Togli quel panda da sopra il mio petto

Ci si alza ogni giorno e si va incontro a quello che sarà. Poi scopri che quello che sarà, spesso, lo è già stato altre volte. Ci si alza e si fa colazione con le nostre abitudini e mai che mettendo giù i piedi dal letto il pavimento sia di un nuovo colore. Si passa davanti al kebab cingalese, al parrucchiere unisex, si percorrono vie senza saperne più il nome o senza sapere chi è quello lì.

Ci scaldiamo le mani senza guardare il cielo ma al ritmo veloce di un calendario e poi ci infiliamo da qualche parte, che sia macchina, metrò, su un tram, dentro ad un bar o nelle cuffie di un lettore senza troppa fantasia. In mezzo a milioni di facce senza volto, ascoltando musica che qualcuno ha già scelto, tra pareti anonime e bianche.
Perché ci si abitua a ogni cosa fottuta…
alle guerre degli altri,
alle portinaie dietro al vetro,
alla noia grigia come le tapparelle di un brutto condominio,
alle gioie standard in confezione famiglia,
al campionato che comincia a settembre,
alle feste comandate ed a chi le comanda,
a far bene via posta,
al male che si vede in tv.

Quello che serve è un naso arricciato che sappia ridere ancora, due occhi scuri a forma di luna. E’ la meraviglia senza fiato di un sorriso che si apre.
Quello che serve è disarmare il tempo per regalarlo leggero, non prendersi sul serio e non lasciarsi sull’adda.
Indignarsi veloci di fronte alle maree del disprezzo, innamorarsi ogni giorno abbandonandosi piano. Sapersi fidare, lasciarsi sorprendere. Guardare e vedere, sentire e ascoltare.
La vita la trovi nei nuovi giorni a colori come pomodori maturi, non nelle etichette di mille passati.



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