Nascita di un thriller

Scrivere un romanzo, almeno per me, è maledettamente difficile. Non importa quanto hai letto o studiato, né quanti articoli hai fatto. Ciò che da ragazzo ignoravo è che la forma è spesso pure contenuto. Solo che gli amici non te lo dicono. Leggono e apprezzano. Per amicizia, appunto.
Quando conobbi Andrea G. Pinketts avevo 23 anni anche se, direbbe lui, sembravo molto più vecchio. Fu conoscendolo che mi avvicinai al genere noir. A dire il vero a piacermi del personaggio erano le inchieste che aveva fatto prima di essere scrittore: travestito da barbone, da sadomaso, sceriffo giù a Cattolica, satanista mascherato a Bologna.
Mi piaceva perché era un po’ quello che facevo io.
Dicono si chiami giornalismo investigativo. Avevo fatto la cavia umana, testato il doping, ricostruito con un ex ergastolano una guida alle carceri – dalle mense migliori alle squadre di pestaggi -, buttandomi nel mondo di zingari, immigrati e, soprattutto, scrivendo storie di perversioni, sette, biografie criminali.
Insomma, diventammo amici frequentando pessimi ambienti.
Ci beccavamo, quando capitava, alle due del mattino al Trottoir di Milano. O, se io non ero appostato in qualche locale malfamato e lui non era di turno con la pin up del mese, ci si vedeva per un poker lontano dalla mia bisca.
Lui mi diede da leggere un paio di suoi libri. Io, ricambiai con un manoscritto battuto a macchina ai tempi del liceo, L’aspirante folle, convinto da gran spaccone che fosse un capolavoro filosofico. Ogni tre mesi glielo chiedevo:
“Ti è piaciuto?”
“Moltissimo”.
Avevo una mezza idea che mi pigliasse per il culo. Però per anni mi divertii a leggere Lazzaro, vieni fuori; Il senso della frase; L’assenza dell’assenzio.
Mi divertiva perché i personaggi, assai improbabili, Pinketts li conosceva veramente. Erano amici suoi. Gli veniva facile scriverne. Perché scriveva, alla fine, di una vita, la sua, piuttosto fuori dal comune. Finché un giorno, molti anni dopo, Simona, la mia compagna, mi fece notare che in effetti, quanto alla vita, non è che la mia fosse molto normale. “Invece di quella porcheria dell’aspirante folle, con tutta sta gente che ti sta intorno, metti giù un thriller no?”
“Perché, che gente è? E poi cos’ha che non va L’aspirante folle?”
Finì a insulti.
Ma dopo molte insistenze, nacque così. Per amore di lei. Mi lasciai alle spalle la filosofia, ammiccai al noir, ma mi buttai sul thriller. Il Boia, in effetti, era un romanzo costruito sulla realtà, sintetizzando una serie di inchieste fatte sul satanismo e altre sul mondo delle perversioni più estreme. A dirla tutta, Manuel Montero, il protagonista, finiva nei guai proprio dopo aver scritto un trattato intero sulle perversioni, Tribù di Notte. L’incipit.
Il Boia lo finii in fretta. Bussai alla Hobby & Work. Piacque. Lo pubblicai. E pensavo finisse lì.
Un paio di mesi dopo, l’editore Francesco Aliberti mi chiama e mi fa: “Ma questo Tribù di Notte di cui lei parla nel Boia è tutta fantasia vero? Non è che è così sul serio, no?”
E’ finita che l’ho scritto davvero, Tribù di Notte, viaggio nelle perversioni ispirato da un romanzo. Proprio per Aliberti.
Poi mi sono sentito svuotato. E La ferocia del coniglio ha atteso tre anni.
Nel frattempo però è successo ancora qualcosa. Un giorno di un due anni fa Pinketts mi telefona. Mi fa domande strane su un paio d’inchieste di diverso tempo prima. Poi sibila: “Com’è che s’intitolava quel tuo vecchio manoscritto filosofico?”
“L’aspirante folle.”
“Ah, sì.”
“Ti è piaciuto?”
“Moltissimo.”
“Tu mi pigli per il culo. Lo so da me che non era buono. E poi non ti ricordi nemmeno il titolo!”
“Fidati.”
Mi fido.
A giugno dello scorso anno però Pinketts pubblica per Mondadori Ho fatto giardino. Insieme al protagonista Lazzaro Santandrea c’è un tipo surreale e nevrotico che fa il giornalista investigativo, Edoardo Montoya, reso celebre da un’inchiesta sulle cavie umane. Il tipo vuole pubblicare un romanzo filosofico, L’aspirante folle, un delirio di trama in cui non si capisce niente. Dove Immanuel Kant si trasforma nottetempo in Eva Kant, la compagna di Diabolik.
Gli telefono: “Adesso tu mi dici la verità. Non mi importa, guarda. Quel libro per me è una porcheria, te l’ho detto da cinque anni. Un errore di gioventù, va bene? Però tu mi devi dire la verità. Allora, un volta per tutte. Con calma, eh. L’aspirante folle, ti è piaciuto?”
“Moltissimo.”


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