Ci sono cieli più blu di altri.
È una questione di tempo, quello che impiega la luce ad attraversare l’atmosfera. E tanto è maggiore il tempo, tanto più il nostro soffitto si colora.
Ci sono cieli più blu di altri.
È una questione di tempo, quello che impiega la luce ad attraversare l’atmosfera. E tanto è maggiore il tempo, tanto più il nostro soffitto si colora.
Non mi fido degli astemi e di chi non regge il vino, di chi si spreca e diventa aceto, di chi si annega di parole. Della musica popolare, del pettegolezzo internazionale, di chi cambia idea per contingenza e non per dubbio, delle donne con il pinzone tra i capelli, di chi si mette in tuta, di ogni idea muta. Dei week end rifatti, dei camionisti distratti che non sanno quello che portano, dei pesci rossi e dell’onda che fanno, di me stesso quando sono depresso. Di chi dice e non dice, chi ha un giudizio per tutto, di chi non sa giudicare, del giudizio universale, dello zio di Giuda e di suo nipote, di chi tira il sasso e poi la scarpa.
The girl comes from the country
when the end of the day is near.
I’d wait you in a laundry
to make you love me, dear.
Ogni pochi secondi battiamo le ciglia. E battendole chiudiamo gli occhi. Chiudendo gli occhi non vediamo e qualcosa, così, perdiamo. Ogni pochi secondi, quindi, qualcosa perdiamo. Ogni volta.
E sembra sempre poco quel che si perde. Come qualcosa che non importa poi molto. Come fosse qualcosa che non è mai molto. Perché occhio non vede cuore non duole.
Finchè non fai i conti.
Credo che all’inizio sia un’immagine sfuocata, un’ombra in arrivo come un calice. Troppo grande e troppo vicina, senz’altro. Troppo deboli i nostri occhi, forse. Chissà se abbiamo paura e se per questo piangiamo. Per la solita paura, remota e presente, di avere quello che ci piace.
È in quel momento che sentiamo il profumo mentre quell’ombra si avvicina, il nostro rosa oggetto del desiderio. Scuro, profumato e morbido. Ché dev’essere vero che più che gli occhi possono il naso e le dita se sono separati. Che è il contatto a portar via le inquietudini, allungare la mano e con quella toccare. E tirar su gli angoli della bocca per passare dal pianto alla sete.
Avevo una vespa. Un px bianco con un adesivo di Woodstock, l’amico di Snoopy (che detto adesso fa un po’ tamarro ma era più di vent’anni fa. Altre mode. Altri gusti). Mi ha portato in giro tanto, e non solo me. Avevo una vespa che un giorno mio padre, chissà perché, ha venduto. Senza dire niente. Senza un reale motivo.
Su quel sellino c’è stata A., la prima. Ma anche M. che mi piaceva tanto e io a lei un po’ meno. L., con due tette che si incollavano alla schiena e speravi che quel viaggio non finisse mai. Ed E., che invece era piatta ma mi sussurrava piano nell’orecchio. E poi R., che mi ha portata dritta a casa sua. Anche A.M., poi nessun’altra che dopo poco se ne è andata per sempre. La vespa, intendo.
Oggi viaggiavo sul mio scooter e l’ho rivista. Solo un secondo per leggere la targa e capire che era lei. Invecchiata, non troppo bene. Sciupata che chissà come me l’hanno trattata. Senza più Woodstock attaccato al cassettino. Volato via come fosse stato un uccellino vero. L’ho affiancata e guardato il sellino come se ancora stessi lì sopra e non due metri più a sinistra. Rivedendo le gambe che si incollavano alle mie, che si stringevano e io che rallentavo un po’.
- Scusi è da molto che ha questa vespa?
- ‘Sto catorcio? Da una vita. Ma dura ancora poco. Lo faccio rottamare.
Lo capite anche voi che ho dovuto picchiarlo, vero?
La prima cosa che ho visto sono stati i tuoi occhi ed il cuore della notte. Li ho visti fissati come chiodi ai miei per dirmi adesso.
Ti ho guardata senza dire niente, la tua bocca vicina ed il fiato attaccato al mio.
Ed il tuo silenzio che diceva ho bisogno. E non importa di ieri sera. Ne ho bisogno ancora.
Ti ho guardata senza dire niente, la tua lingua calda e la zampa sulla mia faccia.
Maledetto cane, da quando devi uscire alle quattro?
Invecchiare si invecchia. Non sai mai prima come. Per questo qualcuno decide che non è il caso di rischiare.
Anne Sexton era bella davvero. Matta, forse. Oscena, divertente, teatrale qualcuno ha detto.
Anne Sexton era scandalosa, profonda, e infelice. Irrequieta di fronte al proprio quotidiano fallimento, in perenne ricerca delle conferme di uno sguardo innamorato. Anne Sexton era meravigliosamente debole.
Anne Sexton si considerava di passaggio. Nelle vite degli uomini che ha amato. Nella propria vita che ha scelto di non vedere invecchiare uccidendosi a 46 anni.
Di certo lo sapete che ognuno ha una morte / la propria morte, / che lo aspetta. / Quindi ora io me ne vado / senza vecchiaia o malattia, / selvaggiamente ma scrupolosamente.
Invecchiare è un’arte. Che di tutti non è.
La prova è qui.
Uno può anche far finta di chiamarsi Englaro di cognome. O di essere un amico. Un parente lontano.
Uno può pensare che tutti debbano sapere ogni cosa, come se poi fosse una cosa possibile. Uno può anche provare a giustificare ogni cosa, può raccontarsela come vuole e poi pure smentirsi da solo, credere che se Vladimir Luxuria ha vinto è perché in Italia nessuno censurerà più Brokeback mountain in tv, che la sinistra è bella e santa e ha solo sbagliato società di marketing.
Uno può pensare ciò che vuole, ma io credo che la vera questione morale sia quella che ognuno di noi dovrebbe affrontare dentro di sé. E non basta non rubare, fare beneficenza a natale, salutare sulle scale o se cammini in montagna. Quello che bisognerebbe imparare è la dignità, la propria e quella degli altri.
