Cinque: Mitrovica
Ho calcolato a spanne: un post medio di Grazia Blog conta 400 parole, e ho giurato a me stessa che per raccontare la mia seconda vita a Mitrovica sarei riuscita a stare nella media: incoraggiante, breve, concisa. Mitrovica, nessuno sa dov’è: non appare nei depliant turistici e a volte neppure è segnata sulle mappe d’Europa. La bibliografia in cui incapperebbe il lettore che volesse documentarsi su questa cittadina nel Sud dei Balcani gli mostrerebbe titoli sinistri, che includono parole come “narcomafia”, “traffico di schiave del sesso”, “contrabbandieri” e “pogrom”. Io non pensavo, neanche in sette vite, di dover mai digitare sulla mia tastiera il lemma pogrom: l’ho imparato controvoglia nel 2004, quando mi sono ‘fatta libro’, quindi incartata anziché incarnata, e mi sono messa a scrivere un quasiromanzo che è ambientato laggiù: a Mitrovica. La città che ha due nomi: Митровица in serbo, Mitrovicë in albanese. Mitrovica è come Berlino ai tempi della Guerra Fredda e del muro, ma non c’è un muro: c’è un check point di filo spinato che taglia in due un ponte, sotto il ponte scorre un fiume che si chiama Ibar. E’ un fiumiciattolo scuro e malinconico, a cui hanno dedicato una canzone popolare che si intitola “Stani, stani Ibar vodo”, i cui versi recitano: fermati, acqua dell’Ibar, dove vai tanto in fretta? Anch’io ho le mie angosce. Non è un posto dove spassarsela, Mitrovica: è uno di quei luoghi dimenticati dagli uomini dove si sente solo il latrare di cani in branchi e dove soldati di ogni etnia impartiscono ordini in più lingue di quante sia indispensabile. Solo i cineasti più giovani e ardimentosi vanno a girare a MItrovica: l’ha fatto un tale Boris Mitić, e il titolo del corto è già un programma, ché c’entra col Titanic. Mitrovica è una città senza mare, eppure affonda: nelle risoluzioni ONU e negli scontri etnici. Non posso proprio dire di aver vissuto a Mitrovica: l’ho scritta, mi ci sono scritta dentro, e quando ho terminato di narrare Mitrovica era scomparsa, e io con lei, e con me i cani. Mitrovica è la città dove è nato il mio primo romanzo e dove è finita la mia seconda vita. Non puoi essere Marco Rossi né Babsi Jones, a Mitrovica; puoi essere nessuno, come Ulisse, e perderti di ritorno da una guerra che non è mai finita, da una guerra che neanche si sa perché accidenti è cominciata.



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