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Certe first ladies sono solo COMPLICI dei loro mariti tiranni

Come chiamare le mogli dei tiranni, arrivate a Roma per la conferenza Fao sulla fame nel mondo? First Ladies o First Complici? C’era Grace Mugabe, moglie del sanguinario despota dello Zimbabwe che, grazie alla corruzione del marito Robert, è uno dei Paesi più poveri del mondo, con il 75% della popolazione ridotta alla fame. Il marito di Grace ha tuonato contro i Paesi ricchi («nemici neocolonialisti») che avrebbero tramato per rovinare l’economia da lui affossata.
María Esther Reus González è il ministro della Giustizia a Cuba, che, dal 1958, è una dittatura in mano a Fidel e Raúl Castro. Dall’inizio il regime perseguita e incarcera (o uccide) dissidenti e omosessuali. Susan Mubarak lotta contro le mutilazioni genitali, il marito Hosni, al potere dal 1981, combatte il terrorismo islamico, ma, come ricorda Fiamma Nirenstein sul Giornale, “reprime i dissidenti e un terzo dei bambini egiziani soffre di malnutrizione”.

Le signore hanno emesso un comunicato che critica “la comunità internazionale che non ha mantenuto gli impegni” e che insiste: bisogna “obbligarla” a eliminare la fame nel mondo entro il 2025. Se cominciassero a casa propria, sarebbe un ottimo esempio.

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La lezione di Cécilia, che sa separarsi dal potere

il direttore, Vera MontanariCécilia e Nicolas Sarkozy hanno divorziato. Finisce così la telenovela che ha appassionato milioni di romantici in tutto il mondo, con i tradimenti reciproci, le fughe, i colpi di scena, le riappacificazioni e quel tenero “l’ho riconquistata” di lui che ci aveva fatto ben sperare. Invece i nuovi Kennedy – belli, eleganti, affascinanti e di potere, con figli belli, eleganti, ecc. ecc… – si sono lasciati, qualcosa non ha funzionato, e non sapremo mai esattamente cosa (come spesso succede nelle coppie). Ma il dato nuovo, davvero rivoluzionario, è che siano arrivati al divorzio invece che accettare, come hanno fatto centinaia di coppie di potere prima di loro e soprattutto molte donne legate ad uomini di potere, la filosofia del “si fa e non si dice”, il migliore dei matrimoni in pubblico e vite separate in privato. Cécilia invece ha detto no e non deve essere stato facile. Un divorzio è sempre una lacerazione, ma vissuto sul palcoscenico deve essere anche peggio. La first lady fantasma l’hanno “benevolmente” soprannominata in Francia, la moglie che c’è e non c’è, che compare e scompare, a suo insindacabile giudizio. Ve la ricordate durante le elezioni con quell’aria “passavo di qui per caso”, il pullover a vu e un sorriso di circostanza sulle labbra? Una donna che detesta le regole, gli obblighi, i formalismi, ma poi si presenta perfetta, elegantissima (in Prada, alla faccia degli autarchici francesi) e perfettamente in ruolo alla cerimonia di inaugurazione. Non accompagna suo marito in visita a casa Bush, nel Maine, adducendo “un gran mal di gola”, abbandona un summit internazionale perché deve preparare la festa di compleanno di sua figlia, e la stampa la massacra: capricciosa, testarda, inadatta al ruolo. Ed ecco che improvvisamente abbandona quella sua aria tra casuale e annoiata per organizzare, con piglio da combattente, una missione difficile e delicata come quella di liberare le infermiere bulgare chiuse nelle carceri libiche, e Gheddafi non è certo un gentiluomo che si fa sedurre da qualche moina femminile. Ma quando poi i bulgari la invitano a Sofia per ringraziarla e consegnarle un premio, lei si sottrae, già stanca delle luci del palcoscenico. Strana donna, madame Cècilia, affascinante proprio per quel suo essere sempre un po’ contro. Fare la moglie del presidente non le piaceva, anzi le stava stretto e lei non è tipo da compromessi o da sacrifici, neanche per il bene dello Stato. D’altronde l’aveva detto, fin dall’inizio: «Non mi vedo come first lady. Mi annoia. Non sono politicamente corretta. Preferisco andare in giro in jeans». Come darle torto?

