La tecnologia ha i suoi effetti collaterali. Come l’ansia di essere sempre altrove

I professori di neuroscienze e quelli di sociologia dovrebbero parlarsi di più. I primi scrivono che siamo troppo soli, isolati, sconnessi socialmente; i secondi che siamo fin troppo connessi senza soluzione di continuità, con la proliferazione di mezzi di comunicazione che ci tengono collegati 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana. Dalton Conley è capo del dipartimento di Sociologia alla New York University, e autore di Elsewhere, USA (cioè “Altrove, Stati Uniti”) in cui sostiene che si viveva più sereni negli Anni 50, quando non c’erano tutti i gadget di cui disponiamo oggi. Con internet, computer, palmari, cellulari, sms, si tende a portare il lavoro fin dentro la sfera privata. Questo conduce al multitasking: tenere una conferenza con colleghi da casa via Skype e medicare la ferita di un bimbo, rispondere al cellulare mentre si controlla la posta elettronica, eccetera. Siamo sempre in ansia perché pensiamo di dover sempre essere “altrove”: in ufficio se siamo a casa, in palestra se facciamo shopping, in riunione se siamo dal dentista, con i figli se stiamo con gli amici. Più lavoriamo, meno ci sentiamo sicuri del nostro status e del nostro successo. Le coppie si sfasciano per lo stress e si dà origine alla “poligamia dinamica”: un partner alla volta e, quando sorgono difficoltà, si cambia.

John Cacioppo è professore di Neuroscienza sociale all’università di Chicago. Il suo libro Loneliness è sulla crescente solitudine di oggi e l’esigenza innata degli esseri umani di legarsi tra loro. La vita moderna tenderebbe a farci ignorare questo istinto. L’italoamericano si preoccupa per il troppo lavoro solitario, per la tendenza a rifiutare il matrimonio e per l’isolamento provocato da marchingegni che ci permettono molti contatti virtuali, prevenendo la necessità d’incontrarsi di persona. Chi è troppo solo s’ammala di più e vive, in media, meno a lungo. Il matrimonio è l’ideale, a patto che la vita in comune sia ragionevolmente felice, altrimenti si corrono gli stessi rischi dei single.

I professori dovrebbero mettersi d’accordo con se stessi e tra loro. Conley, che pareva nostalgico degli Anni 50 – quando la maggior parte delle famiglie viveva con un solo stipendio, la giornata lavorativa durava otto ore e il capofamiglia cenava senza controllare il Blackberry – ammette che indietro non si torna, nemmeno se fosse possibile. Chi ha visto il film Revolutionary road, o la serie tv Mad men, ambientati in quegli anni, sa che c’è poco da essere nostalgici e non solo perché i maschi avevano i capelli unti di brillantina e le femmine portavano orrendi reggiseni a cono. Donne, omosessuali, neri ed ebrei erano discriminati, cittadini di seconda classe come se fosse l’ordine naturale delle cose. Cacioppo ipotizza che soffrire la solitudine è la nostra salvezza: l’istinto ci spinge ad aggregarci, sin da quando ci si riuniva in tribù per meglio difenderci dalle aggressioni di animali selvatici.

Ma oggi si tende a ignorare questo impulso. Altri ricercatori negano che le comunicazioni virtuali provochino il declino degli incontri “de visu”: secondo le statistiche, le persone con cui comunichiamo di più elettronicamente sono anche quelle che vediamo di più: internet e compagnia, in realtà, aumentano la socialità autentica. Ma se solitudine e affanno restano, i consigli di buon senso della mamma non invecchiano: se ti senti solo, muovi il sedere e organizza un incontro. Se sono troppi gadget e suonerie, basta spegnerli.



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