Tre: Ostuni e Skyros
Ostuni o Skyros, china, caffè e biro su carta
Quando sono arrivata a Ostuni non capivo bene cosa c’entrasse la mia seconda vita con un comune di 32mila anime in provincia di Brindisi, assediato dagli ulivi e dai fichi d’India e troppo distante dai celebri trulli per essere considerato “fighissimo” dalla media dei milanesi rimbambiti; le campane della cattedrale suonavano come se volessero annunciare un Giudizio Universale con un paio di giorni di ritardo, ding-dong più veloce e più forte che dobbiamo rifarci del distacco, e il terrazzo della mia nuova casa era affollato da ragni sottili e lattescenti, perché a Ostuni è tutto bianco, e quello che non è niveo lo diventa. Io ero vestita di nero perché si sa che il nero è meno sporchevole, e avevo fatto un viaggio lungo tredici ore in una Y10 stipata di cassapanche, un gatto obeso, tre lampade di carta di riso, un futon dell’Ikea, molte scarpe col tacco a stiletto che non avrei mai indossato, uno scatolone pieno di orsacchiotti e due coperte verde pisello. Le vecchie mi hanno riconosciuta subito come autoctona, per via della tetra mise: sembravo una vedovella un po’ allegra e un po’ sgualcita, e mi hanno insegnato subito, ancor prima che io riuscissi a trovare le chiavi della porta (bianca) della mia nuova casa (bianca), che abitavo nella parte alta e arcaica della cittadina, che i turisti fessi chiamano “il borgo antico” o “la città vecchia” ma che in ostunese si chiama “la terra”. A me è sembrato bellissimo: che questo rione che domina la valle, cinto da bastioni aragonesi e tutto imbiancato a calce, avesse un nome così primigenio. Se sei sulla terra sei quanto meno a casa.
Poi, in quattro, reggendo un angolo ciascuno, le vecchie sono venute verso di me armate di un lenzuolo giallo-canarino a fiorellino azzurri, il lenzuolo era pieno di mandorle: e senza che io potessi neanche andare ai servizi (“ma mi scappa”) o tentare di spiegare a loro o a me stessa cosa ci facevo lì mi hanno mostrato come si sgusciano e si pelano le mandorle a velocità supersonica. La mia prima cena nella mia querencia ostunese sarebbero state tagliatelle meneghine comprate al GS di Via Farini con improvvisato pesto di mandorle. Sapeva un po’ di marzapane e un po’ di arsenico.
Nella terra di Ostuni ci sono scalinate sinuose e a misura di taglia XS, ce ne sono che scendono e che salgono, alcune non portano a un bel niente – a un cavedio morto o a un cancelletto di una casupola disabitata. I gatti e i cani e i gatti e i cani dormono alternati, un gradino un cane, un gradino un gatto, gradino-cane, gradino-gatto, cane-gatto, cane-gatto, ogni tanto qualche bestiola incasina l’ordine simmetrico delle cose e si inserisce, cane gatto ‘gatto’ cane gatto, e di solito è proprio un gatto a farla franca, ché si sa che i gatti hanno tendenze anarchiche. Mi piaceva restarli a guardare addormentatissimi in scalinata alla controra: la controra è quello che a Nord chiamiamo dopopranzo, ma c’è di più: è l’indolente ripararsi dal sole che scotta cercando di fare il minor numero di movimenti possibili, o di non fare assolutamente niente, tranne qualche sospiro inquieto che caccia via le mosche. Al tramonto andavo al mercato del bestiame incrociando i contadini che impugnavano tacchini e gallinacce spelacchiate vive, per le zampe, col sangue alla testa, e sedicenti esperti che contemplavano la dentatura dei ronzini: sembrava di essere in Texas, e io avevo fatto amicizia con un vecchio professore di francese a cui tutti porgevano omaggi, professo’, e che mi raccontava di quando, decenni prima e in un bistrot di Parigi aveva fatto a botte con Albert Camus. Il professo’ non mi ha mai insegnato il francese, ma un giorno è arrivato tenendo fra le mani un coso di alluminio a forma di cono piccolo da una parte e di cono grande dall’altra: non avevo mai visto niente del genere e sono rimasta a fissarlo come si fisserebbe un ramarro che balla il tuca-tuca: serve per scazzare i fichi d’India, mi ha detto, per coglierli senza riempirti le dita di spine. Il frammento ostunese della mia seconda vita è un lungo ricordo di me e del professo’ che stiamo sul terrazzo, mani in tasca, a contemplare la costa fino a Torre Pozzelle, oppure a ingozzarci di focaccia di patate e rosmarino comprata in teglie intere dal panificio Greco di Via Continelli, a bere caffè al ghiaccio che non è il triviale caffè freddo – è invece una tazzina di caffè ristretto che si beve al volo dopo averci tuffato un cubetto di ghiaccio –, a volte io leggo meticolosa e testarda tutti gli autori russi rilegati in pelle che ho sottratto nella sua smisurata libreria polverosa e oscura, a volte lui si assopisce e respira forte e io mi accorgo che oltre quel solco turchino che è il mare ci sono i Balcani: c’è l’Albania, c’è la Grecia di Cassandra e di Monastiraki. E guardo le grandi navi che fanno rotta per Patrasso.
