Grazia Perché non puoi aspettare

Nella categoria "Pensieri"

Sapevate che quelli di Internet si “alimentano” con i feed?

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Secondo giorno della mia nuova vita digitale. Oggi mi sono concentrata sull’aspetto tecnologico e umano.

1. Tecnologico: Volete sapere da dove vengono le idee per i nostri articoli, quelle che proponiamo al direttore nella fatidica riunione di redazione del lunedì? Dalla lettura dei giornali (il più delle volte stranieri), dalle anteprime dei film, dai comunicati stampa su eventi, mostre, libri in uscita. O almeno così era fino a oggi. Perché, dopo due giorni di vita insieme ai miei nuovi amici di Internet (che lavorano al nostro sito), ho capito che le fonti delle notizie sono altrove. Ovvero:

a- i social networks (gruppi di persone connessi nella rete che segnalano siti, eventi, indirizzi sul web. Il trucco è di entrare nel gruppo giusto, che ha interessi simili ai tuoi e cercare amici che passino tanto tempo alla ricerca di notizie curiose e te le segnalino senza che tu debba scovarle. Comodo, rapido e furbo. Ma non sempre infallibile). Esempi? Facebook e Friendfeed

b- i feed, letteralmente gli “alimentatori”, in pratica le rassegne stampa personalizzate sul web che ti raccontano in estrema sintesi una notizia (titolo e prime righe). L’idea è quella di creare un tuo elenco di siti che ti sembrano più interessanti per il tuo lavoro (dai giornali on line ai blog) e poi “seguirli” più volte al giorno. Una dieta a base di feed

2. Umano. Qui la gente non ha nomi normali. Per esempio ho un mio nuovo amico che si chiama Gatto Nero. «Un nickname che mi è venuto in mente quando, uscito da casa, ho visto un gatto nero. Mi sono detto che era una scemenza pensare che portasse sfortuna. Insomma, è un nome contro i pregiudizi superficiali». Poi c’è Succo: «Non sapevo come chiamare il mio blog. Quel giorno era iniziato male perché nel frigo non avevo trovato il mio indispensabile succo d’arancia. Da allora sono diventato Succo». Mi chiedo quale nickname possa trovare io, pensando a cosa ho fatto stamattina. “Neve”, perché oggi nevica? Oppure “Brioche”, perché le adoro e oggi le ho portate qui in redazione? Ma forse sceglierò “Similda”, protagonista di una leggenda di una montagna in cui c’è una parte del mio cuore, il Catinaccio sulle Dolomiti.

La mia nuova vita digitale

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Prendete una giornalista quarantenne, una di quelle abituate ad andare in giro con carta e penna, al massimo con il registratore digitale. Una che lavora nella redazione di “Grazia”. Buttatela in mezzo a quelli di Internet (cioè i suoi “colleghi” del sito www.graziamagazine.it). Otterrete:

1- Una quarantenne depressa, perché la media ha 28 anni.

2- Una quarantenne che pensa di essere atterrata in un altro pianeta (ma che lingua parlano? Qui si parla solo di “template”, “slug”, “pure player”!)

3- Una quarantenne obsoleta (tenta di fare amicizia e appena usa il termine “internauta” tutti cominciano a ridere: ”ma sei matta? è una parola che nessuno usa”).

Ma siccome la quarantenne (che poi sarei io) non è una di quelle che mollano facilmente, si rimbocca le maniche, smette di disperarsi e si prepara alla rivoluzione. Sì, perché il passaggio tra un giornale tradizionale, di carta e dalle scadenze rigide e rigorose, a quello on-line è una rivoluzione. Di linguaggio, di tempo (le notizie si cambiano più volte al giorno, non una volta alla settimana), di mentalità (qui il segreto è essere flessibili: ti occupi di moda, ma anche di attualità, cerchi le foto, ma poi provi anche a farle), di creatività (mille idee al minuto, con l’obiettivo di realizzarne almeno il 20%). Insomma, è un tuffo in un mondo nuovo, all’inizio ovviamente un po’ destabilizzante (perché ti sembra di non avere più il terreno sotto i piedi o al massimo di camminare tra le sabbie mobili), ma è molto eccitante. E l’idea di ricominciare da capo (o quasi) è una sfida che vale la pena di provare.

