Andava tutto bene, poi tu hai parlato di MUSICA e ho capito che ti avrei lasciato

Andava tutto bene, guidavo nel buio, ascoltavo la musica e te. Eravamo ancora in quella fase primigenia in cui si ascolta qualsiasi cosa dica l’altro, a tratti addirittura gli si crede, ci si fida. Mi avevi chiesto se conoscevo un certo disco di Ludovico Einaudi, ma avevo fatto finta di niente. Poi però hai detto questo: «Mi piace moltissimo anche Giovanni Allevi».

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Per un istante pensai di lasciarti in aperta campagna. Mi fu impossibile non ripensare alla maledetta musica che ogni volta ritornava come metro inesorabile per misurare le sensibilità altrui. Ripensai all’autunno di dieci anni prima, avevo una trentina d’anni ed ero passato da un mercatino dove avevo scovato una Quinta Sinfonia di Shostakovijc, esecuzione di Leonard Bernstein, Tokyo 1979, cinquemila lire.

Poi, in serata, avevo visto la mia fidanzata e le avevo raccontato di quando Stalin criticò Shostakovijc gettandolo in un cono d’ombra: tanto che alla Prima della Quinta, nel 1937, a San Pietroburgo, tutti spettegolavano e si chiedevano come il compositore avrebbe reagito. Ma ecco: la musica li rapì.
Si aspettavano un trionfo di ottimismo paranoide: e invece la musica li tramortì. Terribile. Lacerante. Quella musica parlava di loro, delle loro speranze, delle loro paure: era la sinfonia del Grande Terrore, ma nessuno potè dirlo. Alla fine piansero e il direttore d’orchestra alzò la partitura al cielo. Quando morì, sulla sua scrivania, trovarono la partitura della Quinta.

Alla mia fidanzata volli far sentire un movimento, sembrava logico, ma ecco: un quarto dora dopo lei era impietrita, poi isterica, disse che quella musica era pesante, opprimente, terribilmente lunga, impossibile, che sembrava non dovesse finire mai, che saliva e poi precipitava come un suono forte nel cervello. Tra noi si alzò un muro invalicabile, e il muro era quella musica: un confine sonoro che si era stagliato come per demarcare due sensibilità diverse. Troppo diverse. Litigammo, e fu l’inizio della fine.

«Mi piace moltissimo Giovanni Allevi». Feci finta di nulla, resistetti. Presto saremmo andati a casa mia, a fare quel che c’era da fare. Per un paio di sere al massimo. Forse una sola.



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