Un uomo ormai finito lo riconosci dal posto che si sceglie in AEREO

Ormai ero fatto, fregato, finito. Fare il single era un autentico lavoro, bisognava essere sempre in pista, le antenne attivissime, chiamare e richiamare, soprattutto rispondere, e ammazzarsi di messaggini, di aperitivi, di vernissage. Io non ce la facevo. Non ce l’avevo mai fatta, in realtà: ma negli anni precedenti il circuito mi era parso come più elastico, si poteva uscire e rientrare, avevi una terrazza spalancata su tutto. Ognuno aveva il proprio circolo di mezzi amori da materasso che messi insieme ti tenevano perlomeno in vita.

Poi, d’un tratto, le 20enni erano diventate bambine, qualcuna mi dava del lei. E le 40enni erano sparite, si erano sposate, o erano diventate 50enni ciniche. Gli amici quasi tutti accasati, impegnati a figliare e ad ammazzarsi di lavoro. Mi calava una stanchezza perenne, una patina disillusa, un lievissimo ma instancabile stato di ipnosi che scangiava ogni colore e rendeva patetica la semplice idea di un’emozione. Era tutto già visto, sperimentato, classificato. A pensarci, ero morto: ma dovevo occupare almeno altri 30 o 40 anni. E allora che dovevo fare? Che cosa avrei fatto?

Presi un aereo per Roma. Un tempo ero orripilato da quelli che prendono l’aereo ma non chiedono il posto accanto al finestrino: chiedono quello nel cosiddetto corridoio, perché si sono stufati di guardare giù. E leggono, e dormono ogni volta. Perché si sono abituati. Si sono abituati a guardare il mondo da diecimila metri. Si sono abituati alle cattedrali di nuvole e hanno smesso
di sbirciare, di cercare qualche dio minore addormentato.

Ecco, un tempo io pensavo che un uomo che smetta di guardare dal finestrino ha finito di vivere, e sia un uomo senza più mondo. Mi tornò in mente questa cosa perché mi accorsi che avevo preso posto giusto in corridoio, ma non me ne fregava niente. Avevo sonno. Dormii perché ero stanco, oltreché fatto, fregato, finito. Presto, probabilmente, mi sarei sposato, o qualcosa del genere. O sarei morto: tanto ero già morto. Forse avrei fatto dei figli, per continuare a vivere attraverso di loro. Per rinascere anch’io. Per servire a qualcosa. E non mi sembrò triste.
Mi sembrò normale.



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