Violetta Bellocchio: Sono io che me ne vado

sonoiochemenevado

Violetta Bellocchio, una delle prime autrici di questo blog, esordisce col romanzo Sono io che me ne vado. Dove la protagonista è una trentenne (come lei) “ma non è autobiografico”.

Ho appuntamento con Violetta Bellocchio alle 10 davanti a un caffè di piazza Wagner, Milano. Quando mi è stato chiesto di intervistarla per l’uscita di Sono io che me ne vado, suo romanzo d’esordio, ho subito accettato. Conosco Violetta da oltre quattro anni. Il suo blog era per me una lettura quotidiana. Adoravo quello che scriveva e mai avrei immaginato fosse così giovane.
È già lì che mi aspetta. Ci accomodiamo a un tavolo lontano dai rumori e ordiniamo due cappuccini. Io ne approfitto per accendere il registratore e iniziare la nostra chiacchierata: per una volta senza monitor a farci da filtro.

Un romanzo d’esordio di 350 pagine. Hai piazzato l’asticella molto in alto!
È venuto così. Per fortuna nel romanzo succedono un sacco di cose. Comunque Strade Blu (collana di Mondadori) stampa a corpo largo, si legge bene. Scherzi a parte, sono stata molto fortunata: ho lavorato con persone che hanno saputo consigliarmi, ma senza mettermi dei paletti, nemmeno sul numero di pagine.

Il libro ha un linguaggio davvero nuovo, che ricorda la navigazione in rete, con immagini e link. È voluto?
Ho avuto una formazione prettamente visiva, fatta di immagini, per cui il linguaggio è venuto naturalmente. Inoltre il personaggio di Layla chiedeva di esprimersi in questo modo e mi tornava utile ai fini narrativi per smorzare l’intensità drammatica di alcuni punti.

Quanto tempo hai impiegato a scriverlo?
Dai primi appunti all’ultima revisione è passato un anno e mezzo. Purtroppo è finito.

Purtroppo?
Il libro era il mio lavoro segreto, un modo per raccontarmi una storiella tra me e me, come quando ogni giorno fai un percorso di 20 minuti in metropolitana. E infatti ora che sto lavorando sul secondo libro provo di nuovo una sensazione di gioia.

Questo significa che hai deciso cosa farai da grande?
Ho fatto molti lavori, tra cui giornalista per «Grazia» e «Rolling Stone», speaker per Radio Due e consulente alla selezione della Mostra del Cinema di Venezia, ma ora posso dire che mi piacerebbe fare la scrittrice. È stato un lavoro che mi ha assorbito molto, ma anche il più piacevole che abbia mai avuto. Sono molto felice di questa scelta.

Parliamo di Layla, la protagonista del tuo libro, un personaggio cattivo ma adorabile, alla Dr House. Com’è nata?
Ero a Viareggio durante l’estate, stanca e di cattivo umore a causa di grandi progetti che non si stavano concretizzando. Vedevo la mia vita come un susseguirsi di brutti episodi in cui mi ero comportata male e avevo ferito delle persone o ero stata ferita a mia volta. Ma poi ho capito che non era andata così, che questo è un personaggio che prende delle cose della mia vita e che vede se stessa in questo modo. Ho iniziato a prendere appunti in prima persona, perché sentivo che lei voleva parlare direttamente al lettore. Poi ho pensato che è una a cui la Versilia è congeniale. Ha 28 anni, è cinica, dura. Non è nata qui, ci è arrivata a un certo punto per aprire un Bed & Breakfast e… fermiamoci qui.

Che rapporto hai con il tuo cognome, con la tua famiglia “importante”? Ricordo attacchi molto pesanti sul tuo blog.
Pensavo non me l’avresti mai chiesto! La cosa è diventata un problema all’università, quando gli altri hanno fatto il collegamento tra me e mio zio Marco, il regista. Mentre io mi affacciavo alla vita con delle illusioni, ricevevo ricchi e corroboranti schiaffi – metaforici, ma ugualmente dolorosi. Qualsiasi cosa facessi c’era sempre qualcuno pronto a dire “questa sciacquetta com’è sopravvalutata!”. Provavo rabbia, frustrazione. Perché non ero ancora nessuno? Perché non avevo preso la genialità della mia famiglia?.

Quando le cose sono migliorate?
A 27 anni, quando ho chiuso con le sceneggiature e ho iniziato a scrivere per i giornali. Mi ha aiutato molto anche parlare con una persona che è in una situazione simile alla mia: “Chi ha deciso che tu non vali niente, l’ha deciso dieci anni fa prima ancora che tu provassi a fare qualsiasi cosa”. Chi vuole continuare a considerarmi una persona che ha avuto delle porte aperte, continuerà a farlo, ma io ora sono serena.



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