Grazia Perché non puoi aspettare

Articoli taggati "famiglia"

Padre in stand-by

Sono mesi, settimane, giorni che guardo tutti i padri che incontro. Li scruto, a volte di nascosto, cerco di capire come si comportano con i loro pargoli, di diverse misure, in diversi contesti. Dormienti, ipercinetici, lamentosi, piangenti, allegri e festanti, irrequieti. Alcuni padri sono amorevoli, altri rigidi e risoluti. Altri li controllano da dietro i loro occhialoni scuri, altri parlano al cellulare tenendo d’occhio il pargolo con molta tranquillità, spesso fin troppa. Un aplomb che mi sembra irraggiungibile.

Li guardo caricare enormi auto con enormi quantità di oggetti, passeggini, pacchi, borse, giocattoli. Li osservo mentre con molto amore o con molto distacco si lasciano portare in giro da moglie e pargoli in un moto che sembra sempre al limite della gioia o della sofferenza. E io aspetto. Sì, aspetto. Sono un padre in “stand-by”. Guardo C. tutti i giorni con ammirazione, la vedo sempre più bella e sempre più mamma in “divenire” e io aspetto. Il mio corpo non cambia, la mia mente forse sì o forse no. O forse non abbastanza. In ogni caso rifletto.
Posso fare altro? No. Noi padri in stand-by non sentiamo calci nella pancia, non abbiamo mal di schiena, non facciamo esami in continuazione. Noi semplicemente, aspettiamo. Stiamo vicino alla nostra compagna e cerchiamo di capire, ma è un’operazione difficile, forse fuori dalle nostre possibilità.

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Social network e crack finanziario

amore
…ovvero: l’insostenibile peso della virtualità.

Cara Nadiolinda,
mi sta succedendo una cosa strana. Nella vita reale, sono sposata con un uomo fantastico, ho due figli e sono felice. Per gioco, un giorno ho aperto un profilo su un social network molto frequentato. L’ho fatto così, per scherzare, per passare il tempo. Qualche settimana fa ho conosciuto una persona il cui nick è Nuovi Orizzonti. Associato al profilo, c’era la foto di un uomo attraente che però, ho scoperto in seguito, nulla ha a che fare con il vero titolare. Comunque: all’inizio per qualche giorno ci siamo scritti mail, poi ci siamo scambiati il numero dei cellulare. Quando ho sentito la sua voce, al telefono, è stato emozionante: mi piaceva. Molto. Un’emozione nuova, per me. Fatto sta che questa persona mi ha inviato tramite mms la sua vera immagine: orribile; anche se ormai, in qualche modo, mi ero affezionata a lui: mi piaceva quello che mi diceva, forse un po’ ne avevo anche bisogno, tutti questi complimenti dopo 14 anni di matrimonio… Insomma, oggi ho deciso di chiudere, in accordo con lui: la cosa mi stava sfuggendo di mano e rischiavo di lasciarmi coinvolgere. Ora però mi chiedo perché sto male. In fondo, era e rimane uno sconosciuto. Mi diceva di non essere degno di me e io non ho mai capito cosa volesse. Però soffro. Assurdo, non trovi? (A. - mail firmata)

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Noi due, siamo una famiglia solo nei weekend

A ventisei anni scopro che non sono Alice.
 A ventisei anni, in un momento a caso della giornata, scopro che sono diventata il bianconiglio. Ma non è come un trauma. È solo che tutte volevamo essere Alice. Le scarpe a bambolina, il cerchietto, il grembiulino. Ce le ho tutte. Le calze bianche, immancabili. Eppure.

Ogni mattina mi vesto con cura per andare a lavorare in un agenzia che è un quadrato grigio che affaccia su un muro grigio, esco di casa di corsa, scegliendo una canzone da ascoltare durante la discesa che mi porta rotolando a lavoro con fare marziale, ignorando lo sguardo di un meccanico decisamente scortese e salutando invece il fruttivendolo che assomiglia un po’ ad un tricheco.
Lavoro in un’agenzia. Orario flessibile, contratto inesistente. Passo la giornata a sorridere anche quando non mi vede nessuno, come una paresi da deformazione professionale, e ripasso il lucidalabbra che si spreca sulle tazzine di caffè, e mi accorgo di non sentire più le gambe solo dopo ore. Il mio collo, giorno dopo giorno passato al pc, assomiglia sempre più a quello di uno pterodattilo.

