Sei: Praga e Gukanjima

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Nella mia terza vita, che comincia fra non molto, voglio avere un nome hindi o ebreo, e non voglio avere come casa un castello, un attico, un monolocale in un casermone di qualche suburbia parigina, né una house-boat o un appartamento tinteggiato in colori pastello al quinto piano di una residenza signorile; non voglio vivere in un loft né in uno scantinato: voglio vivere dentro un museo, e mica un museo qualunque. Non mi interessa far colazione la mattina rimirando l’enigmatica Gioconda né farmi la doccia al MOMA: io voglio vivere nel museo Franz Kafka a Praga. Precisamente, voglio abitare nell’installazione in 3-D che spezza il nero museo in due, lascia di stucco o inquieta i visitatori; è un’installazione realizzata, pare, dal Centre de Cultura Contemporània de Barcelona, e io la chiamo La Stanza Bianca Dove Sei Mille Volte Tu: nell’ologramma ti puoi osservare ripetuta ad libitum, mentre piangi o mangi, sorridi o accenni un gesto, abbassi gli occhi o ti allacci le scarpe. Sei sempre tu, all’infinito, per cui non sei affatto certa di essere: quale sarai delle illimitate donne che vedi? Tutte ti somigliano in modo così commovente da sembrare te, ma non appena le sfiori svaniscono, e tu non sei. Voglio vivere dentro quel museo, in quella Stanza Bianca che riproduce l’io in loop; e per uscire a far la spesa voglio scendere attraverso l’installazione che io chiamo La Scala Che Non Sale E Che Non Scende, perché così funziona nel museo FK: più corri giù, più il trabocchetto di specchi ti trasmette l’illusione di star risalendo, sicché non sai se vai o torni, né quanto tempo ti occorrerà per capirlo. Dare un appuntamento abitando in un tale luogo è un bel casino, ammettiamolo: la mia vita sociale potrebbe risentirne. Ma quale vita sociale, infine? Io sono un tipo solitario, come tutti quelli a cui il destino ha offerto il dono di vivere sette vite anziché una. I gatti non vanno mai in branco. Nella mia Stanza Bianca Dove Sei Mille Volte Tu , nel museo FK a Praga, posso portarmi tanti libri da leggere quanti ne può contenere una stanza-non-stanza che sembra candida ma è assolutamente trasparente, posso lasciare che fluttuino nell’aria e afferrarli a caso: imparerò a leggere autori sconosciuti di altri continenti, imparerò a leggere senza pregiudizi né recensioni a porgermi le redini della conoscenza. Nelle serate di malinconia potrò dedicarmi alla mia attività preferita da quando ho scoperto la Repubblica Ceca e i suoi indecifrabili abitanti: sorseggiare lentamente la Becherovka, che è l’unica bevanda che ha il glamour di un aperitivo e le virtù terapeutiche di un medicinale: la inventò nel 1807 un farmacista imprudente, Josef Becher, mescolando trentadue diverse erbe: sa di anice, di chiodi di garofano e di cannella. Ubriaca solo i miscredenti: chi la beve in buonafede, invece, va a letto presto (sì, come De Niro in “C’era una volta in America“) e sogna la pioggia di piombo sulle rovine a Gukanjima, l’isola-fantasma: uno scenario di rovine e di desolazione dove le fotografie non si possono scattare che in bianco e nero: perdete ogni colore o voi che entrate. A Gukanjima, gli scatti, anche quelli digitali, si desaturano da sé, in automatico. Così, la terza delle mie sette vite avrà l’aspetto di una proiezione di scatti di Henri Cartier-Bresson, e molti giorni e notti di cui non resterà memoria.



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