità. Tutti lì, tutti seri, tutti veloci, tutti (tutti?) così convinti. L’altro aspetto è la luce. La luce dei luoghi, delle città, quella luce che sembra così intensa, con quei cieli che paiono così più tersi di oggi. Quel sole…
E poi meno auto, meno traffico, meno cemento, meno caos. Ho sempre pensato che una settimana in giro per l’Italia del 1940, con la macchina del tempo, sarebbe un’esperienza affascinante (no, nel ’50 no, perché credo ancora troppo incomberebbero – e Piovene me lo conferma – le macerie del dopoguerra).

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Le mule

Dita di dama + La Mula

Tre lavoratrici. Tre operaie. Tre femmine.

Due sono Francesca e Maria, sono cugine e amiche: vivono a due piani diversi in un palazzo popolare di Casal Bertone. Hanno trascorso un’infanzia da quasi gemelle ma la vita le divide, finite le elementari: Francesca va alle medie, al liceo e poi a Legge. Maria, che pure è la più brava, all’avviamento, lì dove dagli undici anni capivi che avresti studiato quel po’ che serviva per “avviarti” al lavoro. E indifferente ai suoi pianti, il posto glielo trova il padre, in fabbrica, dove sedicenne, con dita delicate ed un seno esagerato, attira-sguardi, a settembre del ‘69 si trova alla catena di montaggio.
Quello di Chiara Ingrao è un romanzo, crudo, forte, di donne al lavoro, di donne in fabbrica, alla lotta, nell’autunno caldo del 1969, la stagione che cominciò con il rinnovo del contratto dei metalmeccanici e che portò un anno dopo allo Statuto dei lavoratori. Vita e morte dei sogni nello stabilimento della periferia romana che, producendo televisori, all’epoca tecnologie avanzate, si avvaleva di mani femminili. Di Dita di Dama.

L’altra lavoratrice è sì femmina, ma non donna. Ma state tranquille, è ugualmente indifesa. Si chiama Valentina, è una mula. Si è persa, durante questa guerra assurda. Ora però si è persa e l’ha trovata Juan Castro Perez, un semplice stalliere. Pur simpatizzando per i nazionalisti, castro è stato arruolato tra le fila dei comunisti della sua regione, improvvisandosi maniscalco. Lui cerca in tutti i modi di non combattere per una causa in cui non crede, finché diserta e si unisce ai nazionalisti. Ma, in verità, chissenefrega? Che cosa cambierà per Juan Castro una volta che a Franco sarà riuscito di concretizzare la fregola nazionalista, coi suoi bravi compagni di merende, Adolf e Benito?
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Fiasco!

Il grande fiasco apre gli occhi su molte cose: persino sul perché oggi quasi non sentiamo parlare dei candidati repubblicani alla presidenza USA, ma solo di Hillary e Obama.

Un assunto forte e valido (tanto quello secondo cui le guerre non bisognerebbe farle - sai che ovvietà) è quello secondo cui di guerra e di come la si conduce bisognerebbe non parlarne se non si ha una sufficiente conoscenza di come funziona un esercito moderno e di quali siano le dottrine operative. Una vicenda gradualmente scomparsa quasi del tutto dalla cronaca quotidiana – ma non certo dalla realtà – è quella della guerra in Iraq. Altra certezza è che il terzo millennio ha sancito il tramonto dei media tradizionali come fonti di informazione davvero attendibile. Così, se ci si rivolge a libri come No Logo e Shock Economy della Klein per capire cosa sta succedendo davvero nel mondo da un punto di vista politico-economico, restano solo i saggi come Il Grande Fiasco di Thomas E. Ricks, a raccontare le vicende-politico militari ed i grandissimi errori commessi da chi pensa di gestire la propria politica estera con arroganza e prepotenza… ¶ Leggi il resto…

L’Africa e l’America di Wole Soyinka

Provo grande rispetto verso chi riesce a scrivere un libro e magari a pubblicarlo anche se tendo ad essere abbastanza severa con le cose che leggo, un po’ per lavoro e perché non posso farne a meno. Se poi l’autore, Wole Soyinka, è stato il primo africano a vincere il Premio Nobel per la Letteratura nel 1986 è quasi d’obbligo ascoltare ciò che ha da dire.
Sul terrorismo: “Nessuna religione prevede il diritto ad uccidere ma le ideologie secolari di ogni tipo diventano la radice del fanatismo, una scusa per comportamenti radicali.” Da insegnante universitario in Nigeria e in Nevada nonché poeta e scrittore di fama mondiale così descrive l’attuale mood dell’America: “Gli intellettuali americani sono molto preoccupati per la guerra in particolare per la guerra in Iraq. Questa preoccupazione non li fa riflettere sulle tendenze reazionarie insite nella loro società. I pensatori progressisti si sono mobilitati contro Bush prima delle elezioni e dopo la sua riconferma sono crollati. E’ come se gli americani si fossero arresi, avvertono il tradimento della propria democrazia, del sistema che loro stessi hanno costruito.”
Sull’aggettivo tribale:

“Non capisco perché gli europei definiscano ‘tribali’ solo le guerre che nascono in Africa. Sono ugualmente tribali i conflitti in Jugoslavia, Kosovo, Irlanda o tra Sicilia e Nord Italia (non esageriamo!).”

