La famiglia per dare senso alla vita
E’ di pochi giorni fa l’annuncio che in Danimarca lo Stato pagherà per la fecondazione artificiale di donne single e lesbiche. Negli Anni 60-70, in pieno movimento femminista, volevamo distruggere la famiglia, a nostro avviso un luogo di repressione dello spirito femminile, quando non di vere e proprie sevizie. Oggi mi rattrista l’idea che si spiani la strada a una nuova forma di famiglia monca, dove l’assenza del padre non è più qualcosa di doloroso, ma una scelta codificata. Perché questo cambiamento? Non rinnego l’ideale della parità tra i sessi, tutt’altro, ma qui si va oltre, verso una solitudine delle donne. Da giovani il futuro sembra infinito e tutto appare possibile, da una nuova forma di coabitazione che può includere la comune, pittoresca chimera presto distrutta dall’esperienza già negli anni 70, alla semplice convivenza senza vincoli legali. Gli anni passano e la famiglia tradizionale perdura, nonostante le disfunzioni, perché è ancora il sistema migliore per dare un senso compiuto alla vita, realizzare il potenziale nostro e dei nostri figli, lavorare con profitto e costruire il futuro. Ci siamo resi conto che il rifiuto della famiglia crea problemi peggiori di quelli che si sperava d’eliminare. Qualche avvisaglia c’era anche nel pieno fervore anti sistema dei “formidabili” anni di contestazione. Stavo sulle barricate a New York, ma quando una mia amica tornava dalla sua famiglia nel Rhode Island per le feste comandate, non ero la sola ribelle che sentiva, suo malgrado, invidia profonda. Una struggente nostalgia s’impossessava di noi vedendo l’amica partire carica di regali per il Natale e tornare coi dolci fatti dalla mamma. Ho ammirazione per le ragazze madri che si tengono un figlio non programmato o per le madri costrette a crescere i figli da sole. Ma andarselo proprio a cercare in una clinica con il seme di uno sconosciuto, in più garantito dallo Stato, mi pare un’aberrazione. Sancire per legge che il padre, con la sua carica vitale di tradizioni, radici, cromosomi, è superfluo, è una follia (per una rivalutazione della virilità come virtù, leggete il libro Manliness, di Harvey Mansfield, Yale University Press). Comprendo le femministe che si storcono per i pronunciamenti della Chiesa su famiglia, maternità, bioetica. Considerano ingerenza impropria il suo magistero “maschilista”. Dissento, anche se le accuse di maschilismo non sono tutte infondate. Ma l’istruzione cattolica ricevuta dalle suore dall’età di 18 mesi a 18 anni mi è stata e mi è preziosa. Posso non essere d’accordo su tutto, ma non voglio vivere in un mondo che corre verso un secolarismo spinto e scriteriato, cancella sempre più divieti e provoca crescenti scombussolamenti sociali. Oggi mi trovo più vicina all’avventuroso amore per la famiglia classica dei miei tanto contestati genitori che non all’immobilismo femminista della mia antica sodale Gloria Steinem. Un’evoluzione che ricorda la celebre frase del geniale umorista Mark Twain: «Quando avevo diciott’anni mio padre era un perfetto cretino; arrivato ai 30, ho scoperto che era rinsavito miracolosamente».

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