Prima e ultima cena
Sull’antipasto sono stato molto onesto, bisogna ammetterlo. Lineare, diretto, corretto. Che non era il caso di fingersi chissà che, con abbinamenti azzardati, ingredienti esotici, e sapori delicati. Io sono maschio e sono così. Salumi, formaggi, affettati. Ecco, al massimo, visto che ad ognuno di noi è concesso di migliorarsi un po’, di sforzarsi quanto vuole, e di essere un po’ paraculo, ho messo un po’ di salsine e miele per i formaggi. Non sono un barbaro io, cosa credi?
Poi il primo. E lì la scelta era obbligata, che io non sopporto quando tutti usano una cosa, e gli piace, e cadono spesso in tentazione, e poi però alzano le mani e ne prendono le distanze. E no, non fa bene, non si potrebbe, e poi con questo alito, oddio. Quindi, per il primo, sotto con aglio, con il lardo nell’olio e nel burro, spezie come se piovesse, peperoncino in ogni forma. È buono? Sì, lo so, fa male. E domani mattina te ne pentirai. La mattina è fatta per i pentimenti tardivi.
Riguardo al secondo, l’ho buttata sul simpatico. E volevo vedere. I secondi sono difficili, bisogna organizzarsi, e poi costano, e c’è la crisi. Insomma, per il secondo la devi buttare sul simpatico, sul ridere, che tanto con quell’antipasto e quel primo che ancora hai fame al secondo?
E purtroppo non ci sono più quelle femmine di qualche anno fa, che non mangiavano quasi…
O forse non le trovo più io, che mi capitano solo donne che dopo un piatto di salsiccie e patate ti guardano con le posate in mano dicendo “e poi?”. Comunque è andata. L’ho buttata sull’umorismo, dicevo. Hamburger, ma con il riso basmati, la salsa di soya e la papaya. L’ho chiamato Mc Global’s.
Dopo aver scelto anche il vino giusto (in realtà ne ho comprato uno che costava un po’, poi ho studiato su google. Che ormai qui se non hai fatto un corso biennale di sommelier e non fai roteare il calice tenendolo bene ti trattano come uno sfigato), sono qui che impasto e sfarino, appresso ad una ricetta che ho trovato su un foodblog, piena di verbi che non conosco, e sto producendo una cosa che non ha la forma che dovrebbe avere. Fino a che non mi ricordo che ho il forno rotto. Dal 2002.
E alla fine mi rendo conto che non so cosa sto facendo, ma me ne rendo conto in maniera liberatoria. Quand’è che è spuntata fuori questa cosa che l’uomo deve cucinare, e scegliere il vino, e saper soffriggere, mantecare, saltare, wokkare? E da dove? A me sembra ieri che l’uomo tornava a casa con gran sudore e chiedeva cosa c’è in tavola. Non cosa c’è sui fornelli. Cosa c’è in tavola?
Ecco, poi magari è stato giusto cominciare a lavarli questi piatti, a riporli, a tirarli fuori dalla lavastoviglie, anche a prepararli, dai. Ma pure questa moda dell’uomo che cucina è una nuova gabbia, e ormai quando inviti a cena una, il minimo che si aspetta è che tu gli faccia la fonduta.
Tu. Che una volta hai fonduto la padella con la pasta al tonno, mentre guardavi il motomondiale.
Va beh, alla fine sono una delusione, lo so. Me ne torno a casa mia, e me la caverò bene, come sempre. Sempre se trovo il depliant della pizza a domicilio.


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