Lavoro anche per un ufficio pubblico, dove sono stata stagista sei mesi, e col quale mi ostino a volere collaborare perchè il posto fisso, i contributi… ¶ Leggi il resto…

Sfida all’ultimo sangue

lyonora

Eccomi qua! Mi presento :) Sono Leonora e questa settimana vi farò un po’ di compagnia con le mie fotografie. Le ho già scelte e non vedo l’ora di mostrarvele.

Ecco la prima.

Sono un po’ emozionata perchè è sempre una sfida mostrare a qualcuno i miei ricordi immortalati.

Mi domando sempre “chissà che effetto gli fa, chissà se sentirà lo scoppiettìo delle castagne nel forno, l’aroma del caffè, la sensazione di essere a casa”.

Bravo Cameron: i nostri INSUCCESSI non sono sempre colpa “della società”

Che cosa è più utile a chi soffre perché è povero, disoccupato o obeso? Consolarlo perché “non è colpa sua”, come da decenni si usa dire per correttezza politica (ma “conformismo” sarebbe più chiaro della logora locuzione) o dirgli che, anche se la vita non è stata generosa con lui, l’unica cosa risolutiva da fare è cercare soluzioni?
 
A essere sincera, la rubrica di Anselma dell\'Olio su Grazia
 
David Cameron, leader dei Conservatori inglesi, in un discorso a Glasgow che è rimbalzato sui quotidiani internazionali, ha affermato che è ora di finirla con il “neutralismo morale”, in cui la colpa delle singole magagne - siano esse di mancanza di lavoro, difficoltà economiche o peso - viene attribuita alla società. Le questioni di stile o di condizione di vita vanno risolte senza aspettare che ci pensi qualcun altro (in genere lo Stato). L’uomo che ambisce a occupare il posto del premier Gordon Brown ha così assunto l’eredità di Margaret Thatcher, ma solo dopo aver presentato le credenziali di conservatore “moderno e compassionevole”.

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Famiglia Italia: se i politici sono separati in casa…

Siamo come bambini che vanno conquistati con regali a effetto: aumenti dei salari, diminuzione delle tasse, abolizione dell’Ici…
Ci mancava solo la Playstation per tutti!

Vera MontanariNel momento in cui leggerete questo articolo sapremo chi ha vinto le elezioni. Ma, a prescindere da chi governerà e chi sarà all’opposizione, vorremmo lanciare, nel nostro piccolo, in anticipo un appello: potete, per cortesia, cercare di andare almeno un po’ d’accordo per lavorare insieme a fronteggiare le emergenze più gravi del Paese? Lo so, il tono è un po’ banale, troppo colloquiale, quasi familiare, ma una psicologa, che abbiamo intervistato all’inizio della campagna elettorale, ci ha spiegato che noi proprio questo siamo: una famiglia che sta vivendo un brutto momento perché “i genitori” litigano continuamente davanti ai “figli” e soprattutto sono così presi dalle loro beghe, da perdere di vista l’interesse comune. Quindi vi pregheremmo, quali che siano i risultati dei voti, di abbassare i toni, smetterla di darvi sempre torto per ripicca e tentare di collaborare per il bene del Paese. Gli esperti ci spiegano (dobbiamo dirvelo noi?) che le riforme istituzionali non riuscirete mai a farle se non troverete un accordo. E lo stesso discorso vale per l’emergenza economica, per i costi e l’inefficienza dello stato, per i problemi del lavoro, della sicurezza… ¶ Leggi il resto…

Maurizio Costanzo «Cosa c’è che non va? Lei mi sembra così infelice…»

Tra Maurizio Costanzo e mio padre c’è sempre stata un’impressionante somiglianza fisica. Lo avevo quasi dimenticato anche perché mio padre, a causa delle sue condizioni, negli ultimi anni è molto cambiato. Quando oggi mi sono trovata davanti Costanzo, mi è quasi venuto un colpo. Papà! - ho esclamato a voce non abbastanza bassa perché l’assistente di redazione non mi sentisse. Ho dovuto poi spiegarle dell’imbarazzante somiglianza e quando, cinque minuti prima della trasmissione, me lo hanno presentato, manca poco che gli butto le braccia al collo e gli dico “bentornato”.

