Due grandi partiti nuovi di zecca, ma le riforme restano difficili

Silvio Berlusconi aveva in mente da tempo l’idea di formare un nuovo partito più largo di Forza Italia e meno influenzabile dagli alleati. Ne parlammo in ottobre, nell’ultimo colloquio per il mio libro L’amore e il potere. Gli dissi che, se avesse vinto le elezioni, ammesso che si fossero celebrate presto, l’opinione pubblica non avrebbe accettato le repliche delle risse e dei veti tra i partiti del centrodestra che avevano caratterizzato la passata legislatura. Fu allora che Berlusconi mi ricordò di aver tentato fin dal 2005 di costruire un Partito della libertà che riunisse i diversi soggetti del centrodestra e, per la prima volta, pronunciò una definizione – Popolo della Libertà – senza accennare che sarebbe stato proprio questo il nome del nuovo partito. Se ha lanciato la sua nuova creatura un mese dopo il nostro colloquio, è per uscire dall’angolo in cui l’avevano stretto avversari e alleati. Berlusconi aveva ricevuto da cinque senatori dell’Unione l’assicurazione che avrebbero votato contro la legge finanziaria. Il premier Romano Prodi è stato abilissimo nel chiamarseli tutti e cinque, uno per uno, nei giorni e nelle ore precedenti il voto conclusivo e fargli cambiare idea con argomenti convincenti. Alla gogna degli avversari Berlusconi era preparato. A quella degli alleati meno. E allora ha sparigliato il gioco degli uni e degli altri con una mossa mediatica e politica di indiscutibile efficacia, che lo ha rimesso al centro del campo. I sondaggi, seppure virtuali, dicono che il nuovo partito di Berlusconi e il nuovo Partito democratico potrebbero raccogliere insieme più o meno i due terzi dell’intero elettorato. Entrambi hanno interesse comune a una legge elettorale che privilegi le forze maggiori, ridimensionando i piccoli partiti che, oggi – ma anche nella Prima Repubblica – avevano un forte potere di condizionamento. Non sappiamo se riusciranno a portarla a casa. Fino a pochi giorni fa, Berlusconi non voleva parlarne, temendo che la discussione avrebbe ritardato il ricorso alle urne. Quando Gianfranco Fini, dopo l’approvazione della finanziaria al Senato, si è proposto come interlocutore delle riforme bocciando con toni ruvidi la strategia del Cavaliere, Berlusconi ha fatto la mossa del cavallo dicendo: bene, allora con Walter Veltroni parlo io. La trattativa non è facilitata da diversi elementi. Il primo è la scontata avversione di quei settori del centrodestra e del centrosinistra che rischiano di pagarne il conto, a cominciare da Romano Prodi: il presidente del Consiglio sa bene che, con una nuova legge elettorale, difficilmente il suo governo sopravviverebbe. Il secondo è la diffidenza degli alleati di Berlusconi – Fini e Casini – che non hanno una gran voglia di votare presto, sperando che il Cavaliere, prima o poi, ceda il posto a uno di loro. Il terzo è la improvvisa bufera sulla Rai che, nei giorni scorsi, ha rilanciato la polemica sul conflitto d’interessi tra il Berlusconi editore e il Berlusconi politico. Al di là del polverone, la sostanza è che, nei cinque anni di governo del Cavaliere, la Rai ha sempre battuto Mediaset. Ma non c’è dubbio che chi vuole far saltare il tavolo ha in mano una carta in più.



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