Grazia Perché non puoi aspettare

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Time-Out

Quanto tempo sprechiamo, durante il giorno, la settimana, il mese. Tempo che non porta illuminazioni, nuove idee, non rilassa e non aiuta.
3′ a 600 watt bastano al microonde per scaldarmi la pasta. Tre minuti: meno di cinque, eppure un’eternità se trascorsi a guardar fuori dalla finestra dell’ufficio, dove l’unico panorama è una strada poco trafficata. In alternativa, sfoglio un giornale che domani sarà già scaduto, defunto, avrà esaurito il suo compito. Quante cose potrebbero succedere in 3 minuti?
È nei primi 20 secondi, dicono, che il nostro cervello “decide” se ci piace una persona. In quelli che avanzano può nascere un amore, si può rimanere incinte (o mettere incinta qualcuna), scrivere un sms compromettente, ricevere una telefonata decisiva, salvare la vita a qualcuno… ¶ Leggi il resto…

Un piacere da non condividere

Appuntamento di gruppo il sabato pomeriggio. Ora: X, luogo: davanti a una delle grandi catene dello shopping, squali della moda, produttori di abiti ormai quasi al chilo, in cui tutti abbiamo acquistato almeno una volta (ma sicuramente di più). La scelta del posto è tattica, per ingannare il tempo nel caso uno degli elementi ritardi. Dentro, il solito esercito di tarantolate mischia a bracciate maglie, jeans e t-shirt nella ricerca spasmodica della taglia giusta, sotto gli occhi disgustati e pieni d’odio degli addetti vendita.

Di fianco a me, fuori, al sicuro, tre ragazzi si guardano intorno nervosamente lanciando furiose occhiate all’orologio. Che una delle mie amiche mi abbia fatto una sorpresa invitando qualche maschio? Dubito. Dopo 10 minuti, uno dei tre tizi si lancia risoluto verso l’imbocco dell’inferno. Qualche secondo dopo, forse incoraggiati dal loro simile, anche gli altri due entrano con passo da soldati in marcia. A quel punto capisco: sono soltanto disperati morosi che attendono che le loro ragazze finiscano (finiscano?! Poveri illusi) lo shopping. Mi sono sentita fortemente solidale verso quei poveri tapini, vittime consapevoli, che si auto-esiliano esponendosi alle intemperie di stagione, in mezzo alla folla, preferendo ripercorrere mentalmente gli ultimi punteggi alla Playstation o pregustare la partita del giorno dopo, piuttosto che mettere piede in quei luoghi di perdizione.

Però mi chiedo: perché? Quale donna dotata di buon senso e autostima porterebbe il proprio uomo in giro per negozi, quando sa che per scegliere un paio di jeans ci vogliono anche due ore buone tra giri, scelta e prove varie? Sarò la solita rompiscatole, ma io non ci riesco. Ho bisogno di prendermi il tempo di decidere, senza chiedere a nessuno “come mi sta”. Per me, lo shopping è un momento solitario, simile a una pratica zen. Quasi mai invito un’amica ad accompagnarmi, ma vado volentieri se qualcuna mi chiede di farlo per avere consigli. Non sopporterei la faccia annoiata del mio ragazzo fuori dal camerino, la sua falsa accondiscendenza, la mancanza di spirito critico: tutto ci sta bene, basta appagare velocemente il bisogno primario (femminile) di acquisti e uscire velocemente. Il solo maschio dotato di spietata sincerità che potrebbe consigliarci, lo sappiamo, non è etero.

img_2106kappa.jpgComprare è un piacere, prima di tutto. E come può esserlo, respirando l’ansia di qualcuno che ci aspetta fuori battendo nervosamente il piede sul pavimento? Preferisco lo shopping “segreto”, durante la settimana, dopo l’ufficio: il momento perfetto (per me) per distrarmi e scaricare le tensioni senza perdermi nella folla. Camerini semivuoti, casse veloci, volete mettere? E la soddisfazione di sfoggiare gli acquisti, a sorpresa? Non parliamo poi della biancheria intima. Davvero ci andreste (o ci andate!) con Lui? A me pare come… comprare un regalo e legarlo fuori dalla scatola impacchettata. Preferisco i sorrisi inaspettati, senza svelare quanto mi è costato il mio aspetto in termini di soldi, fatica, energia. L’unico a conoscere la verità, rimane il mio bancomat.

Essere o non essere (in 2)

Riuscire a star da soli è un’arte che non tutti padroneggiano. Dico “arte” perché secondo me c’entra col talento naturale, tanto quanto scrivere o dipingere. Ho amiche che non saprebbero rimanere single nemmeno per una settimana, e non tanto perché sono incapaci di montare una mensola. Essendo state fidanzate sempre, fin dall’età della ragione, non sopporterebbero la condizione contraria. Forse per abitudine, debolezza, dipendenza, o magari semplice attitudine. Queste donne si sentono incomplete, a essere “1″. Per loro, La Vita è andare almeno una volta al mese all’Ikea con lui, non sanno pronunciare la parola “single” come Fonzie non riusciva a dire “mi dispiace”, e guardano con triste e affettuosa commiserazione le ragazze senza uno straccio d’uomo a fianco (specie quelle in età da marito), a sopportare i loro isterismi e stranezze.