Lui mi da la mano, guarda il titolo del mio libro, quel titolo imbarazzante (più della somiglianza con mio padre), e poi in tono giust’appunto paternalistico mi fa:
- E lei sarebbe la massaia?
Sono terribilmente a disagio, un tuffo nel passato e mi sembra di sentire mio padre quando mi diceva - E questo sarebbe un disegno? Tuttavia, gli prendo la mano nelle mie e balbetto qualcosa scusandomi per l’inadeguatezza tra il mio ruolo e il mio aspetto o tra le mie intenzioni e il mio disegno. Mi rendo perfettamente conto che mi sto comportando come se mi trovassi di fronte al fantasma di una persona cara e anche lui è evidente che percepisce qualcosa.

Un attimo dopo siamo in studio, inizia la diretta ma io mi sento a disagio, un disagio che mi attorciglia le budella e che non supero nel corso di tutta la puntata…

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La memoria familiare

La nascita di una bambina, in alcuni luoghi e in tempi nemmeno tanto lontani, significava una futura donna, a sua volta, moglie e madre. Il migliore augurio che le si potesse dare era l’inizio della dote e il primo capo di corredo. La maggior parte dei gesti per questa tradizione si portava dietro aneddoti e piccole storie familiari. Le donne di città saranno forse estranee, quelle delle province avranno sentito qualcosa in merito, ma, a scanso di equivoci, è bene spiegare la differenza delle due cose. La dote è una cifra in denaro che la madre della bimba conserverà fino al momento in cui la figlia converrà a giuste nozze; il corredo è tutta la biancheria di cui avrà bisogno una giovane sposa… ¶ Leggi il resto…

Ritratto di famiglia. Con cani

emma-richler-cani.gifI cani sono quelli di Ernest Shackleton, esploratore famoso per la sua corsa verso il Polo Sud.
La famiglia è quella di Emma Richler, figlia di Mordecai (autore de La versione di Barney). Il titolo, Date da mangiare ai miei amati cani, di per sé un gesto di augurio, sensibilità e speranza. Parafrasa il “Bless my dear dogs” dell’esploratore che, per sopravvivere, a malincuore sacrificò i cani da slitta per cibarsene. La madre di Jem (protagonista e alter ego di Emma) si preoccupa invece di tenerli in vita. E di tenere unita, coesa e complice una famiglia che litiga ma si ricompone nell’allegria. Eterogenea, ma salda nell’amore reciproco. Stravagante, ossessiva, divertente, anomala e mai al riparo dai gelidi colpi di vento della vita, in cui un cane, più che cibo, diventa calda pelliccia da abbracciare, mentre ne senti il fiato sulla guancia. Ritratto spettacolare, questo, di una immaginaria famiglia Weiss che è poi quella molto reale dei Richler. Affresco reso dalla voce di una bambina, con quel caratteristico fissarsi sui particolari che è proprio della mente dei bambini, con quel mare di interrogativi, di perché, di curiosità, di divagazioni più o meno solenni, imbastendo dialoghi immaginari con le stelle, osservando i buchi neri, conversando con fantasmi Oliver Twist, Parsifal, Gesù, Sherlock Holmes, Galileo, il Piccolo Principe, Emily Bronte, il Dio (inteso come quello in cui credono gli Ebrei), i numeri, i commando della a Seconda Guerra Mondiale, le 613 leggi della Torah, la Morte d’Arthur, le galassie che muoiono e Ernest Shackleton… ¶ Leggi il resto…

Quello che tutti dicono

Bimbetto nove anni sveglissimo, prima terapia, gli chiedo il motivo per cui l’hanno mandato a fare logopedia. Lui mi risponde che la maestra dice, la mamma dice, la nonna dice, il papà dice, la zia dice, il dottore dice, la vicina di casa dice, la mamma del mio amico dice, la cugina di papà dice, il mio amico di banco dice, mia sorella grande dice. E tu cosa dici, domando. Cosa devo dire, fa. E poi continua.

“Dimmi qualcosa tu per non farli parlare.”

questa e altre storie di ordinaria alleanza terapeutica in lofaanchebaricco.

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