Stalking: le attenzioni pericolose
Cambiano il numero di telefono. Le abitudini. Il lavoro e a volte la casa. C’è chi sceglie un’altra città e chi scappa all’estero.
Anni di terrore, vissuti con il cuore in gola, nella speranza di sfuggire alle molestie, che diventano spesso una vera persecuzione.
Lo stalking, termine mutuato dal linguaggio della caccia (da to stalk, fare la posta), della caccia ha i connotati. Bracca la preda, la riduce all’angolo, le ruba la vita. E spesso la isola, visto che in Italia le istituzioni possono fare poco per aiutare le vittime: da noi non esiste (ancora?) una legge che lo sanzioni. Come non ci sono dati ufficiali sul fenomeno. Basandosi sulle cifre Istat del 2006 si parla di due milioni 77 mila vittime. E sono dati parziali: riguardano solo le molestie ricevute dai partner in di fase di separazione.
Ne parlo con Laura De Fazio, docente di Criminologia all’Università di Modena e Reggio Emilia e membro del Modena Group on Stalking, team multidisciplinare europeo di ricerca sul fenomeno.
Lo stalking è, per definizione, un comportamento borderline. Facile, quindi, da sottovalutare. Quali sono invece i campanelli di allarme da non trascurare? L’insistenza e la durata nel tempo degli approcci. Un ex respinto o un corteggiatore indesiderato, dopo un paio di “no” fermi, si dileguano. Lo stalker al contrario stringe il cerchio sempre di più… Per cui è fondamentale chiarire subito che non si è intenzionate a riprendere o allacciare una relazione. E una volta fatto, non accettare successivi incontri, non fornire ulteriori spiegazioni: chiudere definitivamente. Perché ogni ambiguità è un appiglio per chi pretende di “riappropriarsi” della ex o conquistare a tutti i costi una donna.
E’ possibile individuare un potenziale stalker anche prima della rottura? Conviene sempre prestare a attenzione a mariti e fidanzati ossessivamente gelosi, che tengono costantemente sotto pressione le compagne, leggono le mail o controllano il cellulare. Comportamenti del genere potrebbero degenerare quando la relazione finisce. Per non parlare, ovviamente, delle violenze domestiche.
Che fare quindi se si è oggetto di pesanti attenzioni non richieste? Informare subito amici, colleghi e conoscenti. Spesso la vittima, soprattutto se donna, si vergogna di parlarne, sentendosi in colpa per la situazione e pensando di averla in qualche modo causata. Niente di più sbagliato. Condividere il problema con chi ci è vicino serve ad attivare una rete di protezione e contestualmente evitare che i conoscenti, non sapendo, forniscano al molestatore dati potenzialmente pericolosi, come un nuovo numero di cellulare o un indirizzo.
E le forze dell’ordine? E’ vero che in questi casi possono fare poco? E’ difficile che intervengano perché parliamo di un comportamento molto complesso da valutare; bisognerebbe analizzare caso per caso e spesso non c’è tempo. In più il nostro sistema giuridico non offre tutela alle vittime. C’è un disegno di legge fermo in Commissione Giustizia che ora, con la caduta del Governo, non si sa che fine farà.
Quindi è inutile denunciare i fatti a Polizia e Carabinieri? No, conviene farlo e ripetere le segnalazioni a ogni nuova minaccia. E’ importante documentare tutto con delle prove: richiedere i tabulati telefonici, conservare lettere, doni, magari tenere un diario per ricordare ogni episodio e chiarire che non si tratta di casi sporadici. Suggerisco però di rivolgersi anche a uno dei tanti centri antiviolenza, ormai abbastanza diffusi sul territorio, che potrà fornire eventualmente l’assistenza legale. Come Modena Group on Stalking, inoltre, abbiamo messo online un manuale per riconoscere i molestatori e imparare a difendersi.


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