E se l’alternativa alla chemioterapia fosse la marijuana?
La scoperta che il cannabidiolo, una sostanza contenuta nella cannabis, cioè nella marijuana, potrebbe bloccare “biologicamente” la formazione di metastasi del tumore del seno, è una buona notizia. Oggi per le forme più aggressive e avanzate di cancro le possibilità di cura esistono e possono portare grandi benefici, ma anche effetti collaterali molto pesanti. Per questo la ricerca è impegnata a trovare non solo l’agognata “pillola anticancro”, ma anche soluzioni terapeutiche che, a parità di efficacia, permettano una migliore qualità di vita al paziente. Lo studio sulle proprietà del cannabidiolo – condotto dall’équipe del California pacific medical centre research institute e pubblicato sulla rivista Molecular Cancer Therapeutics - va in questa direzione. I ricercatori hanno scoperto che questa sostanza ha la capacità di inibire il gene Id-1, che gioca un ruolo importante nell’avvio della metastasi (l’evoluzione più grave nella storia di un tumore), che causa la sua diffusione in altri organi. Il cannabidiolo potrebbe quindi diventare un “farmaco intelligente”, che si dirige selettivamente contro il gene alterato nella cellula malata, senza distruggere quelle sane. Dico “potrebbe” perché sono necessarie altre ricerche e sperimentazioni prima di passare alla pratica clinica.
Un farmaco che cura non può essere bloccato.
L’importante è che questi studi, e la speranza che inducono, non siano fermati per ragioni ideologiche. Il mio timore è che la marijuana subisca in alcuni Paesi, e soprattutto nel nostro, la stessa condanna morale della morfina: è una droga, anche se aiuta i malati. La morfina è una sostanza stupefacente con effetti allucinogeni per chi ne fa un uso non medico, ma è anche un oppiaceo efficacissimo per combattere il dolore grave. C’è voluta una battaglia di 20 anni (alla quale ho contribuito come ministro della Sanità) per permettere il suo utilizzo in Italia come cura per alleviare la sofferenza. Nel caso del cannabidiolo, oggi sotto la lente della scienza, la posta in gioco è ancora più alta: si tratta di poter disporre, in futuro, di un’alternativa alla chemioterapia. Dunque ancora maggiore deve essere l’impegno a impedire che la ricerca venga affossata per questioni di principio. Penso che tutti vorremo che, nel dibattito politico, a decidere fossero i malati e i medici che hanno il compito di accompagnare il paziente anche nei momenti più dolorosi.


piace a 0 persone

piace a 1 persone










