Cappellino (leggasi càpélìno).

Il vestito, dunque, c’è.

Sopra il vestito ci sono i capelli. I miei capelli: corti, dritti come pali, e sottilissimi. Non ci sta attaccato nulla.

No, poche scuse. A me piacciono i cappellini. Un po’ è l’adolescente tartaruga in me, che si sente più al sicuro a ritirarsi sotto un carapace. Un po’ è la mia antipatia per la luce diretta del sole (leggi: fototipo “mi sono scottata a Pasqua a Lugano, giocando a bocce con la prozia ottantasettenne di un amico”) e contemporaneamente per gli occhiali da sole.

Sopra il vestito io voglio piazzare un cappellino…

Ora, sono a Londra. Inghilterra. Patria dei cappellini. Tanto che la testimone della sposa, messa a parte del progetto di sposarsi con in testa un cappellino se ne è uscita con un Ti sposi a Ascot! che mi ha quasi fatto riconsiderare l’idea. Ma no: mi sposo io, e io mi sposo con un cappellino in testa.

Così, al grido di Cà-pé-lì-no! prendo il mio treno da Crystal Palace a Victoria. E vado a fare shopping, cosa che non ho mai saputo davvero fare. Ma cosa ci vorrà, diamine: trovare un cappellino a Londra, ho anche una lista consigliata dalla Dea ex Machina del vestito e da una scintillante blogger che sa di moda (insomma: grazie, Sere)…

Prima tappa, Fortnum & Mason. Consigliato dalla Dea ex Machina del vestito, i cui poteri di Fata di Cenerentola evidentemente sono affievoliti alla traversata della Manica: non trattano più cappelli. Però il lieve profumo di cioccolato amaro e té verde che mi investe alll’entrata sa di buon auspicio per tutta la spedizione.

Accanto a Fortnum & Mason, un’illuminazione. Devo trovare in fretta il cappellino, o a ogni passaggio londinese troverò una scusa per mangiarmi 10£ di sushi o affini. La probabilità di trovare cibo di ottima qualità in questa città è troppo alta per le mie finanze.

Giù per Bond Street. Passano turisti con l’aria di dover timbrare i cartellini imposti dalla Michelin e donne vestite come una vetrina – alcune di loro davvero affascinanti, nel fare del proprio vestirsi un’arte costante.

Fenwick. La commessa è scostante a dir poco: penso sia la mia mise in jeans e camicia rubata al nonno. Mi rifiuto di sentirmi inadeguata. Comunque, ci sono solo cappelli da Regina Madre, o headpieces (la nuova parola nel mio vocabolario di oggi: significa pettinino con attaccato il mondo – le piumette sono un must, ma anche brillantini, fiocchi e penne non scherzano).

Il reparto cappelli di House of Fraser è presidiato da una signora sui sessanta che consiglia cappellini-veliero di Philip Treacy a due arzille amiche sui settanta. Guardo il quadretto pensando che spero di arrivare a quell’età con almeno metà di quella verve. Di acquisti papabili per me, poco: headpieces piumose, un paio di cappellini bianchi graziosi che cozzano con il bernoccolo in cima alla mia zucca, e un dubbio che inizia a farsi strada:

il mio vestito è bianco panna, vero?

(Massì, sarà bianco panna di sicuro.)

Le commesse di Selfridges sono le più alla mano del mondo – genere “simpa della cumpa”. Ti fanno provare tutto, anche quello che sicuramente non comprerai mai. Gentilissime. C’è un piiiccolo cilindro con intorno delle piume e una veletta che si dovrebbe piazzare sul cocuzzolo della zucca. È una delizia. Ma non c’entra nulla con il vestito. Inoltre, un conto rapido:

il fiancé e io siamo alti uguali. Io già mi metto cinque centimetri di tacco. Se aggiungo anche un cappello troppo alto, sembriamo l’articolo “il”. No buono.

Al dunque: nulla. Beh, ci sono ancora gli altri della lista.

Liberty: vale la visita anche solo perché con tutto quel legno intagliato ti pare di essere nei boschi. E è chiaramente il posto più raffinato del mucchio. Peccato che non trattino più cappelli.

Oh, diamine. Sono le sette. I negozi chiudono alle otto. Ho tempo, vero?

Il commesso di Harvey Nichols era premuroso, non saccente, disponibile, pieno di consigli, perfino pronto a fotografarmi con quel delizioso cappellino tutto bianco con una farfalla nera che svolazza in giro per la testa. (Peccato sia bianco avorio, no, io cerco qualcosa bianco panna.) C’è un – non lo so cosa sia. È una struttura che si mette in testa, ecco. Con una penna. Delle cose che sparano in giro. Del pizzo. E molto altro. Ed è bellissimo. Ed è bianco panna -

il mio vestito è bianco panna, vero.

E costa uno sproposito. Decido di pensarci.

Sette e mezza!

Di corsa da Harrods! Girare per Harrods mentre sta per chiudere è affascinante, e un po’ pauroso. Sembra di essere in una scena della Mummia e contemporaneamente a una festa in cui tutti sono vestiti meglio di te, e in cui non parli esattamente la stessa lingua degli altri invitati. Sono troppo stanca per vedere alcunché, potevo anche risparmiarmi l’esperienza.
Ma almeno posso pensare che i department store siano stati coperti (le boutique si faranno), dichiararmi soddisfatta e orgogliosa delle mie piccole doti di shopping.

So andare a Londra a cercare un cappellino bianco panna, e tornare con dei dati.

A casa telefono all’Augusta Genitrice per riportare le mie scoperte. Decido di togliermi il dubbio:

RdM: Il mio vestito è bianco…
RdMamma: bianco ghiaccio, ovviamente.

Mettiamola così: ho una buona scusa per un’altra dose di sushi.



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