Semplice, diretto, chiaro: che male c’è in un VOTO?
Sta per iniziare la scuola e io, come faccio da sempre, mi sono comprata dei quaderni nuovi. Uno lo userò per dare un tocco di novità alle riunioni di redazione.
Un altro me lo porterò alle sfilate per segnare le cose più interessanti. E il terzo, lo ammetto, diventerà il mio diario: cosa c’è di male? Quando sono un po’ in crisi, come la più classica delle adolescenti, scrivo tutto quello che mi passa per la testa. Detto questo, sono l’unica per cui settembre è il vero inizio d’anno? Non pensate anche voi che lo shopping in cartoleria, questo mese, è il simbolo migliore di quel misto di aspettative, ansia e piacere, con cui si ricominciava dopo le vacanze?
Quest’anno, però, le novità per la scuola saranno molto più significative perché il ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini (nei prossimi numeri leggerete su Grazia un’intervista con lei) ha proposto un decreto che è stato approvato e che diventerà legge. Ve ne parlo, perché il tema ci riguarda tutti, anche quelli che non sono più studenti da un pezzo o che non hanno figli studenti, perché attiene al futuro del nostro paese. E soprattutto perché sono rimasta molto colpita dalle reazioni violente, dalle critiche furiose a scelte che a me sembrano, tutto sommato, solo di buon senso. Torna, per esempio, il voto in condotta che, di fronte al crescere degli episodi di bullismo e alla difficoltà, oggettiva, degli insegnanti di “tenere” gli allievi più turbolenti, può solo essere uno strumento utile, che nulla toglie peraltro a tutti quelli che si comportano in maniera civile. Con il 5 in condotta si può essere bocciati (10 anni fa, quando fu abolito, bastava il 7), ma stiamo parlando di gente che ha tentato di dare fuoco ad un compagno in classe…
Tornano anche i voti in pagella al posto dei giudizi, che comunque, diciamoci la verità, sostituivano solo formalmente i numeri, perché era evidente a chiunque che sufficiente significa sei, buono sette e così via… Quindi dove sta il problema? I voti sono solo più semplici, più diretti, più comprensibili da tutti, allievi e genitori. Torna l’educazione civica, che comprenderà anche educazione stradale e quella ambientale: perfetto, grazie, non può che fare bene ai nostri figli.
E torna il maestro unico alle elementari, esattamente come sostengono da anni gli psicologi di tutto il mondo, che hanno tentato di spiegarci, in tutte le lingue, che i bambini hanno assoluto bisogno di una figura di riferimento, unica e solida. Che noi poi, in Italia, avessimo problemi di esuberi per gli insegnanti e ci fossimo quindi inventati la presenza plurima, va benissimo, ma non diciamo che era per il bene dei bambini. Nulla di cui scandalizzarsi, quindi, anzi.
Però mi sembra solo l’inizio di un progetto che va portato avanti in maniera ancora più decisa e convinta per cambiare seriamente la scuola italiana e renderla adeguata ad un paese che voglia essere moderno e competitivo. Tanto per cominciare, cosa vogliamo fare per insegnare ai nostri ragazzi, davvero, l’inglese e superare quindi la preparazione scarsa, lacunosa, “scolastica” nel senso peggiore della parola, che abbiamo avuto noi?
Gli ultimi dati ci danno al terz’ultimo posto, per conoscenze delle lingue, nella classifica dei paesi dell’Unità europea: una vera vergogna nazionale. E i computer e l’infinito mondo di internet, dove lo mettiamo? La tecnologia deve entrare prepotentemente a scuola, fin dai primi corsi scolastici. Il programma del ministro è stato accusato di essere un mero ritorno al passato. Nulla di sbagliato se nel passato c’è del buono da recuperare, ma
l’importante è che lo sguardo sia girato al futuro e a quello che di meglio ci offre, e ci chiede, la modernità.


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