I tre Capodanni

Dimmi che anche tu
qualche giorno l’hai passato
a controllare
se il telefono che non suonava
era appoggiato male

(Piermario Giovannone)

Davanti ad un caffè nel dehor, a destra il cartello col divieto di fumo, c’è lei che sfila una sigaretta Eura, lunga e sottile: “Non sono mai stata alle regole. Pensi che a scuola un anno fui bocciata perché rifiutai di fare un tema sulla cultura fascista”. Esita alla prima boccata, poi mi guarda con fiaccole d’occhi: “Cosa vuole? Non sopportavo di vedere quelle due parole vicine”.
Sul volto le espressioni si increspano, fenditure di pianti, sorrisi, indugi, più di tutti i primi. “Molto meglio questa faccia di rughe perché è la faccia mia”. Ridacchia e si gonfia. “E oggi ho messo pure il rossetto, tiè!”. Tira fuori una foto sbeccata color seppia. “Vede dottoressa, qui avevo vent’anni, ma non mi riconosco più, guardi che naso, era la metà”.
Di palo in frasca mi spiega che in realtà kàmilos in greco indica il cavo d’ormeggio delle barche e che per questo motivo un cammello non passa dalla cruna di un ago, dice che è meglio trovarsi una passione prima della pensione, altrimenti i giorni inghiottono e rimane un passato zeppo di occasioni andate e il futuro è una parola brutta.
“Mi raccomando, non faccia come me” e mi cita il fiume di Dumas e la necessità di navigarlo in due: “si resta soli, sennò, senza la possibilità di portar fuori la spazzatura e non per la sciatica, ma per la voglia che non c’è”.

Dice la sua sul Presidente Odama, e chiosa i suoi racconti con un “morire della favola” che è molto più di una storpiatura. Nella nostra chiacchierata settimanale mi rivela che Valeria Marini abita al piano di sopra, ma io vi posso assicurare di no. Di Capodanni, poi, ne ha vissuti tre, tutti a dicembre. Un pomeriggio – non era ancora Sant’Ambrogio e già aveva messo il bambinello nel presepe – confessa: “Sa, a Natale sono stata poco bene. Questa sera cenone?”. Due settimane dopo la trovo intenta nella preparazione delle lenticchie con lo zampone: “sa, domani è l’ultimo giorno dell’anno, alla faccia del polistirolo“. Quando viene la notte di S. Silvestro, quella vera, quella del trentuno, è sola: niente cenone, nessuno, la luce blu televisione per il conto alla rovescia. “Non c’è niente da festeggiare, quest’anno sono ottantotto primavere”.
Suona il campanello, va ad aprire. È l’inquilino del piano di sopra che la invita a salire per un brindisi. “Dai, venga. Mia moglie non c’è, sono con un amico”. Lei accetta, anche se lo conosce appena, ma lo fa con gentile ritrosia da “ex timida”. Sale e brinda fino alle quattro, alla fine, con gli occhi di quando era ragazza e a Milano c’erano le bombe e si doveva fuggire. Li vedo mentre racconta e li replica come allora. “Dottoressa, io ho capito”. “Che cosa?”. “La moglie che non c’era…”. “Eh”. “È la Marini! C’ho le prove!”.



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