Ma non starò qui a raccontarti questa storia. Sarebbe inutile: non mi credi quando mi ascolti, e non ti interessa quel che dico le rare volte in cui mi credi. Aneddoti, autobiografia, cronache e regesti: balle, mi diresti. Fantasie, sono tutte fantasie, mi sbuffi addosso. So che per te la mia lingua è solo un lungo treno che ferma a Sproposito, a Frottole e fa capolinea a Vergate sul Membro. Io voglio proprio te e tu non mi credi mai. E’ difficile, sai?
Quindi ti dirò solo una cosa piccola e qualsiasi, in modo tu non possa, al tuo solito, storcere il naso o alzare gli occhi al cielo…
Ti dico che il mio portone è in realtà un cancello molto basso con un lampione fioco appeso al fianco che serve a guardarsi senza imbarazzo. Ad aprirlo si entra nella casa dove sono nata e dove vivo ancora. Ho baciato quarantatre maschi sotto il mio portone. Li chiamo maschi e non uomini perché non tutti si erano già fatti al momento del bacio. Molti avevano quella voce in trasformazione nello sviluppo, hai presente? Quella che a tratti sembra tuo padre e a momenti un bambino. Fosse per quello che mi baciavano anziché parlare a lungo con me, che avessero paura di trovarsi con la voce trasformata proprio nel bel mezzo di una frase?
Né quelli con la voce mutante, tantomeno quelli con la voce fatta e finita, li ho mai invitati a salire.
La storia che non starò qui a raccontarti narrerebbe, infatti, dei misteriosi eventi che si sono susseguiti nei lustri e delle sanguinose sventure nelle quali sono incorsi coloro i quali hanno anche solo pensato di poter varcare quel portone. E’ una storia che parla di roseti feroci e nani saccenti e di un indovinello che ha tremila anni e di una strage di innocenti e di una roccia nella quale è infilata dai tempi dei tempi una scopa e…
Ma torniamo a noi. Sai bene che io sotto quel portone mi ci fermo ogni sera, ancora adesso, a girare la chiave. E non ho intenzione di cambiare indirizzo, è giusto tu lo sappia, dovesse venirti voglia.
Anche solo di sentire questa storia. Che non starò qui a raccontarti, bensì sotto il portone…
































Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.
Penso che quel portone non sia tantoun logo fisico (o magari lo è anche allora sei ricorrente :) ) ma soprattutto una metafora della tua intimità , mi hai fatto balenare l’idea di redigere un elenco mentale delle esperienze sentimentali significative. Se le possa poi concatenare a luoghi, odori, colori ancora non sò. Certamente attingono a un bagaglio comune le sensazioni che si hanno delle persone che hanno condiviso la tua sfera emotiva. Sensazioni simili diverse e inespresse, svelabili solo come tu di dici sotto il portone, o magari su una alta torre del vento, in Norvegia, una soluzione che ha l’alibi del vento a maschera dei discorsi. Un vento a ondate che trascini con se discorsi inascoltabili dai piu.
un portone come un antro dell’anima.
Che dovrebbe essere reso accessibile solo a chi fosse in grado di apprezzarne i dettagli…e la narratrice, fa bene a non narrare ad un ascoltatore svogliato e demotivato.
io ce l’ho davvero un portone. giuro.
non lo avevo mai messo in dubbio.
eppoi, tutte queste vetuste interpretazioni metafisiche, che diamine!