L’anoressia non c’entra con la moda, ma con l’educazione

Oliviero Toscani ha firmato una campagna choc sull’anoressia. È scoppiata la polemica: è giusto e utile (o no) “usare” corpi malati per sensibilizzare l’opinione pubblica? Non ferisce forse il rispetto per la dignità della persona sofferente? È un dibattito legittimo: chi pone il limite etico della comunicazione? Il fine giustifica sempre i mezzi? Ma questa discussione non dovrebbe sviare l’attenzione dal cuore del problema che le immagini di Toscani ci mettono crudamente davanti agli occhi: cos’è l’anoressia? È davvero una malattia indotta dalla moda? Io credo di no. Questa gravissima patologia colpisce in Italia una percentuale fra lo 0.5% e l’1% delle ragazze fra i 12 e 25 anni. Si ritiene comunemente che la magrezza delle modelle, diffondendo il mito “magro è bello”, possa essere una spinta verso il tunnel della malattia. Ma le radici di questo disagio sono più profonde e vanno cercate nell’infanzia e nell’educazione ricevuta.

Nei Paesi poveri, l’anoressia non esiste. È un problema dei Paesi ricchi, in cui la sovrabbondanza di cibo ha reso possibile la “trasformazione culturale” del valore simbolico del cibo: non più una conquista ma un ricatto.

Nella nostra società “non mangiare” è diventato strumento per ottenere attenzione. Oggi nelle famiglie la regola è l’ossessione degli alimenti: le madri insistono perché i bambini mangino e sono concentratissime su questo aspetto dell’educazione. I bambini capiscono che rifiutando il cibo ottengono l’attenzione. Accettandolo possono ottenere premi o regali. Il “cibo-ricatto” riaffiora nell’adolescenza, un momento di crisi con il proprio io e con la sfera relazionale, e può portare all’anoressia. Nelle generazioni precedenti, come la mia, mangiare non è mai stato un obbligo. Anzi era un premio, il pasto era un momento di soddisfazione, gioia, dialogo e convivialità. Per prima cosa dobbiamo rieducare le madri a non essere ossessive con l’alimentazione. L’anoressia si cura meglio se diagnosticata precocemente, prima che un giovane corpo si autodistrugga. La famiglia ha un ruolo fondamentale: dobbiamo abbandonare gli alibi sociali e rivedere profondamente i nostri schemi educativi.
Il grande psicoanalista Cesare Musatti diceva che ognuno di noi porta dentro se stesso tanti pezzetti di pazzia. L’opera di prevenzione è individuare quei pezzetti di disagio che si possono trasformare in una malattia più seria.

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  • Scritto da Umberto Veronesi
    il 15/10/2007


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