Due: Londra
London, china, caffè e biro su carta
Non sono più tornata a Londra perché non esistono più lo squat, Taco Bell [nota 1] e Kensington Market. Lo squat era una casa vittoriana in cui abitavamo in parecchi e a rotazione; si parlavano, nelle settimane d’oro, fino a sedici lingue, alcune delle quali ormai morte o lì lì per perire. Io dividevo una stanza con un ragazzo di madre algerina e padre modenese che aveva un nome impronunciabile: io lo chiamavo Melodie, perché voleva debuttare come frontman in un gruppo glam e diventare molto, molto famoso. Si impratichiva con vocalizzi alla Janis Joplin, lui; avevamo due materassi infestati dalle pulci, e le pulci mi brucavano le gambe se osavo andare a letto con le sole mutande: dormivo intabarrata dalla testa ai piedi. Avevamo un mappamondo rotto e un fornello da campo, e due coperte verde pistacchio. Quella era la seconda delle mie vite, e Londra era la mia città: un cuore argenteo nelle viscere fumanti dell’Inghilterra industriale, dove a turno io sognavo di incontrare il fantasma di Virginia Woolf o il corteo di limousine che scortava David Bowie.
Sia io che Melodie avevamo ventidue anni suonati, e se uscivamo la notte lo facevamo per bere mezcal con il guzano, e bevendo era come se parlassi di Burroughs o come Burroughs, lo scrittore tossico, el hombre invisible che leggevo tutto il tempo. Gli occhi di candeggina di Melodie si spandevano nei miei, e nei miei andavano a spegnersi. Avevo molti, troppi amici a Londra, ehy buds, ehy guys, ma Melodie era il migliore. Malato alle coronarie, arrendevole, arruffone, un corpo ossuto parcheggiato nella stanza della casa occupata. Contaminati, eravamo, non di rado scioccati; a ripeterci di stare in piedi, a dirci “che Gesù era morto per i peccati di qualcuno ma non per i nostri“: ma non c’erano che marmitte di tè che bollivano nella stanza e i bean burritos che portavamo via da Taco Bell. Io scrivevo recensioni per improbabili settimanali musical molto cheap, in lingua ed in sottoveste, e Melodie era lì: che tentava di vomitare o di prendere sonno.
In fila per entrarcene a scrocco nei club, da martedì a sabato, in fila e assurdamente felici, egomaniaci, pronti a morire. Ah, io con quegli stivaletti di vernice avrei pure potuto morire: sarei morta hip.
Li avevo comprati a Kensington Market, e cosa fosse Kensington Market è difficile a dirsi: microcentro commerciale del cenozoico, specializzato in make-up punk, camicie a teschi dark, lingerie sadomaso, barattoli di Crazy Colors per tingersi i capelli di blu pavone e zatteroni d’argento. I miei erano stivaletti di vernice alla Beatles, però a punta stondata e leggerissimi, con due bande elastiche laterali a renderli aderenti come calze, e piatti piatti. Li avevo comprati con gli unici e gli ultimi soldi che possedevo, sui ripiani a Kensington Market ce n’era un solo paio, erano del mio numero ed erano i miei. Erano stati lì ad attendermi dai tempi in cui era morto Sid Vicious, erano interdisciplinari: erano e non erano punk, gothic, rock, heavy metal, crossover, preppie. Non erano niente: erano solo un paio di stivaletti di patent leather nera costati 19 bucks, diciannove sterline, erano me, Stella-style. A Londra mi chiamav(an)o Stella, perché avevamo tutti un nickname e io ero nata sotto una cattiva stella. Ci sarebbero voluti anni prima che Sting canticchiasse quel ritornello leggero, for those born beneath an angry star, per farmi accorgere che l’idiomatica resiste in entrambe le lingue, ma da ‘cattiva’, la stella, diventa proprio ‘incazzata’. Ero nata sotto una stella incazzata. Difatti avevo sempre la cistite, facevo la pipì rosa-Optalidon perché mangiavo solo da Taco Bell: un farmacista afghano mi guariva facendomi bere 4 litri di acqua al giorno, quattro tazze di čaj [nota 2] e mangiare solo patate lesse scondite, sicché io giravo con otto bottigliette di acqua nella borsa, in mezzo al mascara allungaciglia e al Chanel Blanc, un fondotinta color latte che forse adesso non esiste più. A Londra frequentavo i musicisti, e bisognava essere diafane, sembrare tisiche ed eteree per essere ben accette nelle aree del retropalco. Io scrivevo recensioni dei dischi che uscivano, le scrivevo prima che uscissero, la mia borsetta era piena di aspirine, di penne colorate ai sapori fruttati e di demo.
Un giorno il caporedattore mi dice di trovarmi un nome che non sembri quello di una spogliarellista texana, e così a me è venuto in mente Babsi come una delle protagoniste di “Christiana F., Noi i ragazzi dello zoo di Berlino”, ma continuava a mancarmi un cognome; la finestra della redazione del settimanale musicale cheap era al pian terreno, io ho messo fuori la testa, attirato l’attenzione del primo passante, urlato – di cognome tu come ti chiami? Era un militare di colore con un sorriso smagliante, e si chiamava Jones. E’ così che è nata Babsi Jones, o è morta Stella, o entrambe le cose, perché le medaglie hanno sempre due facce, le questioni hanno sempre due visuali antitetiche, e ogni fenice che muore arrostita ne sputa fuori una nuova dalle sue ceneri. Quando è uscito un certo disco di una certa band che in redazione non era particolarmente gradita io l’ho sparato a manetta tre volte di fila tenendo svegli tutti nella casa occupata, persino i topi del pianterreno, l’ho ascoltato e ho scritto: io non sono certa che Dio esista, ma se esiste, beh, ha fatto i suoni di questo ellepi. Ho faxato il pezzo in redazione e ventiquattro ore dopo ero licenziata, con i miei stivaletti seduta nell’erba a fissare gli scoiattoli gioiosi ai giardini di Kensington, proprio dove c’è la statua in onore di Peter Pan.
[nota 1] Taco Bell vendeva junk food, cibo spazzatura, ma messicano, piccante e poco costoso. Ne avevo uno sotto casa, a Londra, in quei tempi splendidamente squallidi. Adesso (e devo scoprirlo via blog) Taco Bell esiste ancora. Ma non a Londra. Il più vicino in linea d’aria, in caso mi venisse voglia di un bean burrito, è dentro Camp Bondsteel, che è la più grande base militare americana al mondo, piazzata nel cuore sassoso dei Balcani.
[nota 2] Čaj significa tè, ed è parola di origini millenarie che ha attecchito in tutte le lingue slave che nella mia terza vita avrei studiato o maneggiato nei miei pellegrinaggi fra Praga e Istanbul: čaj in serbo e croato e bosniaco, çaj in albanese, чай in bulgaro, τσάι in greco moderno, çay in turco.
Le mie vite si annunciano sempre con un po’ di anticipo, attraverso elementi particolari esigui che dovrei essere capace di afferrare al volo: dettagliate premonizioni. Spesso, quasi sempre, non so captarle.
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