Sul significato delle sue opere (questa è la risposta migliore): “La mia poetica va decifrata dai critici, non è il mio mestiere.” ¶ Leggi il resto…

Un mondo più giusto ha il suo prezzo. Ma gli italiani lo vogliono gratis

L’Olanda ha 16 milioni di abitanti, tra un terzo e un quarto dell’Italia. Non è un paese noto per la sua aggressività e ha inviato in Afghanistan 2200 soldati, il 10% in più dell’Italia. È vero che il nostro Paese è impegnato su molti fronti stranieri impiegando complessivamente quasi 10 mila uomini. Ma in Afghanistan si combatte, gli olandesi combattono, gli italiani no. Cerchiamo di capirne le ragioni.
Dopo la strage delle Torri Gemelle, l’11 settembre 2001, l’Onu autorizzò la guerra in Afghanistan perché lì si annidavano i terroristi di Al Qaeda responsabili degli attentati. In due mesi, tra l’ottobre e il dicembre del 2001, fu sconfitto il regime integralista dei talebani, particolarmente repressivo nei confronti delle donne. Si insediò il governo di Hamid Karzai, confermato dal congresso delle 1551 etnie del paese e negli anni successivi dalle prime libere elezioni della storia afgana. Le immagini delle donne coperte dal burqua in fila per votare sono entrate nella storia. Karzai non è certo l’esempio più fulgido di democrazia, ma rispetto ai talebani fa la figura di uno statista occidentale.
Una trentina di paesi - e l’Italia tra questi - si è fatta carico della ricostruzione dell’Afghanistan, cercando di dotarlo dei servizi più elementari e anche di una struttura giuridica moderna. Il processo è molto lungo, sono stati commessi alcuni errori e i talebani sono tornati in forze. I nostri soldati presenti in Afghanistan sono di elevatissima qualità militare e hanno tutte le attrezzature necessarie in tempo di pace. Si sono trovati in difficoltà ai primi attacchi perché, quando c’è la guerra, bisogna essere attrezzati per reagire. Per questo hanno chiesto attrezzature più adeguate. Le polemiche, si sa, sono state furiose. Si è ricordato che la nostra Costituzione ripudia la guerra come elemento di offesa alla libertà degli altri popoli. Ma qui è un governo democraticamente eletto che ci chiede di aiutarlo a sconfiggere i terroristi. L’opinione pubblica italiana è comunque per la gran parte contraria alle missioni all’estero sostenendo di non capire le ragioni per cui si dovrebbe mettere in pericolo la vita dei nostri soldati. Ma l’Italia, va ricordato, è anche il Paese in cui si vuole energia a basso costo dopo aver rifiutato di ospitare le centrali nucleari che circondano i nostri confini e che spedisce in Germania i propri rifiuti perché ha orrore dei termovalorizzatori, altrove ovviamente diffusissimi. Gli italiani, insomma, vogliono i vantaggi di certe situazioni senza pagarne i costi. La nostra sensibilità ai conflitti è peraltro enormemente superiore a quelle di tutti gli altri paesi europei. Nessun grande giornale straniero metterebbe sotto un grosso titolo di prima pagina il ferimento di un proprio soldato o un modesto attacco senza conseguenze. Torniamo ora all’Olanda. Ricordate la fine di Theo Van Gogh? Il regista olandese fu ammazzato da un estremista islamico che non gli perdonò di aver mostrato nel film Submission l’immagine di una donna che recava dipinta sulla schiera una sura del Corano. Uno dei due coltelli che uccisero Van Gogh gli fissò nella pancia un documento di cinque pagine di insulti. Gli olandesi rimasero traumatizzati e hanno capito che i tagliagole vanno sconfitti a domicilio prima di trovarceli nel tinello di casa. Ecco perché sono così determinati sul fronte afgano.
Intendiamoci: nessuno vuole spingere i nostri a rischi inutili. Ma la comunità internazionale ha le sue esigenze: se si vuole frequentare un circolo, occorre pagare la quota di frequenza, anche se è costosa.
Prima o poi i nodi delle due Nato (quella che combatte e quella che non combatte) verranno al pettine.

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