La cervella

Socrate fu il primo teorico della differenza fra uomini e donne. Poi ne vennero molti altri, tutti intenti a razionalizzare la dominanza dei primi e il confino delle seconde tra le quattro mura della casa. Millenni (e innumerevoli aforismi, barzellette, studi scientifici e tomi femministi) dopo, siamo ancora lì: le donne e gli uomini sono diversi? Strutturalmente, biologicamente diversi?
Louann Brizendine è solo l’ultima scienziata in ordine di tempo a rendere pubblici i suoi studi sull’argomento, schierandosi con il partito della differenza. Nel suo libro, The Female Brain, la studiosa sostiene che sì, uomini e donne pensano in modo diverso. Il cervello delle donne è strutturato in maniera differente rispetto a quello degli uomini. Altra è anche la risposta agli stimoli.

“Altra” è la parola chiave, in questo caso.

Ovviamente non tutte ci stanno. Inevitabili e puntuali le proteste delle femministe, allarmate dall’idea che l’accertamento della differenza fra i sessi possa essere usata per ristabilire un pregiudizio, rimettendo indietro le lancette del progresso sociale. Non sono d’accordo nemmeno tutti gli scienziati, tra i quali non mancano i difensori dell’assoluta uguaglianza biologica fra i sessi, fatto salvo il dimorfismo (io, tette; tu, no).
“Altra”, dicevo, è la parola chiave.
Poniamo dunque che le conclusioni della dottoressa Brizendine siano definitive, e che la postulata differenza esista veramente. E facciamo un passo indietro, a un libro intitolato Il secondo sesso, che spiegava per bene come il nostro problema (da Aristotele in poi, passando per Freud), da millenni, sia sempre stato il fatto di essere considerate non-uomini. Come se la persona fosse maschio, e la femmina un’aberrazione necessaria alla riproduzione, ad ingentilire la casa e la società, a perpetuare i valori diopatriafamiglia, a decorare i salotti, a fornire piacere.
Sono legittime, in questo senso, le preoccupazioni delle femministe: dite al mondo che le donne sono biologicamente “portate” per determinate mansioni, e tutte le nostre conquiste saranno vanificate. Non si può cambiare la natura. E se maschio=carriera e femmina=maternità, cosa facciamo con tutte le laureate in matematica pura o in scienze diplomatiche internazionali che ci sono in giro? Le rinchiudiamo per il loro bene? Diamo la precedenza ai colleghi maschi, che hanno un cervello fatto per quello, tanto poi le femmine fanno i figli? Eccetera.
Un’altra domanda sorge spontanea. Siamo sempre state così? Siamo sempre state diverse, o questa diversità è il prodotto di un breeding selettivo, che ci ha portate a sviluppare determinate caratteristiche piuttosto di altre? Caratteristiche poi trasmesse di madre in figlia, man mano che le più adatte si sposavano e a loro volta mettevano al mondo prole, a scapito delle meno adatte (più maschili?), che morivano senza aver perpetuato i loro geni? In altre parole: se noi cominciassimo a cambiare ora, in massa, il modo in cui utilizziamo il nostro cervello, quante sono le possibilità che le nostre pronipoti si ritrovino con caratteristiche strutturali diverse, causate da una mutazione genetica?
La differenza non è un problema di per sé, e non dovrebbe esserlo nemmeno per le femministe, se non fosse sempre stata utilizzata per livellare le donne al minimo comune denominatore di una predisposizione che non appartiene a tutte, e di un’intelligenza che, per il fatto di essere “non maschile”, deve per forza di cose essere “inferiore”. Un po’ come dire: Rita Levi Montalcini e Flavia Vento, una faccia una razza. Qualcuno si sognerebbe mai di fare lo stesso parallelo fra Carlo Rubbia e Francesco Totti?
Ecco, mi pareva.

Non so voi, ma a me piacerebbe molto sentirmi confermare quello che ho già verificato in maniera empirica. Mi piacerebbe che passasse il messaggio che quella delle donne non è un’intelligenza di serie B, plasmabile sui parametri maschili con il duro allenamento, ma un’intelligenza specifica, complessa, articolata, sfumata, non lineare, che tiene conto di molte variabili contemporaneamente, inclusa quella emotiva. Mi piacerebbe che si diffondesse l’idea che la cervella, nella sua specificità, vada sviluppata e coltivata, che non possa essere banalizzata, ridotta a puro sbalzo ormonale, o mortificata.



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