Uno: Milano
Milano, china, caffè e biro su carta.
Non sarei capace di compilare una guida turistica decente perché ho letto Chatwin e perché sono miope, e da miope preferisco non portare occhiali: sicché vedo tutto quel che incontro blurrato e out of focus, e da viaggiatore sui generis. Non sarei capace di scrivere neppure delle mie reincarnazioni, perché accadono senza che io possa accorgermene: una mattina mi alzo e mi accorgo che non sono più quella tipa che si chiamava, che so, Stella Szabó o Babsi Jones, che ho un altro nome sul passaporto e abito in un altro luogo. Sospetto di averne sette, di vite a disposizione, e lo sospetto perché amo i gatti più di ogni cosa: in ogni mia vita si percepisce un ronronare lieve, in sottofondo. Delle sette vite che mi spettano, questa parrebbe essere la terza. La prima è cominciata a Milano, mia madre ballava un tango povero in una festa in casa privata il 31 dicembre, forse mordeva una rosa di plastica tra i denti e il suo cavaliere era un elettricista o un fattorino, le si sono rotte le acque – così si dice nel gergo delle partorienti, che hanno un vocabolario tutto loro, palombaro e misterioso – e io sono sgusciata fuori in tempo per condividere il mio compleanno con un tale misantropissimo che si chiama J.D. Salinger, che ha scritto un libro e poi è sparito nel niente del New Hampshire che non è molto simile a Milano. Anche a me piace scrivere libri e sparire, e quando odo un tango ho la tendenza a turbarmi, come se ricordassi quella notte di Bovisa in cui mia madre ha detto: ossantocielo, piantandosi a gambe larghe nel mezzo della sala da ballo improvvisata a casa della signora Gisella. Milano, già, Milano. A Milano c’è questa bruma, questo cielo caliginoso di piombo borioso e indolente che è la tappezzeria e la volta di Milano, il suo arazzo fasciante e sferoidale, è lì – naturale – come se non potesse essere altro. Milano non ha cielo, ha un’assenza grigioide di ossido di carbonio e di rugiada sofferente, sopra, e io ci sono nata sotto. Io so che la trovate brutta, alcuni scappano, tutti salmodiano: è brutta è disumana è convulsa è martellante, sì, Milano è solo questo: è il sapore della sigaretta che ritrovi – toh! – fra scaglie di saponette, abbandonata su una mensola del bagno e fumata sul balcone dove i piccioni hanno stracagato, è l’odore di plastica/polvere di un pc che si avvia e si affaccenda nel suo coito di schede-madri e dischi-rigidi e ventole rallentate, Milano è la consistenza della crosta che lascia, sui bordi del bicchiere, l’aspirina C dopo che si è sciolta, e le bollicine si coagulano sul vetro; Milano è divani-letto sfatti ma con rigorose lenzuola di marca che non si stropicciano, restano inamidate per anni, tu lavi e lavi e quelle sempre più incurvabili. Ma sì, dai, Milano è brutta, scappate e scappano, altro che città della moda, fighe australiane con il book fra le braccia lunghe bianche e senza peli e i sacchetti Esselunga pieni di mele e di sedani (ma mangiano solo renette e gambi verdognoli, ‘ste indossatrici? Mai una braciola, otto ovetti Kinder in bocca uno via l’altro, una polenta taragna?), Milano è città di elettrauti, di cinesi e di assicuratori, e avete ragione a scappare, anzi: scappate più veloci, non lasciate tracce tangibili o vi verranno a cercare, Milano è quel posto dove ti svegli, sbadigli a bocca molto aperta guardando fuori dalla finestra, incantata e stordita, e per tutto il viale (viale Fulvio Testi, Viale Espinasse, viale Jenner, viale Abruzzi, viale Misurata) vedi che lampeggia un’insegna al neon blu cobalto, si spegne e si riaccende flickrando, si inceppa, si riaccende, tu tenti di leggere e quando leggi scopri che dice:
siete dei replicanti in una città senza mare, contentatevi della pioggia.


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