Grazia Perché non puoi aspettare

Quando si stava peggio

La Nostra Guerra Voi sapete che non amo particolarmente gli autori italiani. Non è mica snobberia, davvero. È che li trovo tutti un po’ inconcludenti, insoddisfacenti. Un po’ come vedere Fazio che intervista, che so, Michelle Pfeiffer. Ci sarebbe anche un buon potenziale, ma sai già che sprecherà l’occasione. Però non so voi, ma io sono sempre stato un po’ affascinato dal periodo fascista. Non certo per l’ideologia o il clima sociale, ma per due aspetti che, a dirli, fanno un po’ sorridere.
Il primo è il generale senso di comicità che l’italica nazione suscitava, così tutta impegnata a prendersi sul serio. Persino i vecchi filmati in bianco e nero, tutti accelerati, contribuiscono a dare un po’ l’idea di ilarità. Tutti lì, tutti seri, tutti veloci, tutti (tutti?) così convinti. L’altro aspetto è la luce. La luce dei luoghi, delle città, quella luce che sembra così intensa, con quei cieli che paiono così più tersi di oggi. Quel sole…
E poi meno auto, meno traffico, meno cemento, meno caos. Ho sempre pensato che una settimana in giro per l’Italia del 1940, con la macchina del tempo, sarebbe un’esperienza affascinante (no, nel ’50 no, perché credo ancora troppo incomberebbero – e Piovene me lo conferma – le macerie del dopoguerra).

Ecco, La Nostra Guerra di Enrico Brizzi è un po’ un’esperienza del genere. Prequel dello scorso L’Inattesa Piega Degli Eventi, accompagna il passaggio attraverso gli anni decisivi dell’adolescenza del Giovane Avanguardista Lorenzo Pellegrini, dodicenne bolognese di famiglia benestante catapultato dall’entrata in guerra nella dimensione degli sfollati d’Appennino, mentre l’Italia e la sua famiglia si sfasciano sotto le bombe.
Il mondo di Lorenzo è, letteralmente, il mondo di sistavameglioquandosistavapeggio, di quandoceraLuicarolei, degli assalti, degli squadristi, degli squallidi intrallazzi di potere e di infedeltà, delle bombe, della fame, della giustizia dispensata dalle mani sbagliate, di eroi e di vigliacchi, di troppofurbi e troppoidioti, di miserie e nobiltà, di straccioni e di signori e di “iomodestamentelonacqui”. È difficile capire come siamo stati capaci di esprimere un’epoca del genere. Almeno quanto lo è capire come siamo capaci di esprimere quella attuale.
È per vero che Brizzi scrive una Storia alternativa dove, mentre le mani di Lorenzo si allungano sulle tette delle ragazzine sfollate assieme a lui, un Mussolini meno pazzo e meno pirla di quello vero entra in guerra con gli alleati, contro i tedeschi e ne esce vincitore (non dimentichiamo che il sequel è ambientato in un’Italia anni ’60 ancora fascista). Ma proprio per questo la maestria dello scrittore sta tutta in quell’adattare la Storia fittizia a quella vera, nel far tornare i conti, senza tuttavia mancare di rendere scorrevole quest’ambizioso e divertente affresco di 600 pagine, di un’Italia del vecchio secolo che per fortuna non c’è più.
Intendiamoci, La Nostra Guerra è innanzitutto un libro divertentissimo, almeno quanto certi film in bianco e nero di Vittorio De Sica. Ma è anche un libro che forse dovrebbe essere fatto leggere ai ragazzini di oggi, a scuola. Così, per avere un’idea, non solo dell’ilarità e della luce, purtroppo.

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commenti

Ci sono 6 commenti
per "Quando si stava peggio"
  1. Il ventennio e gli anni della seconda guerra mondiale sono quelli che hanno forgiato l’identità di noi gente italiana. Un proflo comune che tiene dentro tutte le divisioni, le diversità, i modi d’intendere patria e Stato, le contraddizioni di un’Italia fatta per forza e recalcitrante.
    Le storia della guerra hanno accompagnato la mia infanzia e hanno le radici nel terreno degli affetti.
    A gennaio si dovrebbe parlare più di memoria. Non solo di Shoah, ma di tutto intero quel periodo. In maniera particolare del biennio ‘43-45: l’inferno dei civili.
    Spero che questo libro sia all’altezza.

  2. Per ora mi tengo caro Guareschi..
    -
    Gli anni ‘60 sono anni fascisti per te?
    Forse e’ un errore..

  3. c’è chi sostiene che il carattere di un uomo è il suo destino. ammesso che esista, può essere vero anche per il carattere di un popolo, di una nazione.
    mi vengono in mente da un lato il rassegnato, sardonico cinismo del principe di Salina “bisogna che tutto cambi, se vogliamo che tutto rimanga come è” e dall’altro Oreste Jacovacci e Giovanni Busacca, i protagonisti de “La Grande Guerra”, insieme cialtroni ed eroi.
    anche per me le storie di guerra sono ricordi di infanzia filtrati dagli occhi delle persone care che le avevano vissute.
    e, visto che vengo da una zona dove c’è stata, seppure per breve tempo, una repubblica partigiana, non c’è praticamente traccia del lato grottesco/nostalgico del ventennio.
    come se il capitolo finale con la sua drammaticità avesse ricacciato sullo sfondo tutto il resto relegandolo ai fotogrammi dei film e degli spezzoni dell’Istituto Luce.
    per me l’inferno dei civili sarà sempre mia madre che racconta a me ragazzina il suo terrore di bambina al rumore dei passi scanditi della ronda nella notte dopo il ritorno dei tedeschi.
    e, anni dopo, a me donna fatta, al tempo della I Guerra del Golfo, l’impossibile scelta tra il male che ti cammina fianco a fianco a terra e l’inferno di fuoco che viene dal cielo….

    p.s. ero ferma al Brizzi di “Jack Frusciante”. direi che anche solo il coraggio di una scelta così inconsueta gli possa far meritare la lettura.

  4. Minna, leggi meglio tutto…Brizzi ha creato una storia alternativa nel libro precedente, ambientato nel 1960..

  5. ah! e’ fantastoria.

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