Il signor Gatsby è entrato nella mia vita in edizione economica da 5.900 lire, me lo portò mio fratello in ospedale mentre ingaggiavo una piccola battaglia con i miei polmoni, molti anni fa.
Da allora, e per anni sempre nello stesso formato, non ci siamo più lasciati, ed è ancora una storia che funziona se così posso dire: continuo a detestare ed invidiare Zelda, a stimare profondamente le Flappers e ad innamorarmi di quei protagonisti maschili tutti d’un pezzo, legnosissimi, passionali e completamente impreparati alle femmine.
Nello stesso periodo ho conosciuto meglio Mr Edward Hopper grazie ad una stampa appesa in un salotto amico, da subito le sue eterne istantanee apparentemente fredde, ma sotto sotto caldissime e farcite di un succulento ripieno, hanno cominciato ad ossessionarmi, l’iconografia dei roaring twenties mi aveva commosso senza che me ne accorgessi, ma ormai è un leitmotif quello di arrivare tardi e me ne faccio una ragione.
Le ragazze aggressive col caschetto sarebbero state uno stereotipo di adorazione per qualsiasi adolescente negli anni novanta, eppure c’era qualcosa in più che mi sfuggiva, il lato Gatsby probabilmente, quel misto di nostalgia, paranoia e insicurezza che si tende ad escludere negli esemplari adulti ed autosufficienti; ecco quel cestino pieno di emozioni sconvenienti allora lo leggevo tra le righe ed ora mi fa pensare alle donne di Hopper: eleganti caucasiche sui trenta, meno giovani delle ninfette alternelle di Fitzgerald, ma circondate dalla stessa aura di marmoreo mistero e piglio combattivo, silenziose ed apparentemente tristi se ne stanno sui loro letti e balconi, aspettando qualcosa e non qualcuno, consapevoli del proprio potere sociale e sempre parte di categorie privilegiate, rimangono quasi fintamente immobili mentre il mondo intorno a loro si scuote nel terremoto ideologico e sociale degli anni venti.
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Le donne di Fitzgerald e Hopper
Una fotocamera tutta per me
Ho scattato diverse foto nel 2009, e tutte in modalità diverse:
- con la scassatissima ixus aperta davanti, quella che ha malfunzionato dall’inizio a Dublino, quel 31 dicembre in cui si scattava una fotografia per la prima volta e non si voleva rivedere per mesi, ecco quella che ancora sbuffa e tossisce ma funziona troppo dignitosamente per essere accantonata; senza luce produce immagini nebulose e pixelatissime, ma l’alta risoluzione non è mai stata una priorità da queste parti, e ad oggi ha il merito di aver girato il video di capodanno hare krishna più divertente di sempre
- con il gommosissimo Nokia biancorosso: il cellulare degli adolescenti e degli amanti dei manga, direbbe uno che ci guadagna. Io l’ho comprato, scelto con passione ha resistito come un guerriero di terracotta finché non è stato gettato -involontariamente- in acqua. E per uno più giovane
- il Photo Booth del Mac: divertentissimo, ho sempre sognato una cabina fotografica tutta per me
- l’iPhone. Il regalo inaspettato. Troppo bello per essere vero, quindi ho messo le mani avanti fino al primo scatto confrontato a video con la Ixus: nitide, ferme e luminose, le sue immagini hanno vinto a braccio di ferro contro l’anziana compatta di cui sopra
Da quel giorno mi sveglio tutte le mattine urlando, di solito ho appena sognato una lotta nel fango tra il Ceo di Canon e Steve Jobs. Non tocco un rullino da due anni e anche la cara, vecchia Polaroid mi manca molto, non ho mai creduto nel digitale a tutti i costi ma mi intristisce chi si ostina a trattare l’analogico come se fosse l’ultimo esemplare di panda presente sul globo terracqueo; la banale e potentissima argomentazione del progresso non ha impedito a milioni di persone di continuare a scegliere supporti materici ma anche digitali: come a dire che l’analogico si compra per soddisfare un romantico senso estetico che viene dalle foto del passato, da quelle che conserviamo negli album o dentro una cornice, con la luce mostarda, le magliette a righe e i basettoni, mentre nel digitale si spende per praticità e immediatezza, eliminando l’antico traffico di farfalle nello stomaco durante l’attesa del rullino stampato.
Non credo che uno sia malvagio e l’altro puro come la neve, sono convinta che ogni intenzione iconografica abbia il diritto di essere espressa come si preferisce, senza un recinto di paletti ideologici sorpassati e tristi; se si potessero fare belle foto puntando una mela contro qualcuno la gente lo farebbe, forse dovremmo arrenderci un pò di piu’ ad un mutato concetto estetico, che solo estetico non è più e meno male; le immagini farciscono la nostra vita, che compriamo un giornale, le appendiamo alle pareti o decidiamo di utilizzare una qualsiasi applicazione elettronica, trattiamole come oggetti complicati.
Una cosa divertente che farò per sempre
Ho sempre provato sentimenti contrastanti per le vacanze organizzate: quei gruppi dalle movenze ovine che sciamano per città e siti archeologici col cappellino ventilante e i k-ways identici per le coppie, il capogruppo con l’ombrello e le soste forzate nelle trattorie convenzionate, i pullman pieni di sessantenni che bloccano le toilettes degli autogrill per ore, ecco a vederli da fuori mi prendeva sempre uno strano desiderio di guardarli più da vicino. Devo aver provato una sola volta l’ebbrezza della partecipazione, ma avevo diciott’anni, nessun conto in banca e la prospettiva era quella di sdraiarsi al sole per due settimane: fu un comico viaggio nella gerontofilia vacanziera, condita di meravigliose esplorazioni subacquee e pranzi a menù fisso tra orde di famiglie che allenavano le corde vocali richiamando i bambini con frequenze oltre l’udibile umano.
Ho collezionato cartoline allo shop del villaggio gettando le basi per la mia grande, insana passione per le foto di turismo popolare: comitive, paesaggi cartolina, colori sbiaditi e accesissimi, templi cangianti e coniugi tedeschi dalle mises fosforescenti, non riesco più a farne a meno, non mi chiedete perché.
Poi ho scoperto Mr Martin Parr, un geniale fotografo inglese che del grottesco d’Albione ha fatto la sua missione, ritraendo i propri connazionali negli stereotipi più esasperati che tanto divertono gli altri europei, forse solo invidiosi di tanta faccia tosta e legnosità insieme: i tupperware parties, i quindici giorni a Brighton per le vene varicose, le corse dei cavalli con gli ubriachi in bombetta e fazzoletto bianco, ogni piccolo tic ripreso e deriso con ironica benevolenza, quella di chi sa di appartenere per dna al tessuto ma sa anche di esserne fuggito a gambe levate, più o meno.
Il mondo di viale Bligny 42, Milano

