Grazia Perché non puoi aspettare

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Apologia della paternità consapevole

Prima che nascesse Beatrice, durante la gravidanza di Nives, ero contento. Normalmente contento, della contentezza che si suppone debba avere un futuro padre, quella lì. C’è stato tutto il rituale: supporta tua moglie, gira per ginecologi ed esami, offri da bere a amici e colleghi, pacche sulle spalle, cerca un nome che ti piaccia, fai il totosesso, guarda la pancia che cresce e ascolta con l’orecchio sull’ombelico.

Le avvisaglie le ho avute con la prima ecografia: son rimasto lì per 10 minuti come un cretino a guardare una specie di fagiolo sfuocato e mi sentivo come se qualcuno mi prendesse il cuore a calci. E perché stavo piangendo? Cosa stava succedendo? Scioccamente, non ho dato molto peso e non sono riuscito a decodificare i messaggi che mi stavano arrivando.

A questo punto il colpo di scena: la mattina della nascita mi presento all’ospedale contento, sempre di quella normale gioia che uno prova e immagina sia tutta lì e sia quella giusta che arriva nel momento in cui si diventa padri. Poi, da quel momento, da quell’esatto momento nel quale Nives mi ha preso la mano per stritolarmela e non l’ha più lasciata per tutto il parto, la mia vita è cambiata. ¶ Leggi il resto…

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