Che noia gli uomini di mezza età

Ma gli uomini, ogni quanto tempo entrano in crisi? Voi che li conoscete bene, me lo dite? Io credevo che passata la crisi dei quaranta il più fosse fatto. Per me è stata soprattutto la crisi-della-salute, con livelli di ipocondria fuori controllo, l’infarto sempre dietro l’angolo, il check-up (e che bella la tuta e le pantofoline che ti danno!) e tutto il resto. Per altri forse è più la crisi del cerco-di-essere-sempre-giovane e delle palestre e della cremine (io no: ho iniziato a 35), magari della moto. Comunque: segnali chiarissimi di perdita di senso della realtà. Però poi passa.
Insomma, io mi stavo serenamente preparando a quella dei 50, che mi immagino a base di rimpianti e ricordi, quando ecco che mi trovo nel bel mezzo di quella dei 45.
Ma è possibile? Può esistere una crisi dei 45 anni?

La domanda è: ha senso? Ha senso lavorare tanto, ha senso vivere 5 giorni in funzione di 2, 12 mesi in funzione di uno? Ha senso solo per garantirsi una vecchiaia serena? A patto di arrivarci, ovviamente. A me sembra che tutto questo modello stia un po’ entrando in crisi, e soffro di una profonda invidia per quella generazione di 25-35 enni che vedo crescere adesso. Cioè cresciuti lo sono già, ma mi sembrano così liberi rispetto a noi, rispetto a me. Mi sembra che abbiano trovato le chiavi (o siano stati costretti a farlo) per non finire dentro quel meccanismo. Certo poi molti avranno una famiglia e dei figli e forse tutto cambierà, ma io li vedo con una marcia in più, una libertà autentica, forte, senza compromessi.

Forse la risposta alla mia domanda è che la nostra generazione è un po’ un disastro. Siamo cresciuti negli anni ottanta, e si vede. Il nostro Paese è governato da vecchi perché non ci sono persone di mezza età in grado di rimpiazzarli. Per il Paese dobbiamo avere un po’ di pazienza e aspettare che crescano solo un po’ i trentenni di oggi. Per noi, per uscire dalla crisi: tipo, cercare di assomigliare ai trentenni di oggi?

Io credo che, per sicurezza, mi farò un piercing.

Sette cose che so sulle donne

Oggi è San Valentino, la festa degli innamorati. Per qualche motivo, tuttavia, è sempre considerata la festa delle coppie. Ma tra i due concetti c’è una certa differenza.

A quelli che vorrebbero far parte di una coppia, ma per ora sono solo innamorati, dedico un compendio di tutte le cose che ho imparato sulle donne nel corso della mia vita.

Tutte e sette.

1 – Correre dietro alle donne è completamente inutile.

Se una donna ti vuole, ti aspetta. Anzi, di solito è lei che corre verso di te.

Se non ti vuole, puoi essere veloce quanto vuoi, puoi essere il Carl Lewis dei tempi d’oro: non la prenderai mai.

Mai.

2 – Far cambiare idea a una donna è impossibile. Una donna può cambiare idea; ma se la cambia, è perché l’ha deciso lei. Non perché l’hai deciso tu.

Provarci più di una volta con la stessa donna è buttare via il tempo. Se la prima risposta è un no, sarà un no anche la seconda, la terza e la centoventisettesima.

È possibile, benché improbabile, che una mattina lei si svegli e realizzi che tu sei l’uomo della sua vita. Ma insistere non aiuterà a favorire il processo. Servirà solo a farti odiare.

Quando una donna ti respinge, l’unica cosa intelligente da fare è salutarla, dimenticarti il suo nome e passare alla prossima.

3 – Le donne hanno molto più intuito in fatto di uomini di quanto gli uomini ne abbiano in fatto di donne.

Una donna può anche sbagliare quando dice sì; ma non sbaglia mai quando dice no. Se ti rifiuta, lo fa perché un’area apposita del suo cervello ha già esplorato tutti i possibili scenari del connubio te + lei, e ha stabilito che in nessun caso sareste felici.

In altre parole: se una donna ti dice no, rallegrati. Lo sta facendo per il tuo bene.

4 - Le donne non mentono mai.

Quando un uomo mente, di solito è consapevole della distanza tra la balla che sta raccontando e la realtà. Mente sapendo di mentire.

