Grottesco

Era la fine degli anni ’90. Avevo 25 anni, credo. Si presentò nel mio ufficio un bassetto, barba e capelli lunghi neri a metà schiena, il volto sconfitto dall’acne giovanile. Massimo.
Quarant’anni, su per giù. Più su, a dire il vero. Lo avevo conosciuto una notte in un locale di strip, portava le bottiglie di champagne a chi chiedeva un privè alle spogliarelliste. Di giorno faceva il regista: film porno da sei milioni di lire, cast, luci, trama, montaggio e distribuzione compreso. Arriva e mi fa:
“Parliamo di affari”.
“Scusa?”
Si era messo in testa di fare l’editore. Una rivista sulla notte.
“E i soldi?”
“Non ti preoccupare. Ho la testa, io.”
Verificai. Stampatore e distributore erano d’accordo con lui.
Aveva la testa. La chiamai Night by Night. Ci buttai dentro tutte le inchieste fatte sul mondo della notte: combattimenti clandestini dei cani, droga e discoteca, club privè, locali equivoci, prostituzione, serial killer, mondo dei centauri e del tatoo, sette sataniche. Arte alternativa, come quella di Paolo Schmidling, scultore di trans, allora sconosciuto e oggi nell’occhio del ciclone per via del busto di Papa Raztinger in parrucca.
Sessantaquattro pagine. I giornalisti: Lucia Magni, Marco Ramerio, Gigi Montero, e via dicendo. Tutti pseudonimi. Ero sempre io. Testi e foto. Misi su però una banda di opinionisti: Pinketts, Giuseppe Biselli, direttore di Cronaca Vera, Roberto Forti, speaker di Discoradio, Paolo Moresco, l’inventore di Blitz. L’ultima pagina, Amarcord, l’affidai a un vecchio amico, Pietro Valpreda, che aveva appena pubblicato Tre giorni di luglio con il Ponte della Ghisolfa.
Chi voleva, in allegato, poteva scegliersi un film erotico.
Vendevamo dodicimila copie. Niente pubblicità. Sarebbe andata comunque da dio, invece Massimo, che aveva la testa, buttava fuori 5000 film ma duplicava 50.000 videocassette. Tirammo sei numeri.
Poi un giorno Massimo pensò bene di salvarla, la sua testa, dai debiti. E sparì dalla sera alla mattina. Non l’ho più visto. Night by Night invece è diventato un oggetto di culto su ebay. Non male.
Tutto questo però è la premessa…
Perché dentro la rivista avevo allestito uno spazio per gli aspiranti scrittori. Siccome il filo conduttore era la notte, chiesi racconti grotteschi, mezzi deliri, tra il sogno e l’incubo notturno. E a delirare furono, in effetti, in tanti. Per invogliarli, cominciai io. Fingendo di essere un autore. Naturalmente ci appiccicai un nome farlocco, (come quello di tutta la redazione del resto) Luis “Che” Montreal, e la mia faccia di pochi anni prima, ad oggi, per tutti irriconoscibile. Da ragazzo, d’altra parte, si cambia spesso look. Ed era quello che (vedi foto) avevo a metà anni ’90, quando collaboravo al Corriere della Sera. E lì dove l’abito non fa solo il monaco, ma pure vescovi e cardinali, non è che lo apprezzassero un granché. Infatti me ne andai.
Quel racconto, buttato giù ai tempi del liceo classico durante l’ora di religione, quel racconto, dicevo, una fiaba demenziale e grottesca, milioni di anni luce lontano da ciò che scrivo oggi, l’ho ritrovato ieri sulla mia scrivania.
Eccolo.
Il Nano della notte
Non aveva mai capito perchè tutti gli chiedessero se avesse una sorella che faceva la ballerina. Aveva sempre pensato che lo scambiassero per qualcuno del mondo dello spettacolo, forse un impresario. Forse aveva un’aria di cinema intorno a sé. Pensava che il suo nome imponente fosse dovuto al paragone con quello della profezia, che forse a suo tempo aveva una ballerina come compagna… Celestino invece era semplicemente un nano, che per di più non leggeva libri.
La mamma era una nana: lavorava come spogliarellista della torta nelle feste erotiche di compleanno per bambini precoci. Il papà era un nano: militava nella Digos adescando pedofili al parco vestito con grembiule e lecca-lecca.
Insomma il nanismo era una tradizione di famiglia. E si sa che i nani perfetti vivono a fianco delle ballerine. Ma lui non conosceva detti e proverbi, canzoni e romanzi, scrittori e e leggende metropolitane. Non amava nemmeno le tradizioni. Voleva spezzare quel legame che durava da generazioni. Aveva provato con l’anagrafe, cambiandosi il nome in “Ciro il Grande”, come il condottiero persiano. Ma nessuno ci aveva creduto. Per tutti era rimasto Celestino il Nano. “Ci vorrebbe un miracolo” diceva sempre. “Mai fidarsi del cielo – rispondeva il padre-, i miracoli non esistono. E crederci è pericoloso. La vita è perfida. Arrangiati come puoi.”
