Grazia Perché non puoi aspettare

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Le donne di Fitzgerald e Hopper

Il signor Gatsby è entrato nella mia vita in edizione economica da 5.900 lire, me lo portò mio fratello in ospedale mentre ingaggiavo una piccola battaglia con i miei polmoni, molti anni fa.
Da allora, e per anni sempre nello stesso formato, non ci siamo più lasciati, ed è ancora una storia che funziona se così posso dire: continuo a detestare ed invidiare Zelda, a stimare profondamente le Flappers e ad innamorarmi di quei protagonisti maschili tutti d’un pezzo, legnosissimi, passionali e completamente impreparati alle femmine.
Nello stesso periodo ho conosciuto meglio Mr Edward Hopper grazie ad una stampa appesa in un salotto amico, da subito le sue eterne istantanee apparentemente fredde, ma sotto sotto caldissime e farcite di un succulento ripieno, hanno cominciato ad ossessionarmi, l’iconografia dei roaring twenties mi aveva commosso senza che me ne accorgessi, ma ormai è un leitmotif quello di arrivare tardi e me ne faccio una ragione.
Le ragazze aggressive col caschetto sarebbero state uno stereotipo di adorazione per qualsiasi adolescente negli anni novanta, eppure c’era qualcosa in più che mi sfuggiva, il lato Gatsby probabilmente, quel misto di nostalgia, paranoia e insicurezza che si tende ad escludere negli esemplari adulti ed autosufficienti; ecco quel cestino pieno di emozioni sconvenienti allora lo leggevo tra le righe ed ora mi fa pensare alle donne di Hopper: eleganti caucasiche sui trenta, meno giovani delle ninfette alternelle di Fitzgerald, ma circondate dalla stessa aura di marmoreo mistero e piglio combattivo, silenziose ed apparentemente tristi se ne stanno sui loro letti e balconi, aspettando qualcosa e non qualcuno, consapevoli del proprio potere sociale e sempre parte di categorie privilegiate, rimangono quasi fintamente immobili mentre il mondo intorno a loro si scuote nel terremoto ideologico e sociale degli anni venti.

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Sputi

Kate Nash – Made of Brick - 2007

edwardhopperroominnewyork.jpgIl matrimonio di Josephine Nivison non può certo essere definito felice, eppure durò una vita. 43 anni. Per il marito ha sacrificato tutto, compresa la sua carriera di pittrice rimasta all’ombra di quella di suo marito. Pittore. Josephine disse che non avrebbe potuto pensare alla propria vita senza di lui. Eppure la picchiava, la insultava e quando un giorno gli chiese perché l’avesse sposata sputò: perché avevi i capelli ricci, sapevi il francese ed eri orfana.
Una storia di umiliazioni, come quelle che si leggono troppo spesso in giro. Come quella che Kate Nash canta in Foundation. Solo che Kate, alla fine se ne va. Josephine quando Edward Hopper morì nel 1967, a quasi ottantacinque anni, era ancora lì. Al suo fianco.
Kate, ad un certo punto dice Don’t want to look at your face, ’cause it’s making me sick. È quella k finale che sembra tanto uno sputo in un occhio.

(Edward Hopper - Room in New York – 1932)

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