Grazia Perché non puoi aspettare

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E per finire…

Finisce qui questa mia settimana su Grazia, ho ancora una cartuccia da sparare, non riesco a scegliere tra due argomenti – estremamente diversi tra loro – che mi stanno a cuore.

Il primo: Nancy Pelosi, una figura di donna in questi giorni molto presente sui media per via della sua elezione a presidente della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, la prima donna in questa carica, una che ha dato e continua a dare parecchio filo da torcere a G.W. Bush. Avete sicuramente già letto molto su di lei: se vi rimangono due minuti, andate a leggervi la sua lettera del 5 di Gennaio al Presidente in cui suggerisce il ritiro delle truppe statunitensi nei prossimi quattro-sei mesi. Se avete più di due minuti, guardatevi tutto il sito. Una figura di donna che potrebbe a buon diritto stare anche nell’articolo di Anselma Dell’Olio di qualche giorno fa “Prendete esempio da queste storie vincenti“.

Altro tema, un pochino più difficile è quello più personale: il mio tumore alla tiroide. Mentre leggete mi trovo in ospedale a compiere l’atto (spero) conclusivo di una storia, non scritta, ma vissuta, che è cominciata quasi per caso quest’estate. Non ne ho scritto prima forse per superstizione, forse per pudore. Vorrei farlo, ma ho paura di scrivere inesattezze. Lo vorrei fare per dare coraggio a chi si trovasse in una situazione simile, ma non riesco a trovare le parole giuste. Personalmente, mi avrebbe aiutato molto, nella fase iniziale, avere più informazioni su questa patologia e magari parlarne con qualcuno che ci è passato. Non mi è stato possibile, per questo sollevo qui quest’argomento e se qualcuno dovesse avere qualche domanda a me in quanto paziente (non sono un medico) può usare l’indirizzo di posta elettronica sul mio sito.

Reale virtuale o virtuale reale?

Un commento al mio post di venerdì scorso mi ha dato parecchio da pensare; daisyduck scrive: “Sul tuo blog avevo letto che eri nata a febbraio.” Aveva letto bene. Sul mio blog, infatti c’è scritto: “Isadora nasce in una fredda serata di febbraio 2005 su OCE“. Nelle mie intenzioni, quindi, era chiaro che Isadora fosse un nick, un personaggio virtuale, tant’è che per qualche settimana aveva anche cominciato a scrivere un diario fittizio (dichiaratamente tale) parte di un progetto affondato in fase iniziale. Il nick, la pseudoanonimità (che in realtà non è mai tale) consentita dal mezzo, mi avevano regalato l’illusione di poter creare un personaggio dotato di una vita propria, anche se “virtuale” e per un po’ questa era anche la sensazione che provavo scrivendo come Isadora. Nella realtà in Germania con un marito, un lavoro, una casa di cui occuparmi, nella morbida e rassicurante virtualità in Italia sola, senza un lavoro ben definito (i personaggi virtuali si nutrono di parole e bytes) e una casa, il blog, che si è rivelata aver bisogno di cure molto concrete e reali.

Col passare del tempo, però, vuoi per vicissitudini reali, vuoi perché il gioco è bello finché è corto, la virtualità è andata sempre più mescolandosi con la realtà e del personaggio Isadora è rimasto praticamente solo il nick, ultimo baluardo di una zona franca inesistente. Pensandoci bene, qual è, in sostanza, la differenza tra reale e virtuale? Che c’è di virtuale nel mettere concretamente per iscritto i propri pensieri, le proprie esperienze, anche se magari velate da un manto di discrezione o qua e là romanzate per renderle più interessanti o comprensibili? Ritorno su un articoletto di Vincenzo Cerami apparso su uno speciale di Repubblica del 28 di dicembre dedicato alle idee guida per il futuro e cito: “via Internet vendo il meglio di me: vesto i panni di chi voglio, sono varie persone diverse tra loro”. Sarà. Non sono d’accordo. È un po’ come in un assessment center: dopo un paio d’ore cade la maschera, a meno che non si sia attori provetti; la fatica di impersonare qualcun altro è improba, il divertimento viene velocemente meno quando poi ci si accorge di essere riusciti nel proprio intento. Non è a me che, per esempio, il commentatore si rivolge, ma al mio personaggio. Quel complimento o quella critica non sono per me, ma per la figura di fantasia a cui ho dato vita. Ma sono io a rispondere. E, come in un romanzo in cui improvvisamente i personaggi si rivoltano contro all’autore, viene voglia di uccidere il personaggio. L’ho fatto anch’io, ma senza spargimenti di sangue. Isadora è diventata sempre più un prolungamento di me stessa, fino a rimanere un’etichetta, una firma, uno pseudonimo.

