Una cosa divertente che farò per sempre
Ho sempre provato sentimenti contrastanti per le vacanze organizzate: quei gruppi dalle movenze ovine che sciamano per città e siti archeologici col cappellino ventilante e i k-ways identici per le coppie, il capogruppo con l’ombrello e le soste forzate nelle trattorie convenzionate, i pullman pieni di sessantenni che bloccano le toilettes degli autogrill per ore, ecco a vederli da fuori mi prendeva sempre uno strano desiderio di guardarli più da vicino. Devo aver provato una sola volta l’ebbrezza della partecipazione, ma avevo diciott’anni, nessun conto in banca e la prospettiva era quella di sdraiarsi al sole per due settimane: fu un comico viaggio nella gerontofilia vacanziera, condita di meravigliose esplorazioni subacquee e pranzi a menù fisso tra orde di famiglie che allenavano le corde vocali richiamando i bambini con frequenze oltre l’udibile umano.
Ho collezionato cartoline allo shop del villaggio gettando le basi per la mia grande, insana passione per le foto di turismo popolare: comitive, paesaggi cartolina, colori sbiaditi e accesissimi, templi cangianti e coniugi tedeschi dalle mises fosforescenti, non riesco più a farne a meno, non mi chiedete perché.
Poi ho scoperto Mr Martin Parr, un geniale fotografo inglese che del grottesco d’Albione ha fatto la sua missione, ritraendo i propri connazionali negli stereotipi più esasperati che tanto divertono gli altri europei, forse solo invidiosi di tanta faccia tosta e legnosità insieme: i tupperware parties, i quindici giorni a Brighton per le vene varicose, le corse dei cavalli con gli ubriachi in bombetta e fazzoletto bianco, ogni piccolo tic ripreso e deriso con ironica benevolenza, quella di chi sa di appartenere per dna al tessuto ma sa anche di esserne fuggito a gambe levate, più o meno.
Dopo Martin Parr, grazie a degli scatoloni del trasloco fraterno, ho scoperto un breve libro di David Foster Wallace, il meraviglioso uomo in bandana che ci ha abbandonato qualche tempo fa e sia chiaro che era davvero troppo presto; il maxiracconto si intitola “Una cosa divertente che non farò mai più” e parla di un immaginario incarico che una meno immaginaria e molto patinata rivista assegna al nostro protagonista: un giornalista caustico e dissociato prende parte ad una crociera chic indagandone i più reconditi anfratti, dalle gare di tiro al piattello alla confusa, complicatissima dinamica sociale delle cene di gala ai tavoli assegnati random.
Foster Wallace descrive questa vacanza nel suo solito modo plateale e sorpreso, vaga tra i pontili tentando di evitare gli inevitabili contatti verbali con ricchi anziani del New Jersey, fa la posta alle cameriere fuori dalla cuccetta per vedere se è vero -come da depliant- che gli alloggi vengono nettati ogni 3 ore in assenza dell’occupante, testa la validità del servizio in camera chiamandolo ogni 35 minuti per poi sentirsi colpevole e passa ore in cabina per le spiegazioni tecniche coatte previste nel programma di viaggio.
In realtà più che altro osserva, si siede sui lettini mai sudati del ponte principale, sorpreso della frequenza con cui vengono cambiati gli asciugamani ed offerti cocktails, si imbarazza per l’accoglienza eccessiva e si preoccupa per il proprio comportamento antisociale così fuori luogo in una circostanza del genere in cui ogni ospite sembra dover sprizzare entusiasmo da tutti i pori, coglie lo strisciante sentimento di gratitudine per l’esclusività che caratterizza lo stato d’animo della nave, cerca di adattarsi ai ritmi del gioco aperitivo e ne viene completamente travolto scatenando reazioni misantropiche ed ossessive.
Foster Wallace e Martin Parr, a modo loro e diversamente, ci regalano una serie di immagini alle quali tutti noi siamo abituati: le folli routine da vacanza organizzata, l’esagerazione dei tour operator e delle loro brochures fatte di foto bruciate con palme e piscine, l’illusione della collettività felice nel momento del relax, e insieme lo stupore per questa dimensione, la mai ingenua osservazione del suo dipanarsi che genera comunque meraviglia, osservatori esterni incantati da un processo di emozioni e reazioni che non condivideranno mai e nel quale si gettano comunque a pesce, tentando di trovarne le radici nella propria famiglia ed educazione, spaesati dalla fascinazione di cui in teoria l’intellighenzia colta e radical chic ride a bocca aperta, e che invece ci riguarda tutti.
Quello di cui sono certa è che i nostri eroi si siano divertiti molto, al rinnovo delle promesse matrimoniali fra ottantaduenni in crociera, al meeting casalinghe di Hackney per un pollo piu’ fresco anche in frigo, alla serata di magia sul ponte principale e durante la partita a scacchi -persa- contro una bambina di nove anni nella sala giochi.
Le immagini che ci regalano questi due personaggi vanno in molti sensi e sono a dispetto degli argomenti che trattano, molto complicate, ma basta tirare fuori una vecchia foto di famiglia, di vacanza in famiglia, guardarla bene e a lungo, sindacare borbottando soli sulle t-shirt della Zuegg e sui basettoni gonfi e riderci su.


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