Poi ci sono quelle che invece fanno fatica a stare (seriamente) con qualcuno perché hanno perso l’abitudine ai rapporti lunghi, quindi ai compromessi. Andrebbero presto fuori di matto a condividere i propri spazi (leggi: casa, armadio, ore libere) tanto faticosamente conquistati. Sono persone a cui certi episodi quotidiani da vivere insieme farebbero forse non orrore, ma sicuramente nemmeno tenerezza. La partita in tv, i calzini sul pavimento, i piatti lasciati a putrefarsi sul lavandino, la totale mancanza di gusto in fatto di abiti, l’incapacità di capire le debolezze altrui, nonostante la voglia di stare insieme, a volte mettono a dura prova. Molti di questi inconvenienti sparirebbero fidanzandosi con un gay, ma sappiamo che ciò non è possibile.

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Quando si dice “avere i piedi per terra”

Donna si nasce. Poi, cogli anni, si sceglie che tipo di donna diventare. Pian piano, ci si trasforma fino a raggiungere l’ideale maturazione, sia estetica che interiore. Non c’è un momento uguale per tutte, non c’è un’età. Io ci sono arrivata negli ultimi anni, a un equilibrio accettabile. Ma non perfetto, che mica siamo mai contente, noi femmine.

Il tipo di donna che sono nel 2007, ama le scarpe. Tra le altre (innumerevoli) cose, ovviamente. Le amavo già da un bel pezzo, per la verità, ma la mia passione si è via via intensificata, di pari passo con l’evolversi dei miei gusti. Non sono classica né sportiva, e all’eleganza “pulita” preferisco l’originalità. Mi piace, cambiare, cambiarmi, sperimentare. Ma sull’altezza dei tacchi ho un solo diktat: mai meno di 5 cm, preferibilmente il doppio. Ho un solo paio di sneakers, color oro, che metto nei casi di emergenza (una o due volte all’anno). In compenso, sbavo sulle foto degli ultimi tronchetti Gucci con tacco 12 e plateau. Ballerine? Si, ma solo da mercato, investimento massimo 10 euro. Saranno mica scarpe, quelle!

Avete presente, donne, quando entriamo in un negozio e proviamo un certo modello da vertigine, pur consapevoli che sarà dura anche attraversare la scala o scendere dal marciapiede? Non ha importanza quanto siano scomode, ma se ne siamo innamorate, quelle scarpe le compreremo lo stesso. Lo sapete, vero? Ecco. Le commesse che esaltano le virtù del plateau sono il motivo per cui nella mia scarpiera scarseggiano le scarpe davvero confortevoli.

Aggiungo che non sono una stanga: 164, la media della mia generazione (quella dei maschi è intorno al metro e 72 cm). I tacchi mi slanciano, ed esaltano la caviglia sottile. Però. Anche nella vita di una donna già “matura”, arriva il momento in cui si trova di fronte a una scelta difficile. Tipo carriera o famiglia, taglio o colore, fondotinta Dior o Chanel, quelle cose lì.
Infatti mi si è presentato un “problema” nuovo, una cosa che non mi era mai capitata, che non ho mai dovuto valutare. Ho conosciuto un uomo.
Sì, già questa starebbe una notizia di per sé eclatante, di questi tempi. Un uomo (o meglio, un ragazzo) con due spalle che più larghe non si può, dolce, gentile, fantasioso, passionale, con tanta voglia di godersi la vita, capace di farsi un’ora di strada per arrivare sotto casa con una bottiglia di autentico fragolino e una rosa. In più, non disdegna lo shopping e ama le scarpe. No, fermi lì: è completamente etero (infatti parliamo di anfibi e simili). Però è alto… quanto me. Senza tacchi, ovvio. Alla nostra prima uscita ufficiale, ho commesso l’imprudenza di presentarmi con i miei stivali da 10 cm, col risultato di aumentare il disagio (soprattutto mio). Nonostante questo, è stata una serata quasi perfetta.
Il giorno dopo, mi frullavano in testa dubbi e domande. Ha senso farsi dei problemi, se non se li fa lui? È saggio buttare all’aria una storia sul nascere, per qualche centimetro in meno di quello che le convenzioni ci suggerirebbero, specie se in tutto il resto del corpo le misure sono eccellenti? Sono diventata così superficiale? A cosa mi serve l’esperienza di una vita, se non ho ancora imparato a superare i condizionamenti? Cosa mi costa rinunciare alla vanità, e staccarmi dal pavimento per stare più in giù, insieme a lui, vis à vis, labbra a labbra?

Donna si nasce. Poi, cogli anni, si sceglie che tipo di donna diventare. A volte - se hai molta fortuna - incontri qualcuno che ti fa crescere ancora. Ti fa maturare, scendere dai tacchi, per elevarti al suo livello e guardarlo negli occhi.
(Qualche consiglio? Che ne dite delle ballerine di Prada?)

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