E ora mi chiedo: Isadora è oggi più reale di allora, a distanza di quasi due anni dalla sua nascita? Le idee non sono reali, a modo loro? Cerami conclude con un sibillino: “la verità è che la realtà non esiste”. Io sono tentata di dire che in verità anche la virtualità è una forma di realtà e Isadora, oggi come due anni fa, è una parte importante di me, anche se lei è del segno dell’Acquario ed io di quello della Vergine.

Anno nuovo, vita vecchia

Il passaggio al nuovo anno viene celebrato in ogni paese con riti più o meno propiziatori e festeggiamenti di vario tipo. Si fanno bilanci di ciò che è stato nell’anno che si sta concludendo e si esprimono desideri per l’anno che sta arrivando. Tra i rituali più amati c’è anche il tentativo di scoprire cosa ci porterà il futuro ed i media rispondono a questa necessità a suon d’oroscopi. Tutti li leggiamo, ma ho conosciuto davvero poche persone che affermino di crederci veramente. La reazione più frequente è: non ci credo, ma non si sa mai. Una massima che qualcuno applica anche alla pratica di una confessione religiosa. In compenso qualche rotocalco si prende puntualmente la briga di andare a controllare se previsioni su avvenimenti, ad esempio, politici risalenti all’anno precedente si siano verificati come da previsione, per puntualmente arrivare alla conclusione che non ne è stata azzeccata una nemmeno per sbaglio.

Eppure questi oroscopi, anche quelli “di massa” che ci vengono offerti da stampa e televisione, generici e fumosi per definizione, continuano ad esercitare una fortissima attrazione sulla maggior parte di noi. Ognuno di noi sa qual è il proprio segno zodiacale, una domanda che spesso si fa o si riceve nella fase iniziale di una conoscenza è: “di che segno sei?”, molte volte seguita dall’affermazione: “ci avrei giurato”, seguita dall’elenco delle caratteristiche del segno zodiacale in discussione. Sarà la forza della suggestione, sarà che oroscopi e profili zodiacali sono formulati in modo che uno ci trovi sempre qualcosa da poter applicare a se stesso, ma non c’è argomento razionale che riesca a sradicare la convinzione che, in fondo in fondo, ci debba essere qualcosa di vero.

Così anch’io sono andata a leggermi l’oroscopo del mio segno per il 2007, nella speranza di trovare qualche appiglio che mi facesse sperare in un nuovo anno tranquillo e sereno, al contrario dell’anno appena concluso. Invece ne ho trovato uno che mi pronostica un nuovo anno che sembra la fotocopia del mio 2006. Ora, io, per indole e per segno zodiacale (sorrido) sarei una personcina razionale e poco propensa ad affidarsi all’astrologia, ma questa cosa è riuscita a mettermi di cattivo umore per tutto il pomeriggio. (E qui si potrebbe aprire tutto un capitolo sulle self-fulfilling prophecies, le profezie auto-avverantesi, ma sarebbe un post a sè e a me questo cattivo umore ha fatto passare anche la voglia di scrivere…)

E voi che ci fate qui?

In seguito al gentile invito a scrivere sul blog di Grazia, un blog legato ad una testata squisitamente e dichiaratamente femminile, mi sono trovata a chiedermi cosa cerchino le donne (italiane) su internet, cosa vogliano leggere. Non lo so. Sul mio blog arrivano molti visitatori che cercano “roast beef”, “zucchini ripieni” e “cosa cucino stasera”: saranno donne? Su di un forum che frequentavo anni fa i picchi più alti di commenti femminili si registravano quando si parlava di depilazione (sic). Su un inserto di Repubblica di fine Dicembre Vincenzo Cerami, sotto all’importante titolo “Ricerca di valori”, disquisisce sui flirt via internet. È tutto qui? Non lo so. Non credo che fosse questo ciò a cui pensava Tim O’Reilly quando ha coniato il termine “web 2.0″, né credo che pensasse ad un internet “maschile”.

Fatto sta che l’amico Andrea Beggi, in un post interessante di qualche tempo fa, lamentava la scarsità di presenze femminili tra gli autori di blogs di successo. Ho provato a contraddirlo, ma non ci credevo del tutto nemmeno io. Fatto sta che tutte ’ste donne emancipate e moderne utilizzano le nuove tecnologie principalmente in modo passivo, un po’ perché in Italia non si ritiene elegante per una donna occuparsi di argomenti “tecnici”, un po’ per la paura, tutta femminile, di “non essere all’altezza” e un po’ perché le bambine vengono educate ad essere remissive, modeste, a non mettersi in mostra, se non per quanto riguarda il loro aspetto fisico (ma questo è un altro argomento).