Celestino aveva allora deciso di provare cambiando mestiere. Lasciando l’onesto lavoro di lava-fari ai semafori (i vetri erano troppo in alto) per darsi alla malavita notturna. Cercando sempre mansioni che elevassero la sua posizione. Cominciò facendo il ladro acrobata, arrampicandosi sulle cime dei palazzi per svaligiare gli appartamenti. Ma la sua carriera fu presto stroncata quando un cacciatore insonne gli sparò ad una gamba scambiandolo per un ragno esotico appollaiato sulle pareti di un edificio. Si mise allora a spacciare ecstasy nelle discoteche, dall’alto del bancone del deejay. Era roba buona, l’aveva provata anche lui. E quando la prendeva si sentiva veramente come Ciro il Grande, un metro, un metro e mezzo più su. Finalmente era alto, grande, bello. Smise una sera quando cercò veramente di rimediare una ballerina. Ne trovò una splendida, gli pareva che lo guardasse. Non gli sembrò vero di vederla arrivare verso di lui. A lei non sembrò vero quando poco dopo le dissero che aveva schiacciato un uomo sotto i piedi mentre si dirigeva a prendersi il solito gin-tonic. “Giuro, non l’ho visto, pensavo fosse un nuovo cubo.” cercò di giustificarsi lei. Ma l’umiliazione fu troppo forte. Il nano-cubo era troppo anche per lui. “Basta – si disse il Nano – se non posso io diventare più alto, saranno gli altri a dover diventare più bassi.” Si sentì come Maometto con la nota storia della Montagna, investito da un missione da cui non poteva più tirarsi indietro. In poco tempo mise insieme le BNN, che non erano le azioni di una nuova banca, ma le terribili Brigate Nane della Notte. L’associazione che si occupava di eliminare dalla faccia della terra le persone sopra il metro e settanta. Reclutò adepti nei circhi, in tribù africane di pigmei e in una sperduta valle della Sardegna. Tutti duri e incazzati con il mondo. E uno dietro l’altro arrivarono i successi che ebbero eco su tutti i giornali più importanti. Agivano con il favore del buio approfittando del fatto di non essere visti. Non che di giorno sarebbe cambiato un granché, ma insomma la notte aiutava. Iniziarono rapendo i giocatori di pallacanestro più noti, rimandandoli a casa senza i polpacci. Rivendicando l’atto criminale, e trasformando in due soli mesi il campionato NBA in un torneo di mini-basket. Fu poi la volta di politici, imprenditori, vip del mondo dello spettacolo. La gente aveva paura di finire nelle loro grinfie. Chi era sopra il metro e settanta usciva di casa inginocchiato o munito di carrozzina per bluffare sulla propria altezza. Ma nessuno riusciva a sfuggire alla vendetta dell’armata. I nani della notte divennero immediatamente l’ultimo spauracchio della vita notturna. Celestino il Nano stava finalmente portando a termine il sogno della sua vita, spezzando quel legame di famiglia che era sempre stato il suo incubo. Si fece intervistare nel suo covo dalla CNN, riceveva lettere d’amore delle sue fans. Per alcuni, i più bassi ovviamente, era diventato un eroe della malavita. Perchè non era propriamente un bandito, ma un killer missionario. Chi era nano veniva invidiato e rispettato da tutti, perchè era immune dall’aggressione. Sui muri la notte scrivevano “Celestino presidente della repubblica”, “Celestino ti amo”, “Celestino nuovo Profeta”. Da cui Celestino finalmente ipotizzò il paragone con il più noto antenato. “Fosse stato anche lui un nano?” si chiedeva senza sforzarsi di leggere un libro. In tv apparvero le soubrette di un metro e trenta, il Milan comprò Piddu Zidurrumurru, campione di Olbia di un metro e dodici, fortissimo di testa sui palloni rasoterra. Si scatenò il finimondo. Celestino il Nano lanciò la moda del chihuaua come cane da guardia. Segno di onore e paura da parte della gente. Nessuno sembrava poterlo fermare più. Quando voleva colpire qualcuno, la sera prima del sequestro mandava gli untori a casa del malcapitato, a firmare la porta con la sigla BNN. Per i più alti iniziò l’epoca del terrore. Lui venne paragonato a Napoleone, Mussolini, Mao Tze-Tung, Cesare, Maradona, Berlusconi e ad altri grandi condottieri che poco avevano da spartire con il centimetro. Nemmeno i rastrellamenti dei carabinieri del gruppo anti-nano sembrarono ottenere successi. La notte era il suo regno. Colpiva e vinceva. Sempre. Finché un giorno, mentre dormiva (poiché la notte era sempre in missione) gli apparve in sogno il padre, Nino il nano, morto di crepacuore quando aveva saputo dell’attività criminale del figlio. Poi la madre, Nina la nana, uccisa anni prima da una banda di undicenni che l’avevano violentata e torturata all’uscita dalla torta di compleanno. Infine la Madonna. “Smettila, Celestino. Non puoi più continuare a uccidere e a far male alla gente diversa da te. Prega, invece, prega e rimettiti sulla via della redenzione. Se ti pentirai, le porte del Paradiso per te torneranno ad aprirsi.” E avvenne l’incredibile. Il miracolo. Al risveglio Celestino non era più un nano. Nella sua magnanimità il Creatore aveva deciso di farlo crescere: un metro e ottanta. Fu folgorato. Era entusiasta, al settimo cielo. Uscì di corsa, scese le scale ed andò nel suo vecchio covo a dare la grande notizia a quelli della banda. Per dir loro di smetterla con quell’assurda battaglia. Ma quelli, come lo videro, gli spararono. E lo uccisero: la legge era ferrea, a morte quelli sopra il metro e settanta.
Era appena diventato grande che subito smetteva di vivere. L’aveva fregato proprio il miracolo. Quel miracolo che da tutta la vita attendeva. Anche in cielo evidentemente odiavano i nani. E gli avevano giocato un colpo “basso”.
Dopo tanti anni oggi, di notte, nelle leggende metropolitane, si parla ancora del fantasma del nano redentore. Ma nemmeno da morto, pure alto, pure martire, era riuscito a diventare San Ciro il Grande: per tutti è rimasto San Celestino il Nano.
Suo padre, d’altra parte, lo aveva avvertito.
Anche la morte, come la vita, è perfida.


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