La donna, invece, ha una capacità di autoipnosi ignota al genere maschile. Prima di mentire agli altri, mente alla sua mente: si convince nel profondo che quella è la verità. E quindi non mente: dice quello che per lei è vero.

Grazie a questa facoltà, le donne sono abilissime a negare l’evidenza. Se una donna ha deciso che c’è il sole, va a passeggio anche sotto il diluvio.

Può non sembrare, ma tutto questo va a vantaggio dell’uomo. Sono sicuro che, se le donne non fossero così brave a correggere o addirittura ignorare la realtà, nove uomini su dieci morirebbero vergini.

5 – Io non so cosa vogliono le donne, ma di sicuro non vogliono un uomo bello.

Il più grande seduttore che abbia mai conosciuto era un uomo brutto che faceva il possibile per sembrare ancora più brutto. In testa aveva un taglio di capelli ridicolo, alla Totti prima maniera. Su un braccio, in bella vista, un tatuaggio imbarazzante per soggetto e dimensioni.

Eppure si lamentava, credo con rammarico sincero, di non essere mai riuscito ad essere fedele in vita sua. Perché era così conteso dalle donne che prima o poi, con tutta la buona volontà, cadeva in tentazione.

La bellezza, in un uomo, è come il cassettino portabicchiere in una macchina: se c’è, fa piacere. Se non c’è, non se ne accorge nessuno.

6 – Per conquistare una donna devi farla ridere: una delle più pietose bugie nella storia dei rapporti umani.

Certo, se una donna è innamorata di te ride a tutte le tue battute. Ma ride perché è innamorata, non si innamora perché ride.

Se per sedurre una donna provi a farla ridere, una risata è tutto quello che otterrai. Ho visto donne perdere la testa per rapper, manager, vichinghi, bassisti di gruppi rock, perfino carabinieri; non ho mai sentito una donna dire che il suo sogno erotico è un clown.

Su questo, stranamente, loro sono le prime ad avere le idee chiare. Intervistate a riguardo, dicono di volere un uomo che le faccia ridere. Non è ipocrisia: è che c’è una differenza sottile, ma decisiva, tra “fa ridere” e “mi fa ridere.”

7 – Si dice che la vita non è un film. Ma questo non è del tutto vero.

Esiste sul serio gente con una vita così interessante; solo che quella gente non sei tu. Quindi sì, la vita è un film, ma il protagonista è qualcun altro.

Tu sei la comparsa con l’ombrello che passa sullo sfondo nella scena in cui lui e lei si baciano sotto la pioggia. No, non puoi farci niente: la sceneggiatura è definitiva. Al massimo, se il regista non è un Kubrick, puoi scegliere in che mano tenere l’ombrello.

Anni dopo, per caso, beccherai il film in seconda serata su Rete 4. Lo rivedrai e ti accorgerai che è proprio bello. Anche se la tua parte è così piccola che non hai neanche il nome nei titoli di coda, sarai orgoglioso di aver partecipato.

In quel momento sarai molto felice.

Non mi pare poco.

Vox populi, vox gay

Voglio approfittare meschinamente di questo spazio pubblico per risolvere una questione privata.

Qualche anno fa sono stato protagonista di un episodio grave: ho discriminato una persona a causa dei suoi gusti sessuali. Certo, si può dire che l’ho fatto in buona fede, ma la colpa rimane. Non ho mai avuto occasione di riparare, e vorrei farlo adesso.

All’epoca vivevo a Roma e mi guadagnavo il pane scrivendo i dialoghi di una nota soap opera. Ogni settimana, il mio lavoro era sottoposto al vaglio di un editor, che mi segnalava gli errori da matita rossa e quelli da matita blu.

In realtà il nostro rapporto non era così lineare, perché questo tizio alternava osservazioni del tutto ragionevoli ad altre che posso solo definire dadaiste.

Esempio. Avevo scritto una scena nella quale un personaggio, appena tornato a casa, si toglieva le scarpe. Questo incipit fu bocciato con la seguente motivazione: troppo comico.

Ora, se siete persone nella media, e in media le persone lo sono, vi starete chiedendo cosa c’è di comico in un essere umano adulto che si toglie le scarpe. Me lo chiedo anch’io. Non so a voi, ma a me capita di togliere le scarpe almeno una volta al giorno: raramente scoppio a ridere.