Una first lady non venera il marito. Lo manda fuori a buttare la spazzatura

È l’arma segreta di Obama. Michelle LaVaughn Robinson Obama, classe 1964, laureata “cum laude” in Sociologia e Giurisprudenza, avvocato, dirigente d’impresa, siede in sei consigli d’amministrazione. Era già avvocato affermato in un importante studio legale di Chicago, quando le affidano lo stagista Barack. Lui nasce nelle Hawaii, da un economista keniota e un’antropologa bianca del Kansas, ed è cresciuto dai genitori materni. Michelle ha radici profonde negli ambienti politici e finanziari della buona borghesia nera dell’Illinois, e la rapida ascesa in politica del marito è anche merito suo. Barack, cresciuto tra i bianchi, ha imparato a essere “nero” da lei. Michelle è una brava oratrice e negli Stati Uniti, dove la consorte d’un politico è messa sotto esame come il candidato, questo ha il suo peso. Alta, elegante e spigliata, è la prima consigliera del marito, legge e corregge i suoi discorsi, sia per quanto riguarda lo stile, che il contenuto. Senza il suo consenso Barack non sarebbe entrato in politica, né avrebbe deciso di candidarsi alle elezioni presidenziali proprio ora – e non fra otto anni, come sarebbe sembrato più naturale data la giovane età e la poca esperienza a livello nazionale. Dopo l’elezione del marito al Senato di Washington, è stata lei che ha guidato la scelta di vivere a Chicago con le due figlie Malia e Sasha, perché potessero restare nelle scuole locali e per mantenere stretti rapporti col suo collegio elettorale. Pazienza, se questo costringe Barack a un faticoso pendolarismo tra la capitale e Chicago. Finora è stata quasi esclusivamente lodata, Michelle Obama. Ma di recente Maureen Dowd, sarcastica opinionista del quotidiano The New York Times, le ha dedicato una rubrica in cui la sgrida per la sua tendenza a smitizzare il marito. La femminista Dowd (ha scritto un libro intitolato I maschi sono necessari?) scrive: «Di solito mi piacciono le donne irriverenti che bucano l’ego d’un maschio supponente», ma poi prosegue, con un perbenismo insolito, che Michelle fa male a sminuire il marito in pubblico, facendogli fare la figura dello scolaretto discolo sgridato dalla maestra. Che cosa dirà mai di così grave Michelle, a proposito dell’astro ascendente della politica americana, che sta incalzando la non più irresistibile ascesa di Hillary Clinton? Come risposta agli ammiratori che lo trattano da superstar e lo definiscono primo della classe – professore di legge a Harvard, oratore sublime, autore di bestseller, un John Kennedy redivivo e nero, la salvezza della nazione tutta, praticamente una divinità – Michelle motteggia: «Uno così mi piacerebbe conoscerlo. Ma il Barack di casa è quello che non rimette il burro in frigo, butta la biancheria sporca per terra e nostra figlia di sei anni è più brava di lui a rifare il letto».
La Dowd storce il naso, temendo che una moglie Santippe appanni la mistica del “Perfetto Candidato”.
È invece rassicurante la presenza di una donna spiritosa, di carattere e realista al fianco di chi è osannato come il Redentore che fa sognare un mitico paese paradisiaco in cui povertà, ineguaglianze e violenza spariranno per sempre. Se Barack vincesse sentendosi un mito vivente, sarebbero guai per tutti. Brava Michelle, che invece di lucidare il piedistallo del consorte, gli ricorda che non esiste solo la politica ma anche la famiglia. E che ha dimenticato di portare fuori la spazzatura.

