Dei bergamaschi si possono dire molte cose. (al contrario dei bresciani, dei quali se ne possono dire pochissime. E quasi tutte sconvenienti, haha) Ma è incontestabile che abbiano una fantasmagorica, medievale visione della morte, che in Italia se la gioca solo coi siciliani. Non c’è la cripta dei cappuccini di Palermo, ma c’è il Trionfo della morte di Clusone. Ci sono le inimitabili “pagine dei morti” dell’Eco di Bergamo, il quotidiano chiamato (dai suoi stessi lettori) “il bugiardino”. Ci sono cimiteri come quello di Almenno San Salvatore, dove sono atteso. Forse.
Devo dire che non mi dispiacerebbe, un cimitero che all’ingresso saluta con una frase di Gesù resa celebre dagli Stone Roses: “I am the resurrection”. In effetti, un buon modo di attaccare discorso con una tipa, molto meglio che “Di che segno sei?”. Detto cimitero è un’autentica fortezza posta al centro esatto del paese – a differenza delle chiese, tutte spostate verso la periferia, un po’ vergognose – e ne è luogo di incontro privilegiato e chiacchieroso. Se entrate, sulla sinistra c’è un pietrone plumbeo che annuncia:
Famiglia Madeddu
Che suona molto impegnativo, per vari motivi. Intanto, perché questo cognome, che già a Milano mi attornia di un’aura esotica e arguzie a non finire tipo “Capito mi hai?”, in detto contesto spicca quasi blasfemo in un esercito di cognomi rigorosamente orobici: Rota, Salvi, Locatelli, Baschenis.
E in secondo luogo, è impegnativo perché al momento all’ombra di tale iscrizione si trova mio padre, ma siamo previsti anche noi altri membri della famiglia, per un totale di tre aree parcheggio prenotate. Se non che, noi superstiti siamo in quattro. Come vedete, è una specie di lotteria compensativa: chi sopravvive agli altri – e con tutto il bene che posso volere a mia madre e ai miei fratelli, amerei essere IO, almeno in quanto componente più giovane della famiglia – si ritrova in mano quella che a Milano chiamano la Pepatencia, a Bergamo il Pissabuchì, e nei manuali di giochi, la Donna Nera. Ragion per cui, un giorno potrei ritrovarmi a scavarmi la fossa da solo. Da un lato, mi dispiace. Perché notoriamente le faccenduole pratiche che stanno dietro alla nostra seminagione sono un po’ pesanti, e quando qualcuno ti fa trovare l’estrema dimora pronta, chiavi in mano, non è così fastidioso. Se poi non ti piace il posto o la compagnia dei Locatelli di fianco (tra i quali due suore e un prete) puoi sempre tornare indietro e lamentarti, mettendo in piedi un po’ di poltergeist. E poi su queste cose tendiamo tutti a romanticheggiare, affermando perentori che vogliamo essere sepolti sulle rive del Rio Grande o al Pere Lachaise vicino a Balzac, insieme al quale bofonchiare malevoli davanti alla processione di quelli che vanno da Jim Morrison. Ma poi, soprattutto, quel Famiglia Madeddu così privo di commenti, Senza Parole come una vignetta della Settimana Enigmistica, mi lascia un po’ così. Perché poi quel Famiglia Madeddu diventa emblematico, sovraccarico, e lascia presupporre un’eterna, sfibrante riunione di famiglia. Gesù, salvaci.