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Non fu Omero ma una donna siciliana

Lo dico subito: alla storia che l’Odissea non sia stata scritta da Omero ma da una poetessa siciliana io ci credo. Non solo: credo anche al fatto che la poetessa si sia costruita un alter ego in Nausicaa, la bella fanciulla che raccoglie e veste Ulisse naufrago e lo porta dal padre Alcinoo, re dei Feaci, a cui Ulisse racconta quello che gli è accaduto da quando è finita la guerra di Troia (e ne ha di cose da raccontare…).

Credo che Ulisse non viaggiò per tutto il Mediterraneo ma intorno alle coste siciliane e che nei suoi fantastici viaggi incontrò esseri incredibili ma non così strani. Rispondete senza pensare: quanti occhi aveva Polifemo il Ciclope? Ve lo chiedo perché leggendo L’autrice dell’Odissea di Samuel Butler vien fuori che questa storia del gigante con un occhio solo al centro della testa sia stata inventata di sana pianta.

Come riesce Samuel Butler a provare le sue argomentazioni? PRIMO: riassume il testo originale dell’Odissea e, da qui, già si capisce che pochissimi si son presi la briga di leggerla veramente l’Odissea me compreso (e quello sulla quantità di bulbi oculari di Polifemo è solo uno dei tanti errori di interpretazione). SECONDO: soggiorna in Sicilia riscostruendo usi, costumi e storia dell’isola e quando confronta i viaggi di Ulisse con le coste di Trapani - meraviglia - coincide tutto: dalla spiaggia di Nausicaa all’isola della Maga Circe.

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Qual è il miglior programma di scrittura? Dipende, tu cosa vuoi scrivere?

Se ti ci metti con impegno, raggiungi qualsiasi risultato” (Marty McFly)

Scrivere non è semplice. Occorre studio, tenacia, organizzazione ma, soprattutto, tecnica. Pertanto, non scoprirete qui né “cosa” né “come” scrivere (ovvio), per quello ci sono i libri (ecco una terzina per iniziare: Syd Field, McKee e Vogler) nonché le Scuole di Scrittura Creativa (ma dovete avere la fortuna di incontrarne una eccellente). Qui, invece, parleremo solo di “dove” scrivere le vostre storie. Materialmente.

MICA USERETE WORD? Certo che no. Innanzi tutto perché ormai usate solo Open Office e poi perché avete bisogno di appositi programmi di scrittura. Di quelli per professionisti. Quali? Sarò sintetico.

FINAL DRAFT: IL MIGLIORE PER LE SCENEGGIATURE: Oliver Stone, Tom Hanks, Alan Ball, J.J. Abrams, James Cameron e il vecchio Syd usano FD (cliccare per credere). FD si caratterizza per i numerosi template a disposizione che permettono di sceneggiare senza conoscere nulla di formattazione. Ha due difetti: èall in english e a pagamento e, anche se si può acquistare il dizionario, 249$ possono sembrare eccessivi ma UNO: è lo stesso software che usano Oliver Stone, J.J. Abrams, J. Cameron e il vecchio Syd, DUE: le versioni precedenti costano meno e TRE: potete scaricare gratuitamente la demo che mica dovete scrivere subito Lost o Avatar no?

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Appunti per nuove professioni in tempo di crisi: Il Sommelier Cinematografico

Spesso, a cena, discuto con Raffa del fatto che dovremmo inventarci un nuovo lavoro. Non cambiare ufficio ma immaginare nuove professioni. Questa settimana sto provando a convincerla che è sprecata come Professoressa di italiano (tra l’altro precaria) visto che potrebbe diventare una Sommelier Cinematografica. La mia tesi è: se esiste il vino giusto per ogni cibo, perché non dovrebbe esistere il film giusto per ogni cena?

