Un premio alle BUONE INTENZIONI dell’uomo più potente della Terra
Barack Obama ha vinto il Nobel per la pace 2009. Giusto? Sbagliato? Prematuro? Il dibattito imperversa. Quel che è certo è che il comitato di Oslo, secondo me, si diverte a spiazzarci.
Un minuto prima che arrivasse la notizia che riguardava il presidente degli Stati Uniti stavo leggendo i commenti sul blog di «Grazia» al premio per la letteratura a Herta Müller.
La stragrande maggioranza delle lettrici si chiedeva allibita, esattamente come me: ma chi è? Perché non abbiamo mai sentito parlare di lei?
Certo, dopo la notizia, tutti abbiamo letto sui giornali che è una rumena di origine tedesche, perseguitata da Ceausescu e autrice di Il paese delle prugne verdi, ma “dopo”: prima nessuno, a parte i soliti impallinati super specializzati, l’aveva mai sentita nominare. Vi dico di più: lo stesso editore del suo libro (l’ho sentito io con le mie orecchie parlare alla radio, subito dopo l’annuncio del premio) era stupito.
Stupito ed entusiasta, ovviamente. Insomma, mi stavo apprestando a partecipare al dibattito del nostro blog per dire che, in fondo, una scelta di questo tipo non è affatto strana perché, quello che ho capito io è che, a Oslo, contano più i criteri del politicamente corretto, dell’impegno che non dell’eccellenza in senso stretto (come si spiegherebbe altrimenti il fatto che un titano come Philip Roth è da sempre nelle liste dei candidati e non è mai stato premiato?) e la valorizzazione della “nicchia”, il piccolo Davide che lotta contro tutti i Golia del mondo, quando è arrivata la notizia che mi ha bloccato.
Barack Obama è il nuovo premio Nobel per la pace “per i suoi sforzi straordinari nel rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli”.
Ora, per carità, io sono dell’avviso che Obama andrebbe premiato per tutto, bellezza ed eleganza comprese, ma non è una scelta un po’ precipitosa? In fondo è diventato presidente meno di un anno fa e, con tutto il rispetto per lui e il suo staff, gli sforzi saranno pure lodevoli, ma non pare che abbiano già dato tutti questi gran risultati.
La motivazione specifica, infatti, che l’impegno è stato rivolto alla riduzione degli arsenali nucleari (però, a quel che sappiamo, Ahmadinejad continua tranquillamente a fare i suoi esperimenti nucleari alla faccia degli ispettori e delle proteste di tutto il mondo) e al rilancio della pace in Medio Oriente, che, ahimè, è ancora di là da venire.
Quindi siamo di fronte a un premio alle buone intenzioni, e va benissimo. Anche se facciamo fatica a dimenticarci che, proprio nei giorni scorsi, il Presidente ha rifiutato di incontrare un altro Nobel per la pace, il Dalai Lama, in visita ufficiale negli Stati Uniti, per evitare di compromettere i rapporti con la Cina. Normale diplomazia, si sa, ma ci saremmo aspettati un gesto più coraggioso dal nostro preferito.
Insomma, contro tutte le previsioni, non ha vinto Ingrid Betancourt, ostaggio per anni delle Farc, e neppure Denis Mukwege, sconosciuto ai più, ma fondatore di un ospedale che nella Repubblica democratica del Congo accoglie e protegge centinaia di donne vittime di violenza sessuale, che erano nella lista dei candidati. Questa volta, ve l’ho detto, per confonderci, il comitato ha scelto l’uomo più famoso e potente della Terra.
Certo, è il primo presidente nero. Che sia stato questo l’elemento decisivo? Potenza del politicamente corretto…


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