Non è facile da immaginare, nel pieno centro di Milano, un posto come Bligny 42. Quasi tutti sanno cosa sia, pochi ci sono entrati, ancora meno quelli ci hanno vissuto oltre il tempo di uno starnuto.
Infilato tra l’allure patrizia della Bocconi e le rovine chic di Porta Romana sopravvive da decenni: un palazzo gigantesco molto vicino all’idea di Babilonia che vi siete fatti al catechismo, talmente fuori posto per aspetto, atmosfera e tipologia di condomini che potrebbe essere cresciuto in una notte come un’amanita in un’aiuola di begonie.
Ho abitato quasi due anni al quarto piano, scala c, primo appartamento a destra, un monolocale di 23mq abbandonato dal figlio di una ricca coppia gallaratese, negli ultimi mesi occupato in realtà -come ho scoperto dalle fotocopie di documenti negli armadi- dai loro tre camerieri filippini con prole, chissà che fine avranno fatto.
La città invisibile

Sono arrivata a Milano un giorno di maggio di nove anni fa. La prima cosa che ho pensato, da fresca ex matricola bolognese ed ex liceale di provincia marchigiana è stata: ma la città dov’è?
La prima stanza che ho trovato si affacciava su Piazzale Loreto ed io ogni mattina uscendo di casa alzavo gli occhi al cielo pregando che qualcuno mandasse un’aiuola, una piazza, una bomba h deflagrante o un’atmosfera qualsiasi al posto del vuoto pneumatico che mi veniva sbattuto in faccia invece della colazione.
Ci sono voluti quasi tre anni per abituarmi, e non prendetela come la confessione di una personalità dissociata, semplicemente Milano coi suoi palazzoni novecento, le strade tutte uguali, l’urbanistica gelida e riservata, tutto mi portava a pensare che questo posto non avesse una faccia: non l’opulenza riservata di Bologna, non la scontrosa bellezza anconetana o l’eleganza frigida, malvagia e coinvolgente di Torino…come non ci fosse nulla, neanche il vento, un appiglio a cui aggrapparsi per maledirla, nulla.






























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