Il Sommelier Cinematografico suggerisce soluzioni eno-cinematografiche originali e sfiziose per feste, buffet ed eventi ma anche per cene tra amici e cenette intime. Il Sommelier Cinematografico (da qui in poi SC) non propone “film in cui la gente mangia” (troppo banale) ma “film per gente che mangia”. Il SC organizza e coordina serate a tema muovendosi in due direzioni:

SERATA A - Visione passiva accompagnata da cibo: si vede il film, si fanno commenti (anche spinti) su attori, scene e battute celebri e si degustano cibi. Target: cinefili e gruppi di amici collaudati. Il SC fornirà spunti di discussione conditi da gustosi aneddoti cinegastronomici. A titolo esemplificativo:

Serata Funny Face. Audrey Hepburn balla e canta a Parigi con Fred Astaire fuggendo la direttrice della più famosa rivista di moda statunitense che vuole trasformarla - poverina - in una modella. Numero partecipanti: da 3 a 5. Abbinamenti: cocktail ultracolorati a base di frutta (anche analcolici) + baguette con nutella + caramelle gommose rosa (Think Pink!). Argomenti di discussione: è proprio vero che tutte, anche “quelle interessate solo ai libri” (sic) sognano un matrimonio in una chiesetta di campagna? E poi: perché Audrey Hepburn sembra sempre una minorenne che si innammora di ultraottantenni? Il dibattito è aperto.

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Breve prontuario per le relazioni a distanza

1. Mai interrompere il primissimo monologo con cui ti racconterà le novità del suo lavoro: potresti ritrovarti le tranche omesse della litania sparpagliate per tutto il weekend.
2. Non fidarsi dell’affermazione “Ma sì che ho fatto un po’ di spesa”. Rischi di affrontare una dispensa che comprende ingredienti impossibili come un ananas, del pangrattato scaduto, due cipolle e un vasetto di senape di Digione.
3. Prestare una t-shirt alla tua dolce metà equivale a guadagnare uno stilosissimo strofinaccio per la polvere.
4. Mai - e sottolineo mai- affrontare l’argomento “Chi si sposta di più per andare dall’altro”, a meno che non si desideri un fine settimana in chiave horror.
5. Quando i controllori del treno cominciano a riconoscerti come se fossi una pendolare è ora di iniziare a pensare seriamente a vivere nella stessa città.

Fuori

Nel suo mondo ci sono solo dodici domande che ripete a randa. Lo chiamo “ripetitore” perché non si sazia mai e martella senza tregua il malcapitato interlocutore. Anche se una risposta è già stata data, lui torna a domandare. Gli si insinua come un invincibile sospetto tra la risposta ad un suo quesito e la domanda che, è certo, rifarà di nuovo: mi avrà detto la verità? Avrà cambiato idea? E se no, andranno comunque così le cose? Persistente come sul viso la scia di un sms che non ci ha fatto piacere.

Sebbene confonda la lancetta corta con quella lunga e non abbia idea di cosa siano i minuti e le ore, è ossessionato dal tempo. Deve avere un ritmo tutto suo perché dice di avere ventiquattro anni, invece ne ha trentadue. A che ora torniamo a casa? Quanto tempo stiamo qui? Sono le domande che fa prima di entrare in ogni dove. Stesso copione lungo via Palestro, nel cortile della Galleria d’Arte Moderna, un pigro venerdì di gennaio.

Con lui andar lì è uno spasso. Notare cosa nota e cosa no, passeggiando per le stanze col parquet che scricchiola. Dice solo che sembra un ristorante, però per il resto del tempo sta ingobbito a guardarsi le scarpe. Lo invito a rivolgere lo sguardo ora su una litografia di Toulouse-Lautrec, ora su una tela di Morandi, ma è toccare che vuole e per poco fa scattare l’allarme.

Perché non si può toccare? Si rovina non gli basta come risposta. Cosa vuol dire rovinare? Procurare un danno ad una cosa. Non ho capito, mi spieghi? E qui scatta il paragone: come quando hai un paio di jeans nuovi che se li porti tanto tempo poi non sono più come quando li hai comprati. Non ho capito il ragionamento, mi rispieghi? E via così, a matrioska, fino al nocciolo delle cose, cioè una sorta di noumeno kantiano che intuisci ma non riesci a spiegare.

Gli domando, questa volta io, cosa gli sia piaciuto della GAM e di tutti quei grandi quadri di paesaggi dipinti: vallate, incendi al porto, mari arricciati dalla tempesta. Mi risponde “il parco che si vede dalle finestre, beeello”. L’ho sempre detto che lui è avanti, così avanti che è già fuori.

“L’arte è l’espressione del pensiero più profondo nel modo più semplice” (Einstein)

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