Il miracolo della replicazione
Anni fa, mentre facevo il servizio civile e stavo amabilmente prendendo il caffè con una mezza dozzina di infermiere (il mio servizio civile è consistito nel fare compagnia alle infermiere di una casa di riposo per anziani, se ho capito bene), discorrendo del fatto che io non avrei mai voluto avere figli e loro invece sì, ho ingenuamente pronunciato l’espressione “istinto di maternità”, e come se fosse una cosa ovvia, per giunta. Meno male che erano infermiere e che, dopo avermi risposto, mi hanno saputo anche medicare.
Il concetto di istinto di maternità non gode di buona reputazione, evidentemente, e in ogni caso sembra proprio inaccettabile che possa esistere un istinto di maternità senza il suo corrispettivo maschile. Se così fosse, ne risulterebbe che l’uomo che dice di non volere figli è uno snaturato e qui seguono tutte le possibili spiegazioni più o meno psicologiche sul perché sarebbe avvenuto lo snaturamento. La mia preferita è:
l’uomo che non vuole figli è immaturo ed è immaturo perché non ancora disposto a smettere di essere a sua volta un figlio.
Come a dire che non intende rinunciare a essere il centro del mondo, se ho afferrato il punto. Be’, dico io, chiamalo stupido: essere il centro del mondo è uno spasso, ve lo garantisco. Come si può biasimare un uomo per la sua riluttanza a rinunciare a essere il centro e la scaturigine di tutto?
E comunque ho sentito dire che, quando nasce un figlio, tua moglie smette di amarti come ti amava fino a prima di averlo, non ti guarda più con gli stessi occhi, ha il calo del desiderio e via di seguito. È così? Perché se è così non mi sembra un baratto molto vantaggioso e mi sembra invece un ulteriore slittamento periferico: ho appena digerito di non essere più il centro del mondo, e va bene, adesso sono più tipo un satellite minore tutto sassi e sterpaglie, però questa cosa mi declassa ulteriormente, mi fa sentire come una specie di utensile utilizzato, il mezzo che giustifica il fine o una siringa da pasticciere.
Ho anche sentito dire che, se prima dici che non lo vuoi, poi, quando lo vedi, ti vengono gli occhi zuccherini, ti sciogli, lo coccoli, vorresti averne cinquecentododici. Alcuni uomini diventano persino marsupiali. Ok, è il miracolo della replicazione. Un incantesimo, un sortilegio. Non dico che non avvenga, eh, anch’io ho un cuore, dopotutto. Dico solo che, se uno si trova bene senza, perché dovrebbe farlo avvenire? Avete mai visto un mago che si sperimenta addosso la bacchetta magica? Lo sa anche lui che poi è molto difficile rimanovrarla se al posto della mano hai una zampetta bianca. Ma alla fine anch’io ne avrò uno e sarò un padre meraviglioso e lui avrà tutte le attenzioni di mia moglie e segretamente vorrà eliminarmi e che vi posso dire, lo lascerò fare.
In certi casi, però, mi sa che alcuni fanno un figlio più che altro per risolvere un vuoto che hanno dentro, altro che istinto dell’uno o dell’altro. Non sto dicendo “tutti”. C’è qualcuno là fuori che la pensi così? Prendi due persone vuote, con due vite vuote, che non hanno più niente o non hanno mai avuto niente da dirsi, che non hanno scopi, né ambizioni, mettici un figlio che li tenga impegnati per i prossimi 18-35 anni e voilà, improvvisamente hanno il riempimento, il sonoro, l’ambizione e lo scopo. Mi sta benissimo. Buon per loro. Ma io non mi sento mica vuoto. Io tracimo.
Eppure, lo so, alla fine le mie sono solo chiacchiere. Quando io e la mia ragazza ci siamo conosciuti, le posizioni erano limpide e pacifiche: “Tu vuoi figli?”,“macché”. “E tu ne vuoi?”, “Ah ah!”. Bene. Poi, un giorno, passeggiando per strada abbiamo incontrato due perfetti sconosciuti armati di uno di quei piccoli, minuscoli batuffoli rosa talcomentolati, che a me onestamente danno lo stesso scuotimento emotivo di un copridivano, perciò tiro dritto continuando a dire quello che stavo dicendo, ma con la netta percezione come di una modificazione nello spazio-tempo dove prima c’era qualcuno in ascolto. Mi fermo, guardo al mio fianco: nessuno. Mi volto, e vedo: la mia ragazza che con due occhi liquefatti giocherella con il – cito – “pepè” dell’animaletto emettendo lallazioni primordiali dove prima c’erano interessanti disquisizioni sulle funzioni dei betabloccanti.
Cioè: non è che io pensi davvero di avere un qualche tipo di controllo sul mio destino.


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