Che ci faccio io, su internet? Eh, ogni tanto ci cerco le ricette. Principalmente ci lavoro, nel senso che mi guadagno il pane sviluppando applicativi web, poi mi ci diverto, leggendo e scrivendo qua e là, ogni tanto facendo qualche template a tempo perso, ci faccio acquisti (la maggior parte, ormai, per cronica mancanza di tempo), ci leggo il giornale e, tornando al tema del post di ieri, attraverso internet tengo un piede “a casa”. Ho cominciato a tenere un blog perché avevo l’impressione di non riuscire più ad esprimermi decentemente nella mia lingua madre, perché mi sono resa conto che il mio vocabolario attivo si stava restringendo di giorno in giorno, perché, dopo anni di full immersion nella lingua e cultura tedesche avevo trascurato troppo a lungo quelle italiane, perché avevo il desiderio impellente di dialogare con l’Italia di oggi e anche di spiegare il mondo in cui vivo essendo molto spesso confrontata con un’immagine distorta della Germania da parte dei miei amici italiani. La maggior parte di questi obiettivi li ho raggiunti, alcuni li ho superati, stringendo nuove, impreviste e bellissime, amicizie a distanza; l’ultimo è quello più difficile, spesso mi rendo conto di scontrarmi con un muro di totale (immeritato) disinteresse verso l’argomento.

E voi che ci fate qui?

 

Italia, questa (s)conosciuta

Torno in Italia dopo un anno di assenza a passare le feste con i miei genitori. Tornare “a casa” è per me sempre un momento magico, salgo sull’aereo e nello spazio di un’ora vengo riavvolta in suoni, odori e sapori familiari, voci amiche, luoghi noti. La mia lingua madre. I cibi della mia infanzia. La televisione della mia infanzia.

Sì, la televisione della mia infanzia, se va bene, della mia adolescenza. Accendo la tv e c’è Pippo Baudo (coi capelli castani) che conduce una trasmissione, passa la pubblicità e vedo un Mike Bongiorno più vivace che mai; su tutti i canali, agli orari più disparati, mi tocca Massimo Ranieri vestito da impiegato di banca che canta canzoni di quarant’anni fa. C’è anche qualche novità: Paolo Belli, che nei miei ricordi era il cantante dei Ladri di biciclette, fa alienanti stacchetti parlati in una trasmissione televisiva di cui ho prontamente dimenticato il titolo. A Fiorello sono venuti un po’ di capelli bianchi, ma il ruolo è ancora quello del simpatico e ammiccante genero che ogni suocera vorrebbe avere. C’è ancora “Striscia la notizia”, ci sono le veline, tutte diverse eppure tutte uguali da un paio di lustri, Maurizio Costanzo annuncia la novità televisiva del 2007: il ritorno del “Maurizio Costanzo Show”.

E poi c’è Orietta Berti con un taglio di capelli delirante che dovrebbe “modernizzarla” ed in realtà è la palese capitolazione del povero parrucchiere di fronte all’impossibile sfida di svecchiare l’immagine di una donna che del suo aspetto così rassicurante e materno ha fatto il suo marchio di fabbrica. Rotondetta e gioviale come se da “Quando la barca va” fosse passato mezzo mese e non mezzo secolo, appare in svariate trasmissioni e mi sorride simpaticamente da un’improbabile campagna pubblicitaria che sembra essere stata concepita negli anni cinquanta.

Le novità non finiscono qui. Alba Parietti, a suo tempo pioniera delle labbra a canotto e del look trash siede con aria compita e acconciatura da signora della buona borghesia in un talk show pomeridiano non meglio identificato, alla radio risuonano le note di una vecchia e bellissima canzone di Riccardo Cocciante, banalizzata dall’incolore interpretazione di Laura Pausini, la créme de la créme dell’attuale panorama musicale italiano. Passano e vanno i volti nuovi reclutati dai reality, ma, a ben guardare, i capisaldi delle produzioni televisive italiane sono immutati da una cinquantina d’anni. Quando ho visto Andy Luotto ho presunto che stesse per annunciare il ritorno di “Quelli della notte”, forse l’ultima vera innovazione, insieme a “Blob”, nel palinsesto televisivo italiano, invece stava solo mostrando con aria compita come riciclare gli avanzi del cenone di fine anno, tema principe di notiziari e speciali televisivi di questi giorni, come ogni anno.

Salgo sull’aereo che mi riporta “a casa”, la casa in cui vivo ora, con uno strano miscuglio di sensazioni; un piacevole tuffo nel passato, la consapevolezza di essere ogni volta interiormente un po’ più lontana dal microcosmo Italia, la sorpresa di non riscontrare alcun cambiamento reale, ma anche la sensazione di non essere mai stata davvero via e quella stessa voglia di scappare che avevo a vent’anni.

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