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  • Scritto da Anselma Dell'Olio
    il 15/05/2007

Il marito è mio e me lo gestisco io. Torna la voglia di essere moglie

E’ tornata la Moglitudine. Anzi, la Neo-Moglitudine. Le mogli di una volta stavano accanto al loro uomo nel bene e nel male, schiena dritta, occhio asciutto, un passo indietro e, soprattutto, zitte. Pensate a Eleanor Roosevelt, “first lady” di vasta influenza politica: girava il mondo come ambasciatrice senza portafoglio, e tornava a fare rapporti dettagliati al marito Franklin, bloccato dalla poliomielite sulla sedia a rotelle. Mai ha espresso un malumore pubblico sul canestro di corna che il presidente le metteva alla Casa Bianca con la graziosa segretaria Missy Hand. Nancy Reagan, influente e coriacea consigliera del marito Ronald, che in privato faceva il buono e cattivo tempo nella Stanza Ovale, in pubblico si limitava a fissarlo con occhi adoranti. Jacqueline Kennedy, accanto al presidente John o all’armatore Aristotele Onassis, fedifraghi impenitenti, si dedicava in silenzio allo shopping e ai viaggi.
Con Hillary Clinton, le cose cambiano. Fiera del soprannome “Billary”, apertamente femminista e ambiziosa, gioca con fierezza il ruolo di co-presidente e “policy maker” senza pari. Costretta a occuparsi di questioni più tradizionalmente femminili, come infanzia e istruzione, si erige a usbergo del marito, sotto attacco per l’affaire Monica Lewinsky. Hillary si espone sostenendo la falsità delle accuse, attribuendole a “una vasta cospirazione di destra”. Smentita nel modo più umiliante dalla celebre macchia sul vestito blu di Monica, rimane a fianco di Bill, moglie ferita e leale. Ai giornalisti che chiedono quanti tradimenti abbia intenzione di sopportare, cita l’ingiunzione biblica di perdonare “non sette volte, ma sette volte sette”. Così nasce la Neo-moglitudine. In Italia, un po’ in ritardo, arriva con la fantastica lettera aperta di Veronica Lario, con la quale rompe la proverbiale riservatezza, chiedendo pubbliche scuse da Silvio Berlusconi per le sue indiscrezioni galanti esibite con disinvoltura davanti alla stampa. Oggi il “ritorno della Moglie” si fa tsunami. Anna Falchi resta salda a fianco di Stefano Ricucci durante le sue difficoltà giudiziarie, ma non gli lesina pubbliche accuse aspre: «È arrivato a compromettere la nostra vita insieme per una corsa al potere e al denaro… Stefano mi ha deluso, ma resto sua moglie».
Confermano il “Risorgimento della Moglie” Nina Moric e Livia Aymonino, rispettivamente consorti provate ma costanti di Fabrizio Corona, paparazzo-imprenditore, e Silvio Sircana, portavoce del premier Romano Prodi. Corona è in galera per lo scandalo Vallettopoli, Sircana rischia il posto per una foto in cui dall’auto guarda un travestito. La Moric ha ondeggiato, prima criticando Corona: «Non ha valori morali, ambisce solo a soldi e successo», poi restandogli accanto, sempre più unita a lui, ora che è accusata di riciclaggio. Aymonino scrive in un’accorata lettera al quotidiano la Repubblica umida di lacrime: “Ho una vera, grande, leale fiducia in Silvio”. Se è bene o male non si sa, ma c’è un fatto: le Neo-mogli, pur diversissime, hanno in comune l’essere professioniste che non campano di sola luce riflessa. Forse per loro vale quel che si diceva dei reduci americani della Prima guerra mondiale, molti dei quali ex contadini: «Come si farà a ricacciarli dietro l’aratro, ora che hanno visto Parigi?»



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