Grazia Perché non puoi aspettare

Il mondo di viale Bligny 42, Milano

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Non è facile da immaginare, nel pieno centro di Milano, un posto come Bligny 42. Quasi tutti sanno cosa sia, pochi ci sono entrati, ancora meno quelli ci hanno vissuto oltre il tempo di uno starnuto.
Infilato tra l’allure patrizia della Bocconi e le rovine chic di Porta Romana sopravvive da decenni: un palazzo gigantesco molto vicino all’idea di Babilonia che vi siete fatti al catechismo, talmente fuori posto per aspetto, atmosfera e tipologia di condomini che potrebbe essere cresciuto in una notte come un’amanita in un’aiuola di begonie.
Ho abitato quasi due anni al quarto piano, scala c, primo appartamento a destra, un monolocale di 23mq abbandonato dal figlio di una ricca coppia gallaratese, negli ultimi mesi occupato in realtà -come ho scoperto dalle fotocopie di documenti negli armadi- dai loro tre camerieri filippini con prole, chissà che fine avranno fatto.

La mattina del trasloco ho attraversato il cortile con mia madre e quattro scatoloni pieni di pentole e vestiti, alzando lo sguardo al centro del piazzale mi ha stupito la quantità di balconi e finestre aperte, mutande appese, casse dello stereo piazzate sui davanzali a sparare Gigi D’Alessio a volume 29, omoni con bigodini che strillavano dritte per il barbecue da un ballatoio all’altro; abbiamo salito le strette scale strisciando sui muri scrostati sotto il peso dei pacchi, finchè in due o tre non sono usciti di casa in pigiama per aiutarci a trasportarle senza una parola mentre sul pianerottolo cominciava la festa del pranzo domenicale sudamericano a base di polli fritti, heineken e bachata.
La mattina seguente ho aperto la finestra sul cortile ed ho cominciato guardare: piccoli peruviani che giocavano a gavettoni, nordafricani con le mani impegnate, gigantesche brasiliane ossigenate in vestaglia che si litigavano lo stendino comune, l’onnipresente portiera Pia, un generale in gonnella ed occhiali, che bacchettava un po’ tutti mantenendo un equilibrio precario ma ordinato: le prime ore del giorno erano piene di attività frenetiche come un formicaio pestato da un bambino dispettoso; all’ora di pranzo un caleidoscopio di odori invadeva tutta l’aria: con le porte delle case aperte le cipolle cominciavano a soffriggere, i pezzi di carne cosparsi di curry e cumino come non ci fosse un domani, i merluzzi buttati nella friggitrice senza pietà, ogni singola spezia confusa con le voci e le litigate scoppiate all’improvviso mentre la mia vicina di casa continuava a pettinarsi sulle scale i lunghissimi capelli lisci e neri a testa in giù; scendevo i quattro piani tra le facce un po’ stupite, che di giovani caucasiche da quelle parti non se ne vedevano molte, e comunque duravano poche settimane prima riparare a qualche isolato di distanza in un condominio ordinario.
Al tramonto il portone era sempre aperto, appena fuori capannelli di commercianti particolari amministravano i propri affari con un bicchiere in mano mentre altri riciclavano gli scarti del mercato in cassette di legno, salivo piano le scale strette e tornavo nella mia strana stanza tra i sussurri degli inquilini e la musica incessante dal mattino.
Non ci è voluto più di una notte a capire che non sarebbe stato così facile, che il posto dove abitavo non era come tutti gli altri, e che non avrei potuto chiudermi la porta dietro ed ignorarlo come fanno tutti, la vita di Bligny 42 non dorme mai, o perlomeno lo fa in orari inusuali, e se si vuole rimanere bisogna accettarlo ed esserne coinvolti, senza fare tragedie, ogni miniappartamento è abitato da un numero enne di persone che interagiscono a diversi livelli, che vanno dall’urlo in piena notte alla rissa tra vicini, fino al canonico gentilissimo prestito del sale o alla richiesta di aiuto per riparare una presa rotta, scambi di gentilezze e violenze da condominio, tutto al cubo, tutto esasperato e personale.
Sono stata svegliata per i motivi più disparati: una litigata tra marito e moglie che i conclude col lancio delle valigie di lui dalla finestra causa relazione con sedicenne del piano di sotto, clienti che protestano per la tariffa troppo alta della vicina coi capelli neri, la preghiera mattutina del Ramadan a porte aperte, il garzone del ricettatore che sbaglia piano e bussa alla mia porta urlando “Karim, apri” per mezz’ora, un contenzioso femmine contro maschi esploso in cortile e sedato con carezze di vetro, entusiasmi di Kassovitziana memoria che al sabato mattina spingono i vicini a cantare Rettore a squarciagola dalla finestra..ogni volta aprivo gli occhi sapendo con certezza che ero a casa mia, in viale Bligny 42, e dopo qualche settimana questo pensiero ha assunto un contorno rassicurante, perchè sapevo bene di essere in un posto in cui, se non avessi disturbato seriamente qualcuno, nessuno sarebbe venuto a disturbare me, e questo era essenziale.