Quando il professo’ è morto, senza preavviso, senza testamento, senza prefiche né sacramenti, io ho capito che era ora di partire, e lo scazzafichi mi è sembrato il regalo più bello che io avessi ricevuto nella vita: è sempre rimasto appeso, come un’opera d’arte moderna, in tutte le case che ho abitato. A volte qualche ospite mi domanda se è “per caso un pezzo raro di quello scultore coreano che…”, e io non so se ridere o piangere, perché il professo’ mi manca e della scultura contemporanea coreana, con buona pace dei cultori, non me ne frega granché.Sono partita alla volta della Grecia, Brindisi – Bari – Igoumenitsa – Patrasso, lo stretto di Corinto era davvero stretto, e un bel po’ di tempo della mia seconda vita l’ho sprecato a cercare isole greche dove non incontrare turisti tedeschi, dove dimenticare quel che mi aveva fatto male e ricordare quel che mi aveva fatto bene. Così ho affittato un mulino a vento di dimensione lillipuziana che a stento riusciva a contenere un letto king size, uno scrittoio e un cestino di gusci di ricci di mare, ma all’ingresso aveva un patio ampio e ventoso e nel mezzo del patio, come un totem, un carrubo. Ero nelle Sporadi in un’isola che sembrava fatta apposta per dar rifugio a esiliati politici, scriteriati gallesi, cellulitiche cinquantenni dello Utah un tempo hippy e artisti falliti o errabondi; mi sentivo a mio agio. La mascotte dell’unico bar, dotato di sedie in listelli in plastica blu e rosse – di quelle che righerebbero le cosce più sode della modella più tonica sul mercato – era un pellicano zoppo grande quanto un paracarro milanese. Io leggevo in spagnolo i diari di Frida Kahlo, il pellicano sgranocchiava bocconi di pane e lische di pesce, e il mondo mi sembrava pace, empatia e fratellanza. Camminando scalza per l’unica via della chora, quella che in ogni isola greca dal mare porta verso la sommità dove d’abitudine troneggia un castello semidistrutto o un monastero rigoroso, ho scoperto una taverna senza insegna: dei girasoli mastodontici nascondevano una veranda dove Dimitris, il proprietario, cucinava per i pochi amici, amici e non clienti; mi insegnava a preparare con lentezza la zuppa vellutata di lenticchie, a friggere le triglie, e quando restavamo in pochi attaccava a narrare dei tempi perigliosi e mistici in cui preparava le molotov per Alekos Panagoulis. Non ho mai scoperto se fosse un dispensatore di frottole, ma aveva intuito: fu l’unico a raggiungermi di corsa in spiaggia, mentre scalciavo sabbia e bestemmiavo, il giorno in cui appresi da una copia vecchia di tre giorni dell’Independent, che Bill Burroughs era morto. Mi abbracciò e mi disse: per quante vite tu riesca a vivere, saranno più i rimpianti che i rimorsi. Peccato che lo dicesse in greco, e a me sembrò solo una ninnananna per quietare la ragazzina imbizzarrita.


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