Libri: due sono le cose irrilevanti

Due sono le cose irrilevanti nel parlare di libri: l’autore e la trama.

Parlare di un libro riferendosi all’autore è superfluo. Il libro è una moneta, circola. E, in quanto moneta, ha un valore. Ma il valore di un libro, e cito Valery, “è un rapporto singolare e costante tra quest’opera e qualche lettore”. Quindi chi l’ha scritto non importa. Il libro è un oggetto culturale che circola nel mondo senza paternità e il suo valore si definisce solo quando qualcuno lo legge. E rispetto alla comunità dei lettori.

Parlare di un libro raccontandone la trama, è esercizio ozioso e poco remunerativo. Non è interessante conoscere gli epitaffi incisi sulle monete, interessa invece sapere cosa si può comprare, con cosa si può scambiarle. I libri si scambiano con la cultura: io leggo un libro e in cambio ho la conoscenza di qualcosa; ma i libri si scambiano anche con la piacevolezza, con la consolazione, con le suggestioni.

La faccenda però è più complicata di così. Spesso si dice: leggo per imparare a scrivere; leggo per arricchire il lessico; leggo per avere ispirazione.

No.

Una persona che legge dai 20 ai 50 libri l’anno, se non di più, verso i 25/30 anni ha già tecnicamente imparato tutto quello che poteva imparare dalla letteratura. Se scrivi così così, è difficile migliorare leggendo di più; se hai già letto tutti quei libri, il tuo lessico è già abbastanza vasto; se cerchi ispirazione, guarda dentro di te, direbbe qualcuno.

Si legge solo per piacere e per scambio.

Nell’”Accademia Pessoa“, il concetto viene espresso benissimo. Leggere e basta, senza elucubrare, senza prendere spunto, senza invidiare. Tornare a dare alla letteratura il suo senso di inutilità.

Allora non si legge per imparare ma per scambiare. I libri si scambiano con qualcosa d’altro. Leggo un libro per ricevere cultura, suggestioni, consolazione, piacevolezze. In certi casi – e qui ci si diverte – la metafora si concretizza.

In “Sarrasine” si scambia un racconto per una notte d’amore. Nelle “Mille e una notte” si scambia una storia per un giorno di sopravvivenza. In Sade la cosa è più complicata, ed è l’intelligenza rivoltante di Roland Barthes a spiegarlo.

Filosofia nel boudoir” è diviso tra basse scene di orge e alte discettazioni metafisiche che, spesso, si saltano accuratamente per arrivare alla porcata successiva. Ecco allora che noi, leggendo Sade, compriamo letteralmente un’orgia pagandola con una noiosa dissertazione.

Scambiamo del porno con della filosofia.



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