Il verde del panda Paolo non è fluo
Il panda è un animale molto grosso. Si tratta di una specie di orso bianco e nero dal peso che oscilla tra i 75 e i 160 Kg circa. Tutti panda sono molto pesanti, quasi obesi. Tutti tranne uno: Paolo. Il panda Paolo pesava un terzo dei suoi coetanei. Aveva 20 anni quando prese una decisione importante, forse la più importante di sempre.
Sin da bambino era stato magro. Magrissimo, mingherlino. Quando era in età scolare tutti lo prendevano in giro per il suo peso. Stavano sempre lì a dirgli: «Ma dai, mangia! Non lo vedi che sei gracilino? Cos’è, a casa i tuoi non ti danno da mangiare? E come mai non cresci? Hai una malattia? Sei timido? Il cibo che ti danno non ti piace? E su! E fatti una bella insalata di eucalipto! Vedrai che metti su peso subito. Verrai su bello e grosso come tuo padre!»
Paolo aveva sentito queste frasi mille volte e, a dire il vero, non gli erano mai piaciute. Non era un attaccabrighe Paolo. Non era un ragazzo-panda rissoso. In vita sua mai gli era capitato di fare a botte con i suoi coetanei. Eppure le parole della gente lo infastidivano. Non rispondeva quasi mai a tono, né covava in silenzio la sua rabbia. Era solo dispiaciuto. Dispiaciuto e stufo che fosse canzonato per il suo (scarso) peso.
A tredici anni gli accadde qualcosa di straordinario. Riuscì a raggiungere il suo peso forma, non senza grandi sforzi e sacrifici. Raggiunse finalmente il peso medio per un panda-teenager ma il suo corpo subì una bizzarra trasformazione. Il suo pelo iniziò a cambiare, prendendo a virare verso il verde. Un bel verde acceso. Un verde acido che saltava subito all’occhio.
La trasformazione fu graduale. Non avvenne da mattina a sera. Le grandi macchie bianche e nere sparirono col tempo, piano piano. Ci vollero ben 7 anni perché la muta fosse completa. Fu a 20 anni che si trovò con un manto perfettamente uniforme, un manto verde fluorescente.
Il problema era che Paolo aveva sempre odiato i colori fluorescenti. In particolare il verde. Il verde fluo proprio non lo poteva sopportare, gli stava sulle scatole, lo mandava ai pazzi. Beh, come dargli torto: chiunque conoscesse, o incontrasse sul proprio cammino, finiva sempre per chiedergli la stessa cosa: «Wow! Verde! Sei tutto verde! Quasi mi accechi con questo verde. Che hai fatto per diventare verde fluo?»
Ecco, fluo. Quella innocente parolina di 4 lettere lo mandava su tutte le furie. In natura esistevano (esistono ancora) decine e decine, centinaia, di tonalità per il verde: perché proprio fluorescente? Ma soprattutto perché proprio a lui?!
E così a quelle fastidiose affermazioni non poteva altro che negare, scocciato: «No. Non è fluo!». «Come no?! Lo vedo! Eccolo qui! Vuoi che non sappia come sia il verde fl…». «Non dire quella parola! Guarda, non dire niente. Fidati! Vuoi che non sappia com’è fatto il mio manto? Lo saprò bene il mio colore! E se ti dico che non è quel verde non mi contraddire. La mia pelliccia è di un bel verde acceso». «Sì, acceso. Da infiammar gli occhi! Comunque ok. Come vuoi. Se dici che non è fluo…». «Non lo è, ti dico» lo interruppe Paolo sospirando.
«Se non lo è, allora che colore sarà?! E poi sarai mica malato. Oh, qui sei l’unico che ha ‘sto colore qui! Ma che c’hai? Cosa hai avuto da piccolo? La scarlattina pandalica? Non t’è più passata?». «Ma no, non che non sono malato! Tranquillo. Non si tratta di una malattia infettiva, se è quello che stai pensando… Puoi anche stringermi la mano. Non succede nulla, eh!»
«Ehm… No, vedi… no: lo dicevo così, tanto per dire. Ecco. Adesso ho fretta. Devo andare. Mi aspetta il dermatologo… Cioè, no, il reumatologo. Sai, da quando ho preso a scendere giù al fiume per mangiare l’eucalipto fresco, m’è come venuta una cosa ai muscoli della schiena… Un male, guarda! Vado, ciao!». E questo succedeva più o meno due o tre volte al giorno. Dialoghi di questo tipo erano molto più che frequenti. Un giorno in tarda primavera, mentre scendeva da un albero, Paolo incontrò un vecchio compagno di scuola, ma non lo riconobbe immediatamente.
«Paolo? Sei Paolo? Può essere che sei Paolo “Manto-e-ossa”?». «Eh?! Come dice, scusi?» disse Paolo mentre poggiava i piedi per terra, voltandosi verso la voce. «Sì, Paolo. Mi chiamo Paolo ma lei come fa a sapere il mio nome e… persino quel brutto soprannome?». «Ma guarda! Ma allora sei tu! Eh eh! E chi l’avrebbe mai detto!? Sei cambiato tantissimo! Ma come stai? Fatti un po’ vedere. Oh sei proprio diverso! Ma quanto peserai adesso? Sembri quasi un panda normopeso. Ma pensa! E com’è che hai deciso di smettere di essere magro? E dimmi, dimmi, questa pelliccia verde fluo che moda è?». Paolo rimase a bocca aperta dopo questo breve e frenetico sproloquio.
Attese quasi incosciente che il suo vecchio compagno di scuola avesse terminato, poi si destò da quella specie di catatonia. Stava quasi per parlare poi rinunciò. Abbassò lo sguardo sconsolato. Si scansò e procedette oltre. Non salutò nemmeno. Non si girò a guardare ma tirò dritto fino a casa e lì vi rimase sino al mattino seguente.
Il giorno dopo, una volta sveglio, Paolo fece per uscire ma si arrestò sull’uscio. Improvvisamente non aveva più voglia di mettere piedi fuori di casa. Non nutriva più alcuna curiosità per il mondo circostante. Qualsiasi contatto con gli altri panda gli apparve più che deleterio. Così si chiuse in casa e vi restò per tantissimo tempo. Si nutrì pochissimo. Iniziò a perdere peso e in men che non si dica tornò al peso che aveva da ragazzino.
La pelliccia rimase verde ma di un verde sempre più spento, e comunque non più fluo.



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