Gherardo Lento, ghepardo spento

gherardo

Qualche tempo in fa in Botswana nacque un ghepardo fisicamente simile a tutti i suoi simili, ma diverso in un certo senso. Lo chiamarono Gherardo. Sin da subito si distinse dai suoi simili per una particolarità: era pigro, molto pigro, così pigro che ad un certo punto della sua vita qualcuno iniziò a chiamarlo “Lento”.

Gherardo viveva per lo più solo, lontano dal branco, in silenzio. Parlava pochissimo. Passava le sue giornate steso all’ombra di un albero, il suo albero, quello che tutti conoscevano come “L’albero di Gherardo”. Dal suo albero Gherardo si spostava pochissimo, quasi mai, e comunque mai più lontano di 100 metri dal tronco. Ma nessuno sapeva perché. Era pigro: a molti questa motivazione bastava.

Gherardo non cacciava, semplicemente si procurava il cibo strettamente necessario alla sua sopravvivenza, in un modo o nell’altro. Sembrava quasi che il suo obiettivo fosse non stancarsi, risparmiare energie, muoversi non più di quanto servisse.

Non si muoveva mai. Non sembrava una statua, ma quasi. Raramente tornava a visitare i luoghi in cui era nato e cresciuto. Le poche volte in cui accadeva, si trattava di un vero evento. In quel posto aveva pochissimi amici.

Ormai non conosceva praticamente nessuno.

Lì dove viveva, invece, qualche conoscenza ce l’aveva – parlare di “amici” non si può: sarebbe eccessivo per Gherardo – per lo più animali che passando si fermavano a scambiare due chiacchiere con lui. Gherardo in pratica non faceva nulla tutto il giorno e tutta la notte. Nessuna attività che si possa definire tale. Riposava sempre e comunque. Non cacciava. Il cibo di cui si nutriva era spesso materiale “di fortuna”: carne avanzata da altri predatori, frutta caduta dagli alberi, bacche, piccole bestie che passavano per caso dalla sua zona e la cui uccisione non richiedeva particolari sforzi o sprechi di energia.

Anche la riproduzione per lui era un’attività praticamente assente. Faceva attenzione a tenersi lontano dalle femmine della sua specie. Ne aveva perso interesse. O almeno questo è quello che raccontava a se stesso, soprattutto durante il periodo dell’accoppiamento.

La sua apatia era nota. Le persone che lo conoscevano avevano provato inizialmente a fargli cambiare idea ma dopo un po’ si erano stufati e avevano lasciato perdere. Un po’ perché non volevano interferire con le sue scelte di vita, un po’ perché nessuno ha voglia di perdere tempo a cercare di convincere un testardo, pessimista e pigro, che la vita di un ghepardo dura anche troppo poco per non godersela intensamente.

Quando qualcuno gli chiedeva il perché di questo stile di vita, Gherardo cercava sempre di nicchiare, di cambiare discorso, diceva che a lui andava bene così, che il mondo l’aveva già visto a sufficienza, che non aveva nessuna curiosità, che quello che aveva era abbastanza.

Più passava il tempo meno parlava.

Gherardo visse né troppo poco, né troppo a lungo. La sua esistenza durò circa un terzo della vita media di un ghepardo. Morì solo e in silenzio, accovacciato accanto al “suo” albero, quello da cui mai si allontanava. Morì nel sonno, quasi non accorgendosi del trapasso. Soffrì poco, pochissimo: solo per qualche istante. Con il passare del tempo il suo bioritmo si abbassò a tal punto che il suo essere vivo sfumò lentamente nella morte, senza soluzione di continuità.

Nessuno si accorse della cosa. Il suo corpo rimase lì, accanto all’albero, per molto tempo. Negli ultimi anni della sua vita nessuno più gli rivolgeva la parola: Gherardo divenne pressoché invisibile ai suoi simili e agli altri animali. Il suo cadavere andò in putrefazione non prima di essere stato divorato con dovizia da avvoltoi e altri animali che vivono di sciacallaggio.

La sua scomparsa non alterò affatto l’equilibrio del microcosmo in cui aveva trascorso tutta la sua vita. Non passò molto tempo perché gli altri animali lo dimenticassero completamente. Presto fu come se Gherardo non fosse mai esistito. Il suo ricordo svanì anche più velocemente del suo corpo. Ma questo, probabilmente, a lui non sarebbe sembrato un male. A Gherardo, insomma, sarebbe piaciuto così.



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