Quattro: Belgrado
Belgrado, ventiquattro marzo novantanove. Ore 19 e 19, suona la sirena antiaerea. Diciannove paesi NATO bombardano la città, che non si difende. Sono tornata mille volte a Belgrado, mille volte lo stesso ricordo, la replica di una scena vigliacca fin-de-siècle. E’ un peccato che la mia seconda vita a Belgrado sia agganciata, come un pesce morto all’amo, a quel suono stonato e meschino – perché Belgrado somiglia ad Atene, è persino più bella di Atene: non avrà il Partenone, ma ha i suonatori gitani che fanno musica per le strade, ha i mercati coperti e scoperti più traboccanti d’Europa per stravaganza e assortimento di merci, ha il Danubio che smisurato incontra la Sava, più quieta, e si congiungono copulando in questo infinito slargo fiumano che i belgradesi chiamano ušče, confluenza, e che rimirato dall’alto della fortezza del Kalemegdan riempie gli occhi di umido, di pianure orientali sovrumane. Belgrado ha i ristoranti più golosi del mondo, ci si mangiano pantagrueliche porzioni di carne alla griglia, di sarma, di zuppe densissime. Belgrado ha sempre risposto con bombe gastronomiche ipercaloriche alle bombe all’uranio impoverito sganciate dall’Ovest. Le mie prime volte a Belgrado erano clandestine, quindi romantiche com’è romantico trovarsi in un brutto film di spionaggio senza gli abiti adatti da indossare.
All’epoca, per entrare in Serbia, bisognava produrre una quantità di cartaccia burocratica inenarrabile: lettera di invito da parte di un residente, lettera di garanzia (ho un appartamento in Europa dunque tornerò a casa, ho un conto in banca dunque non verrò per spacciare stuprare scippare), certificati di idoneità e di sana e robusta costituzione. I miei documenti provenivano da amici pazienti nel Sud della Serbia, e nel Sud della Serbia sarei dovuta restare: presentandomi al commissariato locale neanche fossi ai domiciliari. Ma io ero attratta da Belgrado, calamìta e calamità di palazzi austrungarici e post-titoisti e di bulevar, ero attratta dal graffito che vidi arrivandoci la prima volta:
SONO SULL’ORLO DEI BALCANI PERCIO’ NON TEMO PIU’ NULLA
Belgrado – adesso che andarci è un gioco da ragazzi: basta un passaporto valido – è l’unica città nei Balcani che ha la sfrontatezza di chiamarsi balcanica, e ne va fiera: a Belgrado è rimasto, in pieno centro, il cinema Balkan, che in tutte le altre capitali della penisola è stato rapidamente ribattezzato Cinema Splendor, Cinema Lux, Cinema Europa. Nessuno vuole essere balcanico tranne i belgradesi. A Belgrado io mi sento normale: testarda, sofferente, dispettosa, un po’ macabra, sfottente. A Belgrado e dintorni sono ambientati alcuni dei più bei romanzi della letteratura europea, se non fosse che li abbiamo letti in quindici: Il ruolo della mia famiglia nella rivoluzione mondiale, Sessantanove cassetti, Il buio. La narrativa belgradese non sfonda, non tocca le corde dei misurati, pavidi occidentali: ci ha provato la brava Janigro, a comporre un’antologia dedicata a Belgrado, e peccato che in pochi ci si siano tuffati: “Quando esisti e quando non esisti, comunque non esisti mai tranne che in un film, e comunque esisti sempre tranne che in un film”. Se riesco a non ripensare alla mia vita a Belgrado con accompagnamento musicale di sirene belliche e di fughe in cantina, mi viene in mente la košava, il vento di ghiaccio che sega le orecchie e infiamma le tempie. La prima volta che arrivi a Belgrado e vieni investito da una folata di questo terrorista al soldo di Eolo decidi che il tuo cappello italiano, per quanto di pura lana, per quanto costoso e Dolomiti-proof, non basta: e ne compri un secondo, più caldo. Lo porti in valigia con te quando torni, e ti pare che ancora non ti ripari abbastanza: ne compri un terzo, poi verrà il momento di acquistarne un quarto e un quinto (sempre più fitti, sempre più ingombranti) – finché non approderai alla tua unica ancora di salvezza: un colbacco. Di pelo. Anche ecologico. Lo indosserai subito e, specchiandoti nelle vetrine della Kneza Mihailova, la via dello shopping, ti sentirai strappata fuori a forza da un’opera di Tolstoj, da un affresco di San Pietroburgo, da una pellicola un po’ graffiata, girata in uno spazio grandeslavo indefinito in cui eri un’altra, in cui non eri tu, in cui eri molto, molto più felice che altrove.



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