Poi un mattino mi sono svegliata ed ho deciso di omaggiare il mio folle condominio dedicandogli la mia tesi: mi sono chiusa in casa per descrivere i due mondi, quello contenuto nei 23 mq, abitato dagli oggetti che mi portavo dietro per ricordarmi chi ero, e quello fuori in cortile e sui ballatoi, fatto di persone, odori, voci e abitudini così fuori dalla mia portata che avrei potuto incontrarli solo lì, e solo lì osservarli da vicino, non è stato un reportage ma solo un confronto, non volevo andare a puntare obiettivi in faccia alla gente, oltre che difficile sarebbe stato inutile e forse offensivo, non ero lì per mostrarli come animali allo zoo, semmai ero allo zoo con loro.

Sono stati due anni davvero pieni, forse troppo, pieni di questo alveare umano senza riposo e senza regole, denso e nutriente come le zuppe cinesi con l’uovo ma pesante come la feijoada, una circostanza stressante di troppo ed ho deciso di fare le valigie, ma quasi non passa giorno senza che ci pensi; nel frattempo cittadini “normali” hanno cominciato a comprare nel palazzo, artisti e radical chic tengono in tasca le chiavi del loro possedimento alternativo e aprono gruppi su Facebook cercando di aggregarsi per “ripulire” lo stabile e rivalutare i propri investimenti, il vicesindaco promette il ferro e il fuoco per mondare il quartiere e a me viene un pò da ridere perché questi angeli vendicatori si sono tolti la benda tanto in fretta, mentre Bligny 42 dorme, mangia e respira nello stesso posto da almeno due lustri.
Un posto così non ha passato nè futuro, il male e il bene sono così diversi dai concetti che viviamo sui nostri pianerottoli puliti che ogni giudizio è fuori posto, ed ogni suo abitante “irregolare”, varcato il portone, per una volta non ha bisogno di identificarsi se non allo specchio del proprio bagno.

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commenti

Ci sono 16 commenti
per "Il mondo di viale Bligny 42, Milano"
  1. Molto interessante questo post, guarda mi hai fatto venire la pelle d’oca, sei talmente vera quando scrivi! I miei limiti in italiano mi hanno costretta a concentrarmi meglio dal solito per non fraintendere un testo stupendamente ben scritto.
    Studi la sociologia? Dici che hai dedicato la tua tesi alla gente li’, ma ne avevi già l’intenzione prima di affittare in quel palazzo?
    Come mai hai affitato li’? Non hai mai comunque avuto paura, mai?

    Non sei stata presentata sul blog, e mi dispiace questo. Sono andata a leggere un po’ il tuo blog.
    E cosa vedo?!!!!! Il mio amore IAN CURTIS wowowowowow (le foto sono stupende!!!).
    Poi Charlotte Gainsbourg (io ho adorato il nuovo cd fatto con la collaborazione di Beck; non sapevo che lui faveva parte della Scientology, sigh!!!).
    Il film di Lars Von Triers non lo guardero’ mai (Charlotte ha detto che il proprio padre sarebbe stato a disagio di vederla cosi’, Serge a disagio accidenti! ;)
    Non sei italiana? Come mai un titolo di blog in francese, i titoli dei post in inglese, i testi in italiano? La riferenza a “La Haine” di M. Kassovitz…
    Lo so, sono curiosa come i gatti :)

    Grazie per questo bellissimo post!

  2. In realtà quello che definisci Bligny 42 non esiste.
    Non ha una propria connotazione, non e’ un essere pensante, non ha una identità conosciuta.
    Non sto dicendo che non esiste ma semplicemente non esiste come lo intendi tu.
    Come una identità omogenea, una identità sociale nel suo insieme.
    -
    Socialmente ormai, non si da più dignità ai gruppi sociali, esistono solo individualità, che nella loro individualità perdono la forza del gruppo, di una identità conquistata, sofferta, reale che nessuno oggi è più disposto a concedere.
    -
    Ecco che quindi che pezzi come il tuo si tingono di malinconia, di utopia, perchè non nascono dalla necessità di molti piuttosto da un bisogno del singolo, il tuo, nobilissimo, ma ormai anacronistico.

  3. @cktc non mi far arrossire come il tuo avatar :)
    andiao con ordine: non sapevo niente del palazzo prima di andarci a vivere, e la tesi è arrivata dopo due anni che stavo già li, per caso come molte cose per me, e più che alla gente era basata sul concetto di casa, ma è chiaro che il palazzo tutto mi abbia molto influenzato e a volte fatto un pò paura, ovviamente. Ma sono stati anni che non rimpiango e che mi hanno spiegato molte cose, anche a posteriori.
    E sono contenta che ti piaccia il blog, il post su Curtis deve eessere finito, per adesso lascio le foto che in effetti rendono anche da sole :) Non sono straniera, il titolo è in francese perchè è effettivamente il titolo di un manuale di anatomia che mi sono ritrovata fra le mani anni fa, e i post hanno i titoli che capitano che sono spesso citazioni; torna se ti va, secondo me a parte Von Trier abbiamo delle fissazioni comuni :)

    @minna non credo di aver descritto un’identità sociale omogenea, anzi proprio il contrario: centinaia di individualità molto diverse e forti che si dividono lo stesso spazio di vita e interazione, generando appunto un insieme (perchè l’insieme fisico esiste eccome) abbastanza invivibile, proprio a causa delle suddette individualità e delle condizioni in cui mischiano le proprie caratteristiche; che non si dia piu’ dignità ai gruppi sociali è sicuramente un pensiero molto contemporaneo, ma non c’è posto migliore di Bligny 42 per capire quanto lì sia vero il contrario, perchè invece gli unici che mantengono un rispetto e una considerazione per questo tipo di identità sono proprio gli abitanti, che si aggregano secondo la provenienza e le abitudini culturali, infatti la mia individualità ha fatto gli scatoloni e se ne è andata, per questo e mille altri motivi.
    Non ho mai parlato di bisogni personali legati a quel posto, non è la descrizione del centro d’accoglienza dei nostri sogni, è un racconto basato su un posto vero, con vera gente e problemi altrettanto concreti, tutto qua, niente di pretenzioso come l’utopia :)

  4. ridimensioni e non capisco il perchè, o sei da una parte o sei dall’altra.
    Io aborro il giornalismo (apparentemente) senza anima, senza idee.
    E’ insulso, ipocrita, mediocre.
    Forse sei anche tu figlia dei tuoi tempi.
    I tempi in cui si vuole, si cerca un giornalismo senza anima, senza una inevitabile presa i parte.
    I tempi in cui si vive l’era della rete, della “democrazia”, parola alla quale e’ stata tolto il vero significante.

  5. @minna
    se ridimensionare significa spiegare le proprie ragioni a chi non è daccordo con te confermandole come affermazioni allora si, devo aver ridimensionato. però magari possiamo provare a leggere attentamente cercando di non travisare quello che viene detto.
    Ho vissuto in un posto, l’ho descritto, facendolo ho inevitabilmente preso delle parti ed ho sviluppato delle considerazioni che possono non coincidere con le tue o quelle di qualcun altro, succede.
    Sono sicuramente figlia dei miei tempi, non conosco nessuno che non lo sia, e proprio per questo non credo alla “rete cattiva che rovina il giornalismo” , la trovo un’afffermazione desueta e semplicistica, forse figlia di altri tempi pure lei, dev’essere per questo che non mi convince.
    Ultima cosa: questi post sono una cosa molto lontana dal giornalismo, ed è evidente. In caso contrario grazie per averli sovrastimati, cinque minuti di popolarità se li meritavano anche loro nel 2010.

  6. Eheh, si abbiamo delle “fissazioni” comuni :)
    Ho capito bene, hai l’intenzione di scrivere un post su Curtis dopo le foto?
    Hai visto il DVD “Control”? [domanda scema, vero? ;)]

    Non capisco la polemica Minna, davvero.
    Io vedo un simbolo molto bello in questa sua esperienza di vita e apprezzo che la abbia condivisa con noi. Dimostra che tante culture diverse, incluse quelle europee, possono convivere senza problemi, mentre tante persone nei nostri paesi rispettivi eppure che non hanno mai convissuto con altre culture le rifiutano senza motivo valido, solo perché soffrono di xenofobia (paura dello straniero, di una cultura diversa).
    In questa esperienza si aggiunge una dimensione sociale, le persone che vivono li’ non hanno i mezzi di abitare in un’altro luogo perché Milano è fuori prezzo, incluso per certi studenti italiani.
    E sono sicura che anche quelli 23mq sono carissimi per le persone che ci abitano.

    Ho visto un servizio l’altro ieri su Rai2, un africano con tante lacrime agli occhi e impaurito da quello che è successo in Italia del sud (e che potrebbe succedere purtroppo pure qua) diceva a uno che lo insultava “non sono un animale”. Sono stata a disagio e tanto triste.

    Le tesi sono pubblicate in Italia?

  7. Non era mica una polemico.
    Anzi il pezzo mi è piaciuto molto, e’ che ormai tocca farsi le faccine, dirsi quanto sei bella, sei brava, per mostrare apprezzamento.
    Apprezzamento è anche l’inizio di un confronto, a partire da spunti che neanche l’autore poteva immaginare.
    Forse proprio questo e’ il successo, qualcosa che succede al di là di ogni previsione.

  8. bello. mi hai fatto venir voglia di andarci a sbirciare. le case di ringhiera vere qui sono quasi scomparse.

  9. “i pezzi di carne cosparsi di curry e cumino come non ci fosse un domani”.
    Mi è piaciuto. Ha odori che sono un unico odore, ha suoni universali. E mi trovo a riconoscerli, a centinaia di km da lì.

  10. Tra le pieghe della città. Bello.

  11. ben vengano i complimenti e anche il confronto.
    Il posto che ho descritto non è nè un’isola di felice convivenza e facile amicizia nè un inferno in terra, è sicuramente un luogo difficile e complicato, non una pittoresca casa di ringhiera della milano scomparsa; il mio voleva essere un racconto per immagini scritte di quello che ho vissuto e che un pò ha cambiato molte cose, sono contenta che abbia ispirato reazioni così diverse.

  12. Ciao, conosco molto bene il palazzo, mi ha affascinata da sempre.
    Mi sono decisa a comprare l’anno scorso, e spinta dalla mia professione ( segretaria in una agenzia privata di investigazioni) ho deciso di capire perchè tutto questo nel 2009 ancora potesse esistere nel centro di milano.
    Con mio sommo dispiacere, visto il buon rapporto che si è instaurato, ho dovuto constatare che il “degenero” del palazzo è da attribuire in buona percentuale alla custode, persona sempre disponibile, ma dalla dubbia moralità effettiva, ovviamente il resto della colpa è di chi non prova nemmeno a contrastare il suo radicamento nel palazzo e in ogni giro che possa fruttare soldi.
    Sono affermazioni forti che posso se pensate ce ne sia il bisogno spiegare minuziosamente.
    MP

  13. Cara Marzia,
    confermo le tue impressioni: l’atmosfera è decisamente pesante e la colpa va cercata in molti angoli, compreso qualcuno di quelli che citi, credo che però il coltello sia dalla parte del manico in mano a qualcuno di più spesso della portiera. Nel pezzo non ne ho parlato approfonditamente perchè il senso era un altro, però quando dico che chi si scandalizza ora mi fa ridere perchè non ha fatto niente per anni è estremamente vero.

  14. Con questi vostri due ultimi commenti, ho perso il filo della discussione Ico, sigh!

    Minna scusami, avevo frainteso i toni. E’ in tale caso che mi accorgo quanto è frutrante di non sapere bene l’italiano

    [OT]
    A proposito dei vari commenti li’ sull’uso delle “faccine”. Uffa ma per carità, lasciateci in pace noi gli idioti che abbiamo voglia di smileys :(

  15. Ciao marziapaleo,

    anche iosarei inprocinto di comprare,mi puoi contattare a steto@ymail.com ? vorrei chiederti alcune cose…

    saluti

    stefano

  16. Ciao Stefano, se trovi ad un prezzo adeguato compra.
    Non ci sono altre cose da sapere, il 42 è un affare visto proiettandosi tra meno di 10 anni, quando le cifre pagate oggi sembreranno ridicole al confronto